Rapporti tedesco-sovietici dalla Pace di Brest-Litovsk all’aggressione tedesca all’Unione Sovietica. Quadro storico e osservazioni geopolitiche. (1918-1941)

Germania e Russia scesero in campo nella Prima Guerra mondiale come nemici in ragione della loro appartenenza a due fronti opposti. Tuttavia, le vicende belliche e la caduta dell’Impero zarista posero le condizioni per un ristabilimento dei contatti diplomatici tra i due Paesi. In particolare, la Germania vedeva gli eventi rivoluzionari russi come l’opportunità per chiudere il fronte orientale in modo da dirigere le forze su quello occidentale. Per i bolscevichi, guidati da Lenin, si trattava di porre fine ad una guerra imperialista, di cui la popolazione faceva difficoltà a capirne le ragioni, per dedicarsi al consolidamento della rivoluzione.

La Germania e l’illusione della vittoria.

Appena arrivato al potere, Lenin propose alla Germania un armistizio di sei mesi. Quest’ultima rifiutò la proposta di Lenin e concesse solamente un armistizio di trenta giorni, al termine dei quali sarebbero ripresi i combattimenti. Lenin fu costretto a cedere e ad intavolare i negoziati di pace con la Germania. Essi presero il via nel dicembre del 1917. Dopo una prima fase portata avanti da Trotsky, fautore della “rivoluzione permanente” senza compromessi, Lenin decise di seguire in prima persona le trattative. Questi mostrò di avere una visione più realista. Accettò le pesanti amputazioni territoriali, riguardanti i paesi Baltici, i territori polacchi e l’Ucraina pur di chiudere il fronte di guerra. Lenin accettò, inoltre, la conclusione di accordi economici in base ai quali la Russia era tenuta a dirottare verso la Germania buona parte della sua produzione agricola, per contribuire allo sforzo bellico. La Pace di Brest-Litovsk fu conclusa nel marzo 1918 mentre gli accordi economici vennero firmati nell’agosto dello stesso anno segnarono l’instaurazione di una collaborazione tra i due Paesi che può definirsi “forzata” in quanto indotta da uno stato di necessità e sbilanciata a favore della Germania. In base a quel trattato la Russia bolscevica riconosceva la vittoria degli Imperi Centrali e rischiava in tal modo di essere satellizzata dalla Germania e di divenire il bacino per i rifornimenti di Berlino. Le circostanze dell’accordo ricordavano per certi versi la Convenzione di Tauroggen del 1812, quando i due comandanti rispettivamente dell’esercito prussiano e di quello russo si accordarono per un armistizio a seguito del fallimento della Campagnia di Russia di Napoleone; in quel caso fu la Russia a fare la parte del leone e ad ottenere l’impegno da parte della Prussia (ancora formalmente schierata dalla parte di Napoleone) a consentire passaggio delle truppe russe sul suo territorio per inseguire l’esercito francese (impegno che venne poi confermato con il Trattato di Kalisz). Dal punto di vista geopolitico, con l’accordo russo-tedesco di Brest-Litovsk si stava per realizzare l’incubo di Halford Mackinder della conquista dell’heartland da parte di una potenza in grado di dare vita ad un blocco continentale capace di assumere una posizione egemonica.

Il disegno tedesco, però, si dissolse dopo poco tempo. La sconfitta della Germania, infatti, annullò i trattati russo-tedeschi. Anzi, in seguito alle decisioni assunte alla Conferenza di Pace di Parigi i due Paesi si videro accomunati dal senso di debolezza e isolamento; ciò costituì il terreno per la continuazione della loro collaborazione, la quale assunse un carattere volontario e non più imposto. Sul piano territoriale, entrambi i Paesi avevano subito pesanti amputazioni. Sul piano economico, mentre la Russia era alle prese con una grave carestia e con l’adozione del comunismo di guerra, la Germania era schiacciata dal peso delle riparazioni contenute nel diktat di Versailles. I due Paesi erano, inoltre, isolati dal punto di vista politico, con la Russia bolscevica che non era stata ancora riconosciuta dalle Potenze occidentali, al punto che il primo riconoscimento fino ad allora ottenuto era stato quello tedesco in occasione degli accordi di Brest-Litovsk. Le circostanze, perciò, li indussero a rafforzare la loro collaborazione, a dispetto della loro distanza ideologica. L’occasione per formalizzare tale collaborazione fu data dalla Conferenza convocata nell’ambito della Società delle Nazioni con l’obiettivo di reinserire la Germania nella vita europea e riabilitare i rapporti commerciali saltati con la guerra. La Conferenza si tenne a Genova nell’aprile del 1922, ma si tradusse in un fallimento anche a causa del contrasto franco-sovietico in materia di debiti. All’indomani della Conferenza il Ministro degli Esteri tedesco Rathenau e il Commissario agli Esteri sovietico Čičerin si fermarono a Rapallo per ufficializzare un accordo i cui termini erano già stati negoziati in un precedente incontro a Berlino. Il Trattato di Rapallo prevedeva lo stabilimento di normali rapporti diplomatici e la normalizzazione delle relazioni tra i due paesi, con l’azzeramento dei contenziosi e la rinuncia reciproca ai pagamenti di riparazioni e danni di guerra. L’accordo conteneva, inoltre, una clausola segreta che consentiva ai tedeschi di sperimentare i propri armamenti in territorio sovietico, fornendo loro una scappatoia al Trattato di Versailles.

