Turchia: il disastro geopolitico dell’Erdocrazia sunnita

La Turchia, dopo aver liquidato l’opzione euroasiatica, è ritornata alla ricerca di potere. La politica turca si configura come neo-ottomana ed ‘’imperiale’’, ciononostante, per focalizzare i possibili margini d’espansione coloniale, è pertinente dare ai lettori alcuni elementi biografici sullo statista-dittatore (ed io aggiungerei criminale di guerra) Recep Tayyip Erdogan, attuale Presidente della Turchia. L’aggressività di Ankara (non) porterà una escalation militarista contro la Siria.

Chi è (davvero) Erdogan

Abbandonata nel 2012 la politica del ‘’buon vicinato’’, il leader turco Erdogan trasformò il Paese in un crocevia della jihad globale. All’inizio del conflitto in Siria, ben 200.000 stragisti, provenienti da tutto il mondo, sono transitati in Turchia per andare a combattere il socialismo panarabo e l’eresia rivoluzionaria sciita. Erdogan, sul confine siriano consentì l’installazione di tre basi militari di Al Qaeda – Şanlıurfa (confine con la Siria), a Osmaniye (a fianco della base NATO di Incirlik) e a Karaman (vicino a Istanbul) – replicando l’esperienza neofascista della Scuola delle Americhe. Nel 2014, l’intelligence turca rifornì di armamenti pesanti l’ISIS e, lo stesso MIT (Organizzazione di Informazione Nazionale), assassinava la giornalista Serena Shim colpevole d’aver documentato, per il canale iraniano PressTV, gli affari del ‘’sultano’’ neo-ottomano coi tagliagole islamisti. Il percorso di Erdogan in quanto coordinatore del terrorismo internazionale, parte da lontano.

Eletto sindaco di Istanbul, nel 1994, esercitò una moderata, ma inefficace politica anti-occidentale. Quando il suo partito venne interdetto, le autorità l’arrestarono reo d’aver recitato in pubblico una poesia pan-turchista. Scarcerato, si trasformò in un autentico agente dell’ambasciata statunitense. Il giornalista Thierry Meyssan, studioso severo dell’Islam politico, offre ai lettori una ragionata ricostruzione biografica dello statista-dittatore e criminale di guerra:

‘’Abbandonò la sua retorica anti-occidentale, provocando la divisione del movimento di Necmettin Erbakan. Con l’aiuto dell’ambasciata USA, ha poi fondato l’AKP, un partito sia islamista sia atlantista nel quale integrò non solo i suoi amici della Millî Görüş, ma anche i seguaci di Fethullah Güllen, e gli ex sostenitori di Turgut Özal. Quest’ultimo era un curdo sunnita che fu presidente dal 1989 al 1993. L’AKP vinse le elezioni del 2002, ma queste furono annullate. Vinse ugualmente le elezioni del 2003, che permisero a Erdoğan di diventare finalmente primo ministro, essendo terminata nel frattempo la sua interdizione politica’’ 1

I legami con la setta massonica Millî Görüş e coi seguaci del sorosiano Güllen (poi messo al bando) hanno impedito al capitalismo turco di decollare nel mondo multipolare, le ingiustizie sociali si sono ulteriormente aggravate e la violenza dei Lupi Grigi è la pistola fumante dello stato profondo contro le sinistre socialiste. Il giudizio di Meyssan sull’autocrate turco è insolito per un radicale francese:

‘’È altrettanto inesatto descriverlo come un politico autoritario. In realtà, si è sempre comportato come un capo branco e non si dice del capo di una cosca che sia un autoritario. Colto sul fatto in svariati casi criminali, ha sempre risposto negando l’evidenza e licenziando o arrestando i funzionari di polizia e i magistrati che applicavano la legge’’ (Ibidem)

I radicali francesi utilizzano con una certa faciloneria l’appellativo fascista, ma l’autore di L’incredibile menzogna 2 non cede agli slogan. Erdogan si comporta come un boss mafioso, ma è lontano dall’hitlerismo islamista denunciato – in modo assolutamente legittimo – dalla sinistra di classe nazionale. Vorrebbe restaurare l’Impero Ottomano, ma con le sue regole e (assurde) proiezioni ideologiche. Dovremmo parlare di Erdocrazia ovvero l’’’impero’’ neo-ottomano secondo questo antistorico ‘’sultano megalomane.

