Le preoccupazioni strategiche degli europei durante l’equilibrio bipolare e le iniziative francesi.

Dall’inizio della Guerra fredda, le relazioni transatlantiche erano condizionate da considerazioni di ordine strategico. Inizialmente, la copertura statunitense nei confronti dell’Europa occidentale si traduceva in termini strategici con il concetto di deterrenza estesa, vale a dire l’idea di ampliare il raggio della deterrenza al di là del proprio territorio. Secondo questa impostazione un attacco sul suolo europeo equivaleva ad un attacco al territorio statunitense, per cui si rendeva necessaria la stessa reazione1. Chiaramente, ciò comportava il rischio per gli Stati Uniti di essere trascinati in un conflitto europeo implicante l’uso dell’arma nucleare. Si trattava della garanzia massima di cui potessero godere gli europei, a condizione che la minaccia statunitense rimanesse credibile. Per gli europei si trattava dell’ammissione della loro inferiorità e dipendenza strategica; essi riconoscevano tale condizione e non potevano non accettarla, ma chiedevano che questa garanzia non fosse troppo volatile o subordinata agli interessi americani.

Questi nodi strategici erano difficili da sciogliere, specialmente dal momento in cui il rischio per gli Stati Uniti di essere coinvolti in un conflitto e di subirne le conseguenze in maniera diretta sul proprio territorio divenne più concreto. Nel 1957 gli URSS lanciarono in orbita o Sputnik I, con il quale dimostrarono di avere la capacità missilistica di colpire il suolo americano. A quel punto, gli Usa si scoprono vulnerabili e compresero che via via stanno perdendo il monopolio nucleare. Prendeva corpo l’idea che entrambe le superpotenze fossero in grado di resistere ad un first strike e di sferrare un contrattacco. Alla luce di ciò, la dottrina della rappresaglia massiccia acuiva il problema strategico dato che imponeva una risposta nucleare in seguito ad un attacco sovietico, riducendo gli spazi di manovra. La difesa dell’Europa occidentale, fondamentale sul piano geopolitico rischiava di risvegliare l’incubo originario relativo al pericolo di essere trascinati in un conflitto a causa degli europei; il timore degli americani riaffiorava e ritornava in una forma di uno scontro nucleare.

Queste considerazioni di natura strategica non poteva non insinuare dei dubbi sulla natura della relazione tra Stati Uniti e Europa occidentale. Nello specifico, gli europei iniziarono a chiedersi se gli Stati Uniti sarebbero corsi in ogni caso in difesa dei Paesi europei qualora i sovietici avessero intrapreso un attacco circoscritto al territorio europeo. Ciò alla luce della possibilità per Washington di subire un contrattacco atomico da parte dell’URSS. L’interrogativo che ossessionò i governanti europei era se gli americani sarebbero stati disposti a “sacrificare New York per difendere Amburgo”. In questo dubbio si giocava tutta l’affidabilità dell’ombrello strategico americano e il ruolo di guida degli Stati Uniti. Alla luce di tali considerazioni, l’amministrazione americana iniziò a rivedere il proprio approccio per ridurre i dilemmi strategici e riaprire gli spazi di manovra. Si iniziava a considerare l’ipotesi di “guerre nucleari limitate” caratterizzate dall’utilizzo di armi nucleari tattiche e dalla distruzione delle forze del nemico. Questi ordigni con un raggio di azione limitato avrebbe consentito un controllo dell’escalation, togliendo gli Stati Uniti dal dilemma strategico di rischiare di subire un attacco per proteggere gli europei. L’amministrazione americana avrebbe potuto prendere in considerazioni altre opzioni che non fossero il first strike nucleare in caso di attacco limitato sovietico. L’impostazione strategica degli Stati Uniti si stava modificando a favore di una risposta flessibile, ossia proporzionata alla offesa realizzata o minacciata. Il pensiero strategico statunitense andava, dunque, verso una deterrenza bilanciata1, nella quale venivano rivalutati gli armamenti convenzionali, coi cui è possibile affrontare il nemico e allo stesso tempo controllare l’escalation militare. Si fece strada l’idea di una sorta di difesa avanzata. Coerentemente a questo pensiero strategico La NATO decise nel 1957 di schierare missili balistici a raggio intermedio in Gran Bretagna, Turchia e Italia; vennero anche formati dei depositi di testate nucleari sul territorio europeo2. Inoltre, allo stesso tempo bisognava spingere i membri dell’Alleanza Atlantica ad aumentare le risorse destinate agli armamenti convenzionali.

