Le Potenze europee alla conquista del Nuovo Continente. Le radici europee degli Stati Unti d’America.

A dispetto di quanto affermato dal Presidente Trump nel corso di un incontro bilaterale con il Presidente della Repubblica Mattarella, in riferimento alla presunta comune eredità politica e culturale dei due Paesi risalente fino all’Impero romano, la storia degli Stati Uniti è piuttosto recente e legata ad un atto di conquista territoriale. Difatti, la cosiddetta scoperta del Nuovo Mondo nel 1492 accese l’interesse delle potenze europee nei confronti di quello che il cartografo tedesco Martin Waldseemüller battezzò America, in onore dell’esploratore italiano Amerigo Vespucci. I Conquistadores spagnoli e quelli portoghesi aprirono la strada alla conquista del nuovo Continente seguiti pochi anni dopo da inglesi, francesi e olandesi. Dopo i primi insediamenti di pionieri, un misto di motivazione religiosa e di avventurismo economico spinse sempre più europei a spostarsi al di là dell’Oceano per raggiungere quella che si iniziava a considerare come una vasta land of opportunity.

La colonizzazione del Nord America aveva tratti differenti rispetto alla ondata di colonizzazione che aveva interessato la parte meridionale del Continente americano, guidata in particolare da Spagna e Portogallo. Il sistema economico di questi due Paesi si tradusse in un colonialismo finalizzato prevalentemente alla predazione delle materie prime del territorio conquistato; diversamente, i coloni che giunsero al Nord si rifacevano ad un diverso modello economico, ispirato all’etica protestante e allo sviluppo capitalistico; si trattava in prevalenza di inglesi e francesi, i quali trovarono un territorio molto favorevole all’agricoltura e al commercio e ne approfittarono, istituendo nuove comunità. Le nuove colonie, perciò, subirono in buona parte l’impronta dell’Inghilterra, un Paese che aveva rappresentava un modello diverso di relazioni economiche, e offrirono condizioni geografiche e politiche favorevoli per avviare un importante sviluppo economico.

La spinta colonizzatrice degli inglesi esplose dopo il 1588, quando il tentativo spagnolo di sottomettere l’Inghilterra fu sventato da Elisabetta I. Uno dei primi nuclei di colonizzazione britannica venne istituito all’inizio del Seicento dalla Compagnia di Londra in Virginia, chiamata così proprio in onore di Elisabetta I, conosciuta come la Regina Vergine, non essendosi mai unita in matrimonio. Lì i coloni vi installarono un sistema economico basato sulle piantagioni di riso e tabacco e sulla manodopera degli schiavi. Una seconda area di insediamento si organizzò invece più a Nord, nei territori della cosiddetta Nuova Inghilterra (New England); l’impresa avvenne per opera della Compagnia della Baia del Massachussetts, una società fondata nel 1629 da un gruppo di puritani per concessione del re Carlo I1; qui si stabilirono esponenti del puritanesimo, un tipo di cristianesimo protestante molto rigoroso. Essi avevano come obiettivo principale la creazione di una comunità basata autenticamente sugli insegnamenti evangelici, lontano dalla corruzione del Vecchio mondo. Una terza area di colonizzazione, la regione del Middle Atlantic, nel 1624 venne raggiunta dagli olandesi, che avevano occupato la valle del fiume Hudson. Gli olandesi erano rivali degli inglesi sul piano commerciale e nel 1664 Carlo II d’Inghilterra iniziò una guerra contro i primi, i quali furono infine sopraffatti. Il re inglese consegnò a suo fratello Giacomo, duca di York, una vasta terra compresa tra i fiumi Connecticut e Delaware; la Nuova Olanda divenne così la Provincia di New York, e dal villaggio chiamato Nuova Amsterdam nacque l’odierna New York City. Nella stessa area un nuovo nucleo di migranti si insediò nell’attuale Pennsylvania; quest’ultima venne fondata nel 1681 da William Penn su concessione di Carlo II d’Inghilterra. Più a Sud invece, tra la Virginia e la Florida spagnola venne fondata nel 1663 la Carolina, chiamata così in omaggio alla moglie di re Carlo II; era stato quest’ultimo a concedere questa proprietà ad un gruppo di sostenitori che lo avevano aiutato nella riconquista del trono.

