L’operazione turca contro i curdi e l’abbandono dell’alleato americano.

A quanto pare gli Stati Uniti sono determinati a ridurre progressivamente l’impegno militare in Siria. Una decisione già in precedenza annunciata dal Presidente americano Donald Trump, la quale finì per suscitare la disapprovazione dell’ex Segretario alla Difesa Jim Mattis. Molti esponenti dell’amministrazione americana sollevarono il timore che il ritiro delle truppe dalla Siria potesse favorire una ripresa delle attività terroristiche da parte dell’ISIS e indebolire i combattenti curdi, che si sono spesi moltissimo in questi anni per combattere i gruppi terroristici.

Proprio alla luce di questo disimpegno, il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha palesato il suo intento di tagliare le gambe del movimento curdo dando il via ad un’operazione nel nord del Paese contro le milizie curde dell’Ypg (Yekîneyên Parastina Gel – Unità di Protezione Popolare), considerato dai turchi una organizzazione terroristica. In effetti, la mossa turca è la conseguenza dell’accordo tra Ankara e Washington dello scorso agosto circa il ritiro delle truppe americani e la creazione di una zona di sicurezza di circa 400 km lungo il confine  nord-orientale tra Turchia e Siria. Tra le motivazioni ufficiali dell’operazione vi sarebbe quella di combattere i movimenti terroristi e consentire il ritorno dei rifugiati siriani che hanno trovato riparo in territorio turco. L’accordo in questione prevedeva una azione congiunta turco-statunitense per la gestione della zona di sicurezza, in vista della progressiva riduzione delle truppe americane nel Paese. Tuttavia, i turchi si sono da subito attivati accelerando il processo e forzando la situazione fino a mettere in piedi un piano militare per il Nord della Siria. Così l’esercito turco ha varcato il confine siriano il 9 ottobre scorso, scatenando l’offensiva contro alcune cittadine curde.

L’iniziativa della Turchia si scontra inevitabilmente con le aspirazioni curde di creare una zona autonoma in territorio siriano. Il placet americano all’operazione turca è stata espressa dal Presidente Trump, il quale ha in sostanza fatto capire che l’alleanza con i curdi aveva un obiettivo specifico, ossia il contrasto armato ai gruppi terroristi islamici, per cui non è necessario un suo mantenimento. In altre parole di tratterebbe di un alleato temporaneo e sacrificabile. Di fronte alla determinazione dei turchi, inoltre, a poco è servita la riluttanza del Pentagono in relazione alla eventualità di una incursione di Ankara nel territorio siriano conseguente al ritiro degli americani. Il Presidente Trump si è limitato ad avvertire il presidente turco di non esagerare, considerando come inevitabile un confronto tra forze turche e quelle curde, mentre alcuni esponenti del Congresso si sono spinti fino a proporre sanzioni o la sospensione dalla NATO in caso di attacco militare diretto alle forze curde. Un vero e proprio abbandono da parte degli Stati Uniti, i quali hanno deciso così di accontentare un alleato della NATO e di lasciare al proprio destino un popolo che ha contribuito in larga misura alla lotta allo Stato Islamico e che da anni aspira ad avere un riconoscimento in termini di autonomia all’interno della Siria. La politica di Trump sembra ancora una volta caratterizzata da scarsa lungimiranza e improntata a scelte che premiano l’interesse nazionale di breve respiro a scapito di calcoli geopolitici più ampi.

In questa circostanza, il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg ha semplicemente invitato i turchi a cercare di evitare vittime civili, un richiamo che suona a dir poco blando e inutile in conflitti in operazioni di questo genere. Per non parlare di una Europa silente rispetto a questa questione, che ha molto a che vedere con il proprio passato e che ha un certo peso nella determinazione del futuro assetto mediorientale. I governi europei si sono detti al massimo “preoccupati” delle intenzioni turche, senza peraltro risultare convincenti, voltandosi di fatto dall’altra parte e lasciando impunito l’atteggiamento  di Erdogan. Sembra passato molto tempo da quando gli europei guardavano ammirati la resistenza curda nella città di Kobane. Per giunta, il Presidente Erdogan ha spento qualsiasi accenno di protesta minacciando i Paesi europei di dirottare verso di essi milioni di profughi.  In tal modo, dunque, il governo turco ha avuto la strada spianata per stroncare l’organizzazione curda e mettere in discussione il loro controllo sulla autoproclamata Federazione Democratica della Siria del Nord – Rojava, scongiurando così la presenza di un nemico ai propri confini, che costituirebbe oltretutto una base logistica per il PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) operante in Turchia.

Resta il fatto che ancora una volta, nel silenzio della Comunità Internazionale i curdi siriani vedono compromesso il loro tentativo di affermarsi come entità autonoma nel territorio siriano. Le aspirazioni dei curdi sono sempre state tradite dalle Potenze operanti nel Medio Oriente e i loro progetti scardinati con la forza. Non ci sarebbe da meravigliarsi se le milizie curde dovessero rivolgersi all’Iran e a Bashar al-Assad per ottenere aiuto, in questo caso il loro opportunismo sarebbe più che giustificato dal comportamento dei Paesi occidentali. Ciononostante, sono guerriglieri preparati e abituati alla lotta, e sicuramente potranno dare filo da torcere all’esercito turco.

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