Le origini della dottrina di Monroe e la sua importanza nella politica estera statunitense.

Dopo l’indipendenza degli Stati Uniti i principi dell’isolazionismo e del “non coinvolgimento” negli affari europei cominciarono a sedimentarsi nel pensiero politico del Paese. Tali principi trovarono una prima concreta applicazione nel messaggio inviato dal Presidente americano James Monroe al Congresso nel dicembre del 1823. Si trattò in effetti della prima dottrina di politica estera del Paese. Con quella dichiarazione, elaborata in realtà dal suo segretario di Stato John Quincy Adams, Monroe intendeva declinare l’invito della Gran Bretagna ad intervenire al suo fianco nel Continente americano per riportare l’ordine nelle colonie spagnole del Sud America. La Gran Bretagna era interessata ad ostacolare l’intervento francese diretto a sostituire il controllo francese a quello spagnolo. Per questo il governo inglese chiamò in causa gli Stati Uniti ben sapendo che, data la debolezza relativa di questi ultimi, esso avrebbe finito per assumere il pieno controllo delle operazioni. Adams non volle dare seguito alla proposta di una dichiarazione congiunta anglo-americana, al contrario sostenne l’adozione di una risposta autonoma degli Stati Uniti, potendo cogliere l’opportunità “per prendere posizione contro la Santa Alleanza e al tempo stesso declinare la proposta della Gran Bretagna” (1).

Con la dottrina Monroe gli Stati Uniti intendevano motivare il loro non intervento sostenendo che esso era dovuto al fatto che gli Stati Uniti riconoscevano il diritto di quei Paesi all’autodeterminazione e affermando che le Nazioni europee avrebbero dovuto trattenersi dall’intervenire negli affari americani, così come gli Stati Uniti facevano in riferimento alle questioni europee. Il primo punto citato rappresenta l’aspetto idealistico della dottrina, legato al riconoscimento del diritto di affrancarsi dalla occupazione coloniale; nell’ottica americana, politica di potenza in stile europeo e colonialismo erano due facce della stessa medaglia, entrambe da aberrare. Il Continente americano non avrebbe più dovuto essere considerato oggetto di colonizzazione. Il secondo aspetto esprime una connotazione più realista, testimoniando una evoluzione della politica isolazionista degli Stati Uniti verso un raggio continentale, laddove finora essa era rimasta circoscritta ad un piano nazionale, in ossequio alla impostazione originaria dettata da Washington. Veniva ribadito, inoltre, il principio del “non coinvolgimento”, in quanto l’eventuale coinvolgimento in un conflitto tra Potenze europee avrebbe messo a repentaglio la libertà del Paese e per questo motivo gli Stati Uniti avrebbero dovuto assumere un atteggiamento distaccato e neutrale nei confronti delle vicende del Vecchio Continente. La posizione espressa da Monroe fu l’espressione dell’isolazionismo e della cosiddetta “diplomazia dei principi”, i quali divennero i punti fermi della politica estera statunitense. Anche Fernand Braudel definiva l’isolazionismo come “uno dei tratti fondamentali degli Stati Uniti” (2)

Effettivamente per alcuni versi, però, la dottrina Monroe, proclamata in nome della totale estraneità degli Stati Uniti rispetto alla politica europea, fu un puro prodotto della politica europea (3). Mascherata dalla dottrina Monroe gli Stati Uniti perseguirono obiettivi terreni e in linea con le indicazioni del realismo politico (espandere il commercio, estendere la propria influenza e accrescere la propria potenza). Gli Stati Uniti temevano che la Spagna potesse intraprendere delle azioni dirette a riconquistare le sue ex colonie sudamericane, di cui avevano peraltro avevano riconosciuto l’indipendenza. Lo scopo immediato del Presidente Monroe era quindi quello di tenere lontani dal nuovo continente francesi e spagnoli, sapendo di poter contare sulla flotta britannica. In quella fase, naturalmente, gli Stati Uniti non possedevano ancora i mezzi necessari per opporsi alle Potenze europee e per intervenire ad ampio raggio nell’intero Continente (4). Il Paese era infatti impegnato nel consolidamento interno e riversava la sua attenzione in modo prevalente agli interessi economici, raggiungibili in quella fase senza una politica estera attiva e senza una grossa mobilitazione di risorse militari, sviluppandosi principalmente all’interno delle frontiere.

La dottrina Monroe potè essere imposta solo giacché anche la Gran Bretagna aveva interesse ad evitare che Francia e Spagna tornassero in possesso delle loro antiche colonie e soprattutto fu applicabile solamente grazie al ruolo della Royal Navy. Ciò significa che la potenza marittima britannica aderì alla dottrina Monroe per gran parte del secolo. La Gran Bretagna rappresentava l’indiscutibile potenza egemone mondiale, padrone degli oceani e arbitra dei destini in Europa. Ciononostante, con la dichiarazione di Monroe gli Stati Uniti si candidavano a diventare il maggior rivale strategico della Gran Bretagna nell’emisfero occidentale. Conseguentemente, la Gran Bretagna iniziava ad essere vista, come fa notare Kissinger, come “la principale minaccia strategica” degli Stati Uniti1. Per queste ragioni, parte della dichiarazione di Monroe aveva un carattere che si può definire programmatico o di prospettiva; in particolare Monroe affermò che gli USA non solo non avrebbero riconosciuto alcun mutamento di sovranità, ma che avrebbero considerato come atto ostile nei loro confronti, e non già dei Paesi in questione, un eventuale intervento europeo in Sud America effettuato in spregio al monito contenuto nella dichiarazione. Questa affermazione di carattere programmatico tradiva un intento egemonico da parte degli Stati Uniti, il quale non tardò a manifestarsi, e che poteva considerarsi una espressione in nuce di quell’idea che vedeva il mondo suddiviso in pan-regioni, ciascuna guidata dal proprio leader. Monroe probabilmente intuiva che il proprio Paese aveva tutte le condizioni geografiche e politiche per arrivare ad avere quel ruolo nell’emisfero occidentale.

di Pasquale di Nuzzo

Analista di Geopolitica e Relazioni Internazionali

  1. Robert V. Remini, Breve Storia degli Stati Uniti d’America, Bompiani Ed. 2017, p. 108
  2. Fernand Braudel, Grammaire des civilisations, p 649-650.
  3. Manlio Graziano, L’isola al centro del mondo. Una geopolitica degli Stati Uniti, Il mulino, 2018 p.116.
  4. Questa circostanza consentì, infatti, alle potenze europee di intervenire regolarmente e pressoché senza ostacoli nei Paesi sudamericani in difesa degli interessi economici, minacciati dalla cronica instabilità dei regimi instauratisi nelle ex-colonie.
  5. Kissinger, Diplomacy, New York, Simon & Schuster, 1994

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