Questi nuovi insediamenti di migranti di origine germanica e inglese andarono a formare uno dei cardini dell’organizzazione sociale e religiosa degli Stati Uniti1. Pian piano, tra questi gruppi eterogenei emerse un sentimento di comunanza e di diversità rispetto all’Europa. Le tradizioni feudali europee e i concetti di nobiltà erano stati lasciati in Europa e sostituiti con una morale che privilegiava il lavoro e i valori economici. La censura religiosa aveva ceduto il passo ad un certo pluralismo religioso. Molti coloni erano fuggiti dalla povertà e dalle persecuzioni politiche e religiose e covarono un atteggiamento critico nei confronti dell’Europa e vedevano nelle colonie americane il terreno in cui costruire un modello di pluralismo e tolleranza. Gli immigrati che man mano approdavano nel Nuovo Mondo avevano la convinzione di voler recidere ogni legame con la madrepatria, di chiudere definitivamente con il passato europeo. Non si trattava naturalmente di rinnegare le proprie origini, ma di confinarle ad una dimensione del passato per costruire un contesto politico-sociale nuovo, privo dei condizionamenti e delle conflittualità che caratterizzavano le società europee. Vi erano le condizioni per dare vita ad una economia libera dai residui feudali e degli ostacoli culturali del Vecchio Mondo, producendo una forma più pura di capitalismo. Per Samuel Huntington gli americani discendono proprio da quei settlers, i coloni anglo-protestanti, che hanno forgiato l’identità americana, inserendo nel loro DNA il protestantesimo, fondato sull’etica del lavoro e sulla responsabilità individuale. Il popolo americano aveva, dunque, preso il meglio dell’Europa, riuscendo a piantare quello che era il “germe teutonico” o “britannico” nel terreno vergine e fertile degli Stati Uniti2. Per certi versi, per i primi coloni del Nuovo Mondo le Americhe costituivano “una nuova scena su cui rappresentare la possibilità di un ordine morale”3.

Questa crescente consapevolezza circa la diversità con il Vecchio mondo produsse un atteggiamento ambivalente con confronti di esso: i coloni si consideravano emanazione dei valori e del sistema inglese ed europeo, ma allo stesso tempo concepivano se stessi come l’evoluzione di quegli stessi valori, depurati dei vizi europei e portati alla loro autenticità. Questa doppia percezione nei confronti del Vecchio mondo generò a poco a poco un sentimento americano di insofferenza che non poteva alla lunga non alimentare tensioni con la madrepatria. Un qualcosa di analogo si verificò sul piano economico. La Gran Bretagna aveva instaurato importanti rapporti commerciali con le colonie americane e contribuito con i capitali provenienti da essa a porre le basi di un sistema economico dinamico. Anche in questo caso, nel contribuire alla crescita delle colonie americane i britannici posero le basi di una repulsione nei confronti della stessa madrepatria; la crescita dell’economia finì per assumere un connotato ideologico ed escatologico, dovendo servire a compiere la missione che Dio aveva affidato ai coloni americani. Si stava pian piano instillando nelle menti dei coloni l’idea di un “destino eccezionale”1 (Jonathan Edwards) che caratterizzava l’America anglofona. Queste forze portarono ad una crescente insofferenza nei confronti delle Potenze europee. Quasi come un processo fisiologico, le colonie americane iniziarono a definire dei propri ideali e una propria economia, come un figlio che cresce e intende separarsi dai genitori per seguire la propria strada. Lo scontro e la separazione, dunque, appaiono retrospettivamente come un naturale e fisiologico desiderio di autodeterminazione. Il compimento di un naturale distacco da ciò che era il centro che gli aveva donato la linfa vitale. Le colonie nascono come seconda Europa e da essa erano destinati a separarsi.

di Pasquale di Nuzzo

Analista di Geopolitica e Relazioni Internazionali

  1. Quando arrivarono a Boston, il puritano John Winthrop fece un discorso in cui affermò che la loro comunità sarebbe stata “come una città in cima a una collina, con gli occhi di tutti puntati su di noi….una storia e un esempio per tutto il mondo”. Robert V. Remini, Breve Storia degli Stati Uniti d’America, p.21
  2. Paolo Naso,“La penna di Jefferson, la clava di Trump”, in USA-Germania, duello per l’Europa. Limes 05/2017
  3. Manlio Graziano, L’isola al centro del mondo. Una geopolitica degli Stati Uniti, Il mulino, 2018
  4. Henry Kissinger, Ordine mondiale, Mondadori, Milano, 2015, p. 237.
  5. Giovanni Borgognone, Storia degli Stati Uniti. La democrazia americana dalla fondazione all’era globale, Feltrinelli, 2017

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