Il sub-imperialismo ‘’straccione’’ turco è intervenuto nel nord della Siria con la pretesa di liberarlo dai miliziani curdi. Per alcuni giornalisti investigativi vicini al Partito Baas si tratta d’uno strano, ma decifrabile gioco delle parti. L’analista Naman Tarcha ritiene che Erdogan e Trump avrebbero stipulato un tacito accordo per ricompattare le loro amministrazioni incalzate dalle (incoerenti) opposizioni. Rilettura pienamente condivisibile ed argomentata con grande efficacia:

‘’La Turchia ha deciso di occupare questa zona con il pretesto di liberarla dalle milizie curde, si tratterebbe di uno strano gioco tra alleati, poichè sia la Turchia che le milizie curde sono alleate degli Stati Uniti, dunque, cosa succede? Vi è un accordo implicito, non dichiarato, tra Trump ed Erdogan per permettere alla Turchia di invadere quella zona per interesse/questioni interne che riguardano entrambi i Paesi. In particolare, Erdogan sta attraversando una momento in cui non sente di avere il sostegno totale da parte del stesso partito, invece, Trump, attraverso questa azione, vuole dimostrare di “avere il controllo” della situazione, di aver riportato i soldati americani a casa, di aver cessato le operazioni militari in Siria, il tutto in vista delle prossime elezioni. Vi è poi l’altro giocatore politico, la Russia, la quale è riuscita a mettere d’accordo le milizie curde con il governo siriano e quest’ultimo, in modo indiretto, con la Turchia. Per cui, l’esercito siriano, dopo questo accordo, raggiunto con i curdi della zona, ha iniziato il dispiegamento delle sue forze lungo il confine per bloccare l’avanzata dei tuchi; d’altra parte, gli Stati Uniti pur avendo riportato a casa parte dei militari, la decisone ha una dimensione controversa, poiché Trump ha deciso di lasciare alcune truppe americane in Siria per difendere i campi petroliferi (forse difendere i suoi interessi?). Cosa ha determinato questa situazione? Un sequestro delle risorse siriane da parte americana, gli stessi USA impongono embargo e sanzioni alla Siria, privandola delle risorse energetiche, dunque gli Stati Uniti “si appropriano” di tali risorse per finanziare la loro presenza nel Paese. In tale contesto, i curdi sono utilizzati come una carta da gioco, come un pretesto per legittimare l’ingresso degli Stati Uniti in Siria, che non vogliono più uscire se non in cambio di qualcosa: le risorse energetiche siriane (campi petroliferi, gas e altro) nonché la presenza permanente nella zona. Intanto i curdi sognano di costruire il Kurdistan siriano, che non è mai esistito nella zona, che non è realizzabile, perché la maggior parte degli abitanti di quella zona non è di etnia curda’’ 3

Il futuro dei patrioti turchi si gioca all’interno dello stato inclusivo siriano, un tempo (almeno fino al 1986) promotore del socialismo filo-sovietico. La Russia è, come spesso accade, il giocatore più intelligente: sta ricompattando la fazione patriottica dei miliziani curdi con Damasco e, nel breve periodo, fermerà l’escalation militare di Ankara. Il presidente Bashar al-Assad riscuoterà l’ennesima vittoria diplomatica, riaffermando la capacità del nazionalismo pluralista panarabo di resistere alla Dottrina neocoloniale post-ottomana. Il clamoroso fallimento geopolitico di Erdogan e Trump, arrivati a questo punto, è sotto i nostri occhi.

Stefano Zecchinelli

Giornalista pubblicista ed esperto di relazioni internazionali

  1. https://www.voltairenet.org/article187881.html
  2. https://www.ibs.it/incredibile-menzogna-nessun-aereo-caduto-libro-thierry-meyssan/e/9788887517347
  3. http://namantarcha.com/siria-a-colloquio-con-il-giornalista-naman-tarcha/
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