Le ragioni e i rischi dello scontro commerciale tra Cina e Stati Uniti.

All’inizio del 2018 la rivalità tra Stati Uniti e Cina ha dato il via ad una vera disputa commerciale. Al fine di ridurre il deficit commerciale americano, il Presidente Donald Trump annunciò l’introduzione di tariffe del 25% sulle importazioni di acciaio e del 10% su quelle di alluminio da diversi Paesi. Chiaramente, le misure protezioniste si rivolgevano in primo luogo alla Cina, il più grande produttore mondiale di acciaio e alluminio, le cui aziende e il cui governo erano accusati di adottare pratiche commerciali sleali.

A questa iniziativa, il governo di Pechino rispose con una lista di 128 prodotti statunitensi su cui sarebbero stati applicati dazi tra il 15 e il 25%. Tale misura venne condizionata al risultato dei negoziati commerciali con Washington. Durante i negoziati, Usa e Cina raggiungono una bozza di accordo, con Pechino che accettava di impegnarsi a ridurre «significativamente» il suo surplus commerciale. Ciononostante, nel luglio dello stesso anno, gli Stati Uniti introdussero nuovi dazi del 25% su alcuni prodotti di importazione cinese (tra cui auto, dischi e componenti di aerei ) per un valore complessivo di 34 miliardi di dollari. La Cina, a sua volta, rispose con tariffe uguali su prodotti agricoli, automobili e prodotti navali statunitensi. Nei mesi successivi vennero stabilite nuove tariffe commerciali da entrambi i Paesi, con un botta e risposta tipico di una escalation di misure protezionistiche. Le schermaglie tariffarie subirono una sosta verso la fine dell’anno, tuttavia la tregua non è durata molto e le tensioni sono riprese nel maggio scorso, quando Washington ha fatto scattare i dazi sui 200 miliardi di dollari di importazioni cinesi (misura annunciata in precedenza e poi sospesa). Il Presidente Trump ha intenzione di colpire un settore di rilevanza fondamentale come quello delle telecomunicazioni, vietando alle aziende americane l’utilizzo di apparecchiature di telecomunicazione straniere ritenute a rischio per la sicurezza. Uno dei destinatari della misura è, infatti, senza dubbio il gigante cinese Huawei. Un ulteriore tentativo di negoziato viene effettuato in occasione del G20 di Osaka, ma anche in questo caso esso si è rivelato piuttosto vano. Difatti lo scorso agosto, Trump ha annunciato l’applicazione di tariffe del 10% su 300 miliardi di dollari di importazioni cinesi dal 1° settembre. Per reazione, Pechino si è mosso attivando la leva valutaria, consentendo allo yuan di scendere sotto le 7 unità rispetto al dollaro, inducendo una svalutazione in grado di compensare i dazi introdotti e restituire competitività alle merci cinesi.  Naturalmente questa mossa ha spinto Washington ad accusare Pechino di manipolare la sua moneta al fine di sostenere le sue esportazioni, dando sostanza alle accuse americane circa il comportamento scorretto delle autorità cinesi. Di conseguenza il 1° settembre gli Stati Uniti hanno confermato le misure annunciate e adottato nuove tariffe del 15% su una serie di prodotti cinesi (tra cui vestiti, calzature, elettrodomestici e televisori a schermo piatto). Contemporaneamente, il governo cinese ha istituito nuovi dazi su auto e greggio statunitensi. Inoltre, Pechino ha allo stesso tempo presentato un ricorso all’Organizzazione Mondiale del Commercio contro i dazi imposti da Washington, chiedendo come da procedura l’avvio di consultazioni con la controparte al fine di arrivare ad una soluzione negoziale. Il 5 settembre il Ministro del Commercio cinese ha annunciato che i nuovi negoziati commerciali ad alto livello dovrebbero avere luogo all’inizio del mese di ottobre.

La tensione innescata da questa disputa commerciale si stanno ripercuotendo sul resto degli scambi, rendendo incerte le prospettive del commercio internazionale. È interessante dunque effettuare qualche considerazione in merito alla dinamica in atto e alle ragioni che sono alla base delle decisioni economiche dei due attori. In primo luogo, va visto qualche dato inerente l’andamento degli scambi internazionali.

In particolare, si può osservare che la quota degli Stati Uniti di esportazione mondiale di merci nel 2018 è stata dell’8,8 % (rispetto al 21,6 % del 1948), mentre per quanto concerne le importazioni di merci, sua la quota è stata pari al 13,5 %, dato piuttosto stabile negli anni. Diversamente, la quota cinese di esportazioni a livello mondiale è giunta al 13,1 % (rispetto allo 0,9 % del 1948), quella relativa alle importazioni è arrivata all’11 %, con una evidente crescita rispetto allo 0,6 % del 1948 o anche all’1,1 % del 1983. Nel complesso per il 2018, la Cina si presenta come la principale Nazione esportatrice di merci al livello mondiale, con una quota del 12,8 %, seguiti dagli Stati Uniti (8,5%); quest’ultimo si conferma il principale importatore con una quota del 13,2 %, seguito dalla Cina (10,8%)[1].