Le fonti di sospetto nelle relazioni tedesco-sovietiche.

Per i tedeschi la Russia cosituiva una buona carta da giocare nei confronti delle altre Potenze europee al fine di allentare la loro morsa nei confronti della Germania. In effetti, l’obiettivo tedesco restava quello di reinserirsi a pieno titolo nelle dinamiche europee e rivedere le condizioni poste dal trattato di pace. Alla Conferenza di Locarno la Germania vide l’opportunità di agguantare il suo obiettivo e per questo la collaborazione tedesco-sovietica venne messa in discussione. In quell’occasione non venne invitata l’Unione Sovietica, dietro la motivazione pretestuosa che essa non aveva partecipato al Trattato di Versailles; Stalin interpretò la partecipazione della Germania come un tradimento e come il tentativo delle potenze capitaliste di dirottare il revisionismo tedesco verso Est. Di conseguenza un elemento di diffidenza comparì nelle relazioni tra Mosca e Berlino. Ciò spinse Stalin, all’indomani di Locarno, a chiedere al cancelliere Stresemann se avesse ritenuto ancora valido il Trattato di Rapallo; Stresemann rispose in modo affermativo ed anzi si disse disposto a riconfermare la collaborazione. Nel 1926 venne concluso il Trattato di Berlino di Amicizia e Neutralità, il quale, però, non riuscì a dissipare i sospetti di Stalin nei confronti dell’ambiguità tedesca. Ambiguità accentuata dal fatto che nello stesso anno la Germania entrò nella Società delle Nazioni, seppur inserendo una riserva relativa all’Unione Sovietica; in essa si stabiliva che la Germania non avrebbe messo a disposizione il proprio territorio per un’azione contro l’URSS.

La diffidenza di Stalin si manifestò con la propaganda del Comintern, l’organizzazione dei partiti comunisti, utilizzato come arma politico-ideologica di politica estera. La retorica comunista si diresse contro la socialdemocrazia di Stresemann, accusata di essere diventata un servo del capitalismo, in quanto aveva accettato il Trattato di Versailles. Il partito socialdemocratico tedesco si trovò sotto il fuoco incrociato dei comunisti tedeschi e dei gruppi della destra nazional-socialista. Il peggiore incubo di Stalin era rappresentato dall’unione delle potenze democratiche contro l’URSS; per cui il suo obiettivo divenne quello di rompere il fronte occidentale; il dittatore sovietico sapeva che l’indebolimento della socialdemocrazia in Germania avrebbe rafforzato la formazione di destra guidata da Hitler, ma era allo stesso tempo persuaso che ciò avrebbe aumentato le opzioni strategiche di Mosca, la quale avrebbe potuto collaborare con le democrazie contro il nazional-socialismo oppure avvicinarsi alla Germania per tenere a bada le Potenze democratiche. Il ragionamento effettuato da Stalin metteva in luce la sua abilità di stratega e la sua scelta di fare della realpolitik, e non del calcolo ideologico, la direttrice della politica estera sovietica. L’avanzamento delle forze naziste e l’avvento di Hitler al potere nel 1933 approfondirono come prevedibile il contrasto tedesco-sovietico e spinsero l’URSS a proseguire il suo avvicinamento dalle democrazie occidentali. Con Hitler la Germania vide riproporsi i suoi dilemmi geopolitici. Come accaduto nell’Ottocento, con l’aumentare del suo peso economico-finanziario, la Germania iniziava a sentire come stretta la sua posizione conciliante e vedeva come sempre più necessaria l’adozione di una politica di potenza. Questo cambiamento risvegliò il timore dell’accerchiamento, che avrebbe soffocato il suo potenziale e che andava superato rielaborando le sue opzioni geopolitiche; tra queste opzioni vi era quella che considerava l’heartland russo come il tassello fondamentale della supremazia continentale, riprendendo il discorso lasciato in sospeso a Brest-Litovsk.