Naturalmente, restava la possibilità di intervenire come garante di ultima istanza della sicurezza europea. Tuttavia l’idea di una “deterrenza estesa” si era indebolita alimentando nuove incertezze tra i governi europei. Parte della deterrenza veniva in un certo senso “appaltata” ai Paesi europei, i quali iniziano a realizzare la possibilità di ritrovarsi in una guerra nucleare limitata al solo territorio europeo, con le due Superpotenze ai margini del conflitto e ben attente a non portare l’eventuale conflitto ad un livello estremo. In questo modo, dal punto di vista geostrategico avveniva una sorta di decoupling tra le due sponde dell’Atlantico; la sicurezza dei Paesi europei finiva con l’essere separata sul piano strategico da quella degli Stati Uniti. Da qui l’istintiva tentazione dei leader del Vecchio Continente di costituire le basi di una deterrenza propriamente europea. In particolare fu la Francia ad avvertire con maggiore preoccupazione questa vulnerabilità strategica; il governo di Parigi ebbe modo di manifestare le proprie rimostranze in occasione della seconda crisi di Berlino nel 1958. Quest’ultima diede una spinta decisiva alle iniziative della Francia di assurgere a leader dell’Europa occidentale. A tal fine, De Gaulle tentò di coinvolgere Adenauer nelle sue iniziative. Entrambi erano accomunati dall’insoddisfazione nei confronti del funzionamento della NATO e delle divergenze politiche al suo interno. Nel 1958 De Gaulle propose ad Adenauer l’istituzione di un meccanismo di “consultazione permanente” tra Parigi e Bonn. Allo stesso tempo, Il governo francese propose la costituzione di un direttorio a tre (Tripartite directorate – Triumvirate) all’interno dell’Alleanza Atlantica con Francia, Gran Bretagna e USA. In altre parole Da Gaulle mirava ad avere un ruolo maggiore nella definizione della strategia dell’Alleanza, Nella sua idea la Francia aveva “bisogno di alleati e non di protettori”. L’idea di fondo di queste iniziative talvolta in antitesi tra loro, e che denotava l’opportunismo e le ambizioni della Francia, era che la sicurezza andava perseguita rafforzando il legame transatlantico, portandolo su un piano di livellamento interno, oppure andava raggiunta rivolgendosi direttamente alla Germania occidentale. Per De Gaulle la crisi di Berlino era la dimostrazione che gli Stati Uniti non avrebbero difeso l’Europa a tutti i costi e che la loro garanzia si era rivelata illusoria. Se le armi nucleari erano presenti sul suolo francese ma non potevano essere utilizzate perché la decisione spettava ad un’altra potenza, allora significava che il Paese non poteva contare sul deterrente nucleare. Egli iniziò a sostenere, perciò, che la “difesa della Francia doveva essere francese”. La creazione del Live Oak, un gruppo di pianificazione militare alleato , sembrava andare nella direzione auspicata da De Gaulle circa la creazione di un triumvirato. Ma le aspettative furono disattese. Infatti, le successive iniziative francesi furono rigettate dagli alleati. Contemporaneamente la Francia aveva effettuato la prima esplosione nucleare nel Sahara. Parigi iniziò quindi a dare segnali riguardanti l’inadeguatezza della NATO nella difesa europea. Nel 1959 De Gaulle comunicò il ritiro della flotta mediterranea francese dal Comando Integrato NATO; inoltre, annunciò la rimozione delle testate nucleari americane sul territorio francese.

Di fronte al fallimento di queste iniziative, il governo di Parigi decise di puntare ancora di più sulla cooperazione con la Germania Ovest, cercando di sottrarla all’abbraccio con gli Stati Uniti. Nel luglio del 1960 De Gaulle e Adenauer si incontrarono a Rambouiller. Le proposte di De Gaulle tendevano a convincere i tedeschi a sostenere i progetti nucleari francesi che in prospettiva avrebbero costituito un valido deterrente tutto europeo nei confronti di una eventuale minaccia sovietica. Questi argomenti però non riuscirono a convincere il Cancelliere tedesco, che rimaneva sospettoso circa le finalità egoistiche del progetto francese. Egli rimarcò il fatto che una forza nucleare francese avrebbe alterato gli equilibri europei senza costituire per la Germania una efficace alternativa all’ombrello americano. Per Adenauer il dialogo con la Francia serviva, molto probabilmente, come strumento di pressione nei confronti degli americani affinché si impegnassero maggiormente in Europa. L’erezione del muro che divideva la città di Berlino nell’agosto del 1961 era la riprova per De Gaulle della inaffidabilità della politica di difesa americana e del fatto che questa non era in grado di tutelare gli interessi europei. Nel settembre 1962 De Gaulle andò in visita ufficiale in Germania Ovest sapendo che la collaborazione con quest’ultima era essenziale per portare avanti il progetto francese. Parigi in altre parole aveva bisogno della forza e della stabilità economica tedesca, fermo restando il suo impegno al mantenimento delle due Germanie all’interno dei rispettivi blocchi. Obiettivo quest’ultimo che trovava l’appoggio della Gran Bretagna. Chiaramente, alla Germania le proposte francesi interessavano nella misura in cui avrebbero favorito la sua riabilitazione sulla scena internazionale. In questo modo, tra reciproci sospetti e ambiguità, si stavano ponendo le basi di un asse franco-tedesco quale perno di una Europa in cerca di una maggiore indipendenza strategica dagli Stati Uniti.

di Pasquale di Nuzzo

Analista di Geopolitica e Relazioni Internazionali

  1. Francesco Maria Greco, Grande crisi e ordine internazionale.L’Italia fra Europa e Stati Uniti. Edizioni Scientifiche Italiane. 2003.
  2. Richard Crockatt, Cinquant’anni di guerra fredda, Editore Salerno, 1997.
  3. Francesco Maria Greco, Grande crisi e ordine internazionale.L’Italia fra Europa e Stati Uniti. Edizioni Scientifiche Italiane. 2003.

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