I dati pubblicati dal Dipartimento del Commercio USA relativo al 2017, mostrano un interscambio tra Cina e Stati Uniti di 636 miliardi di dollari, facendo del Paese asiatico il primo partner commerciale di Washington. Ma è anche il Paese nei confronti del quale gli Stati Uniti registrano il maggiore disavanzo commerciale per un valore di 375 miliardi di dollari, in aumento rispetto al 2016[2]. Una tendenza confermata anche per il 2018; difatti, per quanto riguarda gli scambi commerciali, secondo i dati elaborati dall’International Trade Centre sulla base delle statistiche dell’US Census Bureau, nel 2018 la Cina ha registrato un surplus di 360 miliardi di dollari in rapporto agli scambi a livello globale. Inoltre, sempre con riferimento al 2018, gli Stati Uniti presentano un deficit della bilancia commerciale con la Cina pari a 443 miliardi di dollari, con le esportazioni che si fermano a 120 miliardi e le importazioni arrivano a 563 miliardi di dollari. Complessivamente, negli scambi a livello globale gli Stati Uniti risultano avere un saldo negativo di 946 miliardi di dollari[3].

Alla luce dei dati elencati, si può pensare che gli Stati Uniti vogliano frenare il potenziale commerciale della Cina oltre che ridurre il proprio disavanzo della bilancia commerciale. Ciò nonostante la performance dell’economia americana registri dei risultati positivi, probabilmente perché si intravedono nel lungo periodo rischi per la produzione degli Stati Uniti e i relativi posti di lavoro. Solitamente i dazi costituiscono un onere aggiuntivo che grava sulla merce importata, aumentandone il prezzo, modificando in tal modo la ragione di scambio internazionale. In altre parole, il Paese che introduce il dazio sarebbe in grado di ottenere una quota maggiore di beni importati per unità di bene esportato, rispetto alla situazione ideale in assenza di dazio. Ciò, per giunta, dovrebbe condurre ad una sostituzione delle merci importate da parte delle imprese nazionali, che in tal modo beneficerebbero di una maggiore protezione rispetto alla concorrenza delle imprese estere. Va detto, inoltre, che gli Stati Uniti affermano di agire per contrastare le pratiche “sleali” cinesi che alimentano un commercio condotto da imprese sovvenzionate dallo Stato oppure sostenuto dalla vendita sottocosto da parte delle imprese nazionali. In questo caso, dal punto di vista del commercio internazionale si tratterebbe di compensare il vantaggio altrui mediante l’introduzione di ostacoli alle esportazioni di merci.

Tuttavia, questo braccio di ferro commerciale tra Cina e Usa rischia di generare effetti non prevedibili e che possono facilmente andare fuori controllo. Oltre alla inevitabile riduzione degli scambi bilaterali tra i due Paesi, la disputa commerciale potrebbe innescare una reazione a catena capace di determinare una frenata del commercio internazionale ed una conseguente contrazione della crescita a livello mondiale. Si sa, infatti, che dal punto di vista teorico il tentativo di stabilire un dazio ottimo vantaggioso per il Paese si traduce in un beneficio di breve periodo, il quale può essere del tutto annullato in seguito all’introduzione, a guisa di ritorsione, di misure protezionistiche da parte di altri Paesi. L’effetto di lungo periodo consisterebbe pertanto in una contrazione degli scambi e in una perdita di benessere per i Paesi che partecipano al commercio internazionale.

L’attuale sistema di scambi multilaterale costituisce in buona sostanza il risultato di un processo graduale di liberalizzazione commerciale e di riduzione tariffaria. Questo sistema ha conosciuto nel tempo una crescente regolamentazione, con l’Organizzazione Mondiale del Commercio che ha aumentato gli spazi di negoziazione multilaterale e ha predisposto dei meccanismi in grado di sorvegliare sul rispetto delle regole relative al commercio internazionale. Ciò non toglie che gli Stati possano decidere di fare pressioni sul sistema degli scambi al fine di perseguire i propri obiettivi economici.  Le iniziative protezioniste di Trump rischiano di corrodere la fiducia necessaria all’apertura commerciale e di innescare una catena di misure protezionistiche; ciò specialmente se il meccanismo per certi versi di ritorsioni controllate affidato all’OMC dovesse saltare. Il risultato sarebbe una compressione degli scambi internazionali e un consequenziale calo della produzione.

Chiaramente al di là della questione strettamente legata agli scambi internazionali, il discorso non può non sfociare nell’analisi circa il possibile confronto strategico sino-americano. Per questi ultimi, Pechino rappresenta il competitor strategico, il quale porta avanti una politica volta ad acquisire un ruolo di grande potenza di livello globale. L’idea è che gli Stati Uniti intuiscano la sfida di lungo periodo rappresentata dalla Cina, dal momento in cui il vantaggio commerciale è in grado di tradursi in influenza economica e successivamente in potere politico, alterando in tal modo i rapporti di forza a livello internazionale. Washington in altre parole starebbe sfruttando la sua forza economica e militare per ostacolare le ambizioni cinesi e compromettere il suo potenziale. Si può, però, osservare come l’introduzione di misure protezionistiche potrebbe in ultimo condurre così come in passato al rafforzamento di legami regionali, dal momento in cui le economie dominanti tendono a formare delle aree di influenza economica in risposta alla chiusura commerciale (come avvenuto ad esempio negli anni ’30 a seguito dell’adozione di politiche protezioniste). In questa prospettiva, la battaglia commerciale tra Pechino e Washington non è altro che un atto del confronto di lungo periodo per la leadership globale; questo scontro sistemico, però, può avere di costi enormi per l’economia mondiale a meno di non raggiungere un compromesso sulle regole del sistema internazionale.


[1] WTO – World Trade Statistical Review 2019

[2] http://www.infomercatiesteri.it/highlights_dettagli.php?id_highlights=12910

[3] Dati: International Trade Centre. http://www.intracen.org/ )

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