Il cambio delle politica sovietica dopo l’arrivo di Hitler.

La Germania tornava a far paura, e l’URSS naturalmente si attivò per contrastrare l’ascesa tedesca. Mosca si era mossa già in precedenza nella direzione di un riavvicinamento alle democrazie europee; erano mutati gli argomenti della propaganda, che ora invitava i comunisti ad unirsi alle democrazie occidentali contro il nazi-fascismo; soprattutto, Mosca aveva concluso con la Francia nel 1932 un Trattato di non aggressione, il quale evidentemente si riferiva ad una eventuale aggressione di tipo ideologico e che diede il via alla propaganda del “fronte popolare”. L’acuirsi della retorica anti-bolscevica da parte dei nazisti spinse Stalin a proseguire nelle sue iniziative di collaborazione con le democrazie in funzione anti-tedesca. Nel 1935, sulla scia del fallimento del tentativo del ministro degli Esteri francese Barthou di istituire una Locarno orientale, Stalin firmò un Trattato di reciproca assistenza con la Francia e un Accordo di mutua assistenza con la Cecoslovacchia. Sempre nel 1935, in occasione del Settimo Congresso del Comintern, venne ufficializzata la nuova propaganda, che raccomandava l’unione di tutti i popoli amanti della pace contro il nazismo. I rapporti tedesco-sovietici raggiunsero un punto critico. Infatti, con la ratifica dell’accordo franco-sovietico, avvenuta nel 1936, Hitler decise di denunciare i Patti di Locarno, sostenendo, in modo alquanto pretestuoso, che questi erano in contraddizione con la natura offensiva dell’accordo. Il Führer stipulò con il Giappone il Patto Anti-Comintern il quale, oltre ad avere una valenza ideologica, mirava a chiudere l’URSS su due fronti, così come l’alleanza franco-sovietica chiudeva a tenaglia la Germania.

Successivamente Stalin iniziò a dubitare dell’efficacia delle sue iniziative. In primo luogo, si accorse che l’accordo con la Francia restava privo di operatività a causa della indisponibilità di polonia e Romania di consentire il passaggio di truppe sovietiche sul proprio territorio. Stalin capì che non poteva affidare la sua sicurezza alla Francia, nel momento in cui questa non aveva neppure la fiducia dei propri alleati. Inoltre, con l’accordo anglo-tedesco del 1936, le potenze occidentali avevano lanciato la politica dell’appeasement, la quale raggiunse il suo apice con la Conferenza di Monaco del 1938. Stalin avvertì questa Conferenza come una riedizione di Locarno, con cui le Potenze capitaliste tentavano di spingere l’espansionismo tedesco a Est, e realizzò che non c’era da fidarsi delle democrazie occidentali, pronte a sacrificare l’URSS pur di salvaguardare la propria sicurezza. Stalin decise, perciò, di riconsiderare i rapporti con la Germania. A seguito del “colpo di Praga” e delle garanzie di Gran Bretagna e Francia alla Polonia, Stalin si disse disponibile ad un negoziato. Le trattative cominciarono nell’aprile del 1939 e si conclusero nel mese di agosto con il Trattato di non aggressione Molotov-Ribbentrop (anche Patto Nazi-sovietico), che stabilì la neutralità delle parti in caso di conflitto con una terza potenza. Il Trattato conteneva, inoltre, un protocollo segreto di spartizione dell’Europa orientale. Per l’Unione sovietica significava recuperare i territori persi in seguito alla Rivoluzione del 1917, in particolare i territori polacchi, i territori baltici, l’Ucraina, la Bielorussia e la Bessarabia.

Tra i due Paesi fu quindi ristabilita una forma di collaborazione basata sulla reciproca convenienza, ma minata alla base dai loro divergenti obiettivi di fondo. Soprattutto, l’accordo mostrava le diverse strategie dei due statisti. Hitler infatti pensava che esso fosse un mezzo per bloccare l’URSS e dirigere le sue forze verso Occidente, per poi tornare più forte di prima a punire Stalin. Una sorta di riedizione mutatis mutandis del piano Schlieffen del primo conflitto mondiale. Sembrava prendere forma quello che era stato il suggerimento geopolitico di Haushofer di una stretta collaborazione tra Germania e Russia, diretta a contrastare la potenza “talassocratica” britannica, ostacolo principale alle ambizioni di dominio continentale. In realtà, se nella sostanza, Hitler e Haushofer erano entrambi favorevoli ad inglobare i piccoli Stati intermedi dell’Europa Orientale (Austria, Cecoslovacchia, Polonia, Lituania), essi erano mossi da prospettive differenti. Mentre Hitler dava maggiore credito a coloro che vedevano nella Drang nach Osten (“espansione a Est”) un inevitabile terreno di scontro con la Russia, che avrebbe escluso ogni ipotesi di collaborazione duratura, per cui come detto prevedeva la messa fuori combattimento della Francia per poi dirigere l’offensiva verso l’URSS, Haushofer proponeva una concentrazione dell’heartland che avrebbe finito per ridurre drasticamente il peso dell’impero britannico. Stalin, a sua volta, scommetteva sull’indebolimento della Germania in seguito all’eventuale scontro con le Potenze occidentali e si cautelava con un ingrandimento territoriale in funzione di cuscinetto. La strategia di Stalin era definibile delle “mani libere ad Ovest” ed avrebbe permesso a Mosca di dettare le condizioni sul Continente di fronte ad una Germania indebolita. Inoltre, questa strategia avrebbe consentito nel frattempo di estendere il suo spazio d’influenza nell’Europa Orientale, mirante al tradizionale impulso di creare di una fascia-cuscinetto quanto più profonda possibile.

Il patto alla prova della guerra.

Al momento dell’invasione tedesca alla Polonia, Germania e Unione Sovietica erano, dunque, unite da una collaborazione caratterizzata dal reciproco sospetto. Gli eventi bellici misero progressivamente in crisi questa collaborazione. In primo luogo, Stalin propose una modifica al protocollo segreto con lo scambio Vilnius-Varsavia, con il quale egli intendeva mostrare ai Paesi occidentali che non si era alleato con Hitler, ma che puntava solo a recuperare i legittimi territori della Russia. In seguito vi fu la crisi russo-finlandese che diede inizio alla cosiddetta “guerra d’inverno”, svoltasi tra il dicembre del 1939 e il marzo del 1940. Questo episodio costituì un momento di crisi nei rapporti tedesco-sovietici, con Hitler che, ritenendo il Baltico di importanza strategica, aiutò segretamente la resistenza finlandese, salvo poi ufficialmente premere per una fine del conflitto. Alla fine, Stalin prese atto del fallimento dell’operazione e firmò l’armistizio con la Finlandia e salvò la collaborazione con la Germania. Successivamente, in seguito alla caduta della Francia, Stalin decise di occupare la Bessarabia e la Bucovina, quest’ultima non prevista dal protocollo segreto. Quest’azione provocò i sospetti di Hitler circa le intenzioni di Stalin e lo indusse a ordinare la predisposizione di un piano d’azione militare nei confronti dell’URSS. Questa nuova fase di tensione tedesco-sovietica venne temporaneamente mitigata dal fallimento dell’operazione “Leone marino” diretta contro la Gran Bretagna, con la Germania che tentò di coordinare gli sforzi dei suoi alleati per interrompere i rifornimenti verso l’isola. Hitler cercò di coinvolgere Mosca nel Patto Tripartito, spingendola a colpire gli interessi britannici nel Golfo Persico, tenendola lontana dall’area balcanica. Questo tentativo faceva capire che il nemico strategico in Europa rimaneva la potenza marittima, la Gran Bretagna, per sconfiggere la quale Hitler era disposto a scendere a compromessi. Tuttavia, quando Stalin pose sul tavolo negoziale la Bulgaria, il negoziato saltò e il contrasto tedesco-sovietico raggiunse un punto di non ritorno. Hitler ordinò l’attuazione dell’Operazione Barbarossa”, la quale, per via delle complicazioni belliche nei Balcani, fu ritardata di un mese, dando la possibilità alle forze sovietiche di prepararsi ad una controffensiva.

Lo scontro frontale tra i due Paesi segnò il fallimento della strategia staliniana delle “mani libere a Ovest”, ma anche del disegno di conquista hitleriano. Il Führer non riuscì infatti a liquidare i sovietici come aveva inizialmente ed erroneamente pensato. La collaborazione tedesco-sovietica era stata dettata da considerazioni tattiche, e per tale ragione non resse di fronte agli interessi divergenti dei due Paesi, specialmente in relazione all’Europa centro-orientale. L’aggressione tedesca mandò in frantumi questa collaborazione e con essa gli auspici di Haushofer.

di Pasquale di Nuzzo

Analista di Geopolitica e Relazioni Internazionali

Per approfondimenti:

  • Manlio Graziano, Geopolitica: orientarsi nel grande disordine internazionale, Società editrice il Mulino, Bologna.
  • René Albrecht-Carrié, Storia diplomatica d’Europa 1815-1968.

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