L’ascesa della Germania nazista e l’atteggiamento degli Stati Uniti.

Dal punto di vista politico, una delle conseguenze più significative della crisi economica del ’29 fu il riproporsi in Europa della minaccia tedesca. Nel 1931, Germania e Austria, unite dalle difficoltà economiche, predisposero un piano di Anschluss economico (Angleichung). Il progetto Curtius-Schober, dal nome dei ministri degli esteri austriaco e tedesco che lo proposero, venne considerato il preludio ad un Anschluss politico e incontrò la ferma opposizione di Francia e Italia. Questi ultimi, nonostante i difficili rapporti, trovarono un terreno di collaborazione e riuscirono a far affossare il progetto ancora prima che la Corte dell’Aja ne stabilisse la incompatibilità rispetto al Protocollo di Ginevra del 1922. Allo stesso tempo, si assistette all’avanzata della componente nazionalsocialista in Germania. Nel 1932 l’NSDAP raggiunse i 230 seggi e ottenne la maggioranza all’interno del Reichstag. Il Presidente Hindenburg conferì l’incarico a Hitler di formare un nuovo governo, il quale adottò una politica revisionista puntando a smantellare tutte le condizioni imposte a Versailles. Le potenze democratiche iniziarono ad intraprendere delle iniziative di contenimento per cercare di frenare le ambizioni tedesche.

Nel luglio 1934, il fallito putsch in Austria e l’assassinio del cancelliere Dollfuss, dietro il quale vi fu evidentemente lo zampino nazista, indussero Francia, Gran Bretagna e Italia ad effettuare una dichiarazione congiunta di sostegno all’indipendenza austriaca. Il 1 marzo del 1935 il territorio della Saar, a seguito del referendum sullo status territoriale in cui il 90% degli abitanti optò per l’incorporazione nella Germania, tornò ad essere parte del territorio tedesco; ciò rappresentò il primo ingrandimento territoriale della Germania. Sempre nel marzo 1935 Hitler decise di procedere al riarmo della Germania reintroducendo la coscrizione obbligatoria, compiendo la prima violazione di rilievo del Trattato di Versailles; nel mese successivo i governi di Londra, Parigi e Roma si unirono nel cosiddetto Fronte antirevisionista di Stresa, che voleva essere una sorta di monito al Führer; questa iniziativa si rivelò piuttosto blanda e inconsistente, e costituì l’ultima tappa delle iniziative europee di contenimento della Germania nazista.

Nel giugno 1935 Gran Bretagna e Germania firmarono un accordo navale, con il quale il governo di Londra tentò di regolamentare il riarmo navale tedesco, accettando un rapporto in termini di tonnellaggio di 35 a 100. Per certi versi l’accordo navale anglo-tedesco portò allo scoperto le intenzioni dei britannici; esso dissolveva lo “spirito di Stresa” e poneva le basi della cosiddetta politica di appeasement. Nel dicembre del 1935 venne convocata a Londra una seconda conferenza sul disarmo navale. La Conferenza si ridusse ad un trattato firmato da Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti. Il Giappone seguì l’esempio tedesco e non partecipò alla Conferenza, mentre l’Italia non firmò l’accordo. Il nuovo trattato non introdusse impegni sostanziali; esso conteneva tra l’altro una “clausola di escalation”, voluta dagli Stati Uniti, che prevedeva la possibilità di sforare i limiti qualora gli altri Paesi firmatari del Trattato di Washington non avessero accettato le nuove limitazioni.

In Francia le politiche del Fronte Popolare al potere nel 1936 contribuirono alla svalutazione del franco e ciò peggiorò la fuoriuscita di oro dalle riserve francesi, mettendo in discussione il suo ruolo nel sistema finanziario. L’economia francese iniziava così ad essere dipendente dall’aiuto finanziario anglo-americano1. Oltre agli eventi sul piano finanziario ci furono i mutamenti sul piano politico-diplomatico. Di fronte alla scelta britannica, infatti, il governo francese decise di recuperare i rapporti con l’Unione Sovietica, proponendo un’alleanza per chiudere tra due fronti la Germania. Nel 1935, sulla scia del fallimento del tentativo del ministro degli Esteri francese Barthou di istituire una Locarno orientale, Stalin accettò di firmare un Trattato di reciproca assistenza con la Francia e un Accordo di mutua assistenza con la Cecoslovacchia. Contemporaneamente, in occasione del Settimo Congresso del Comintern, venne ufficializzata la nuova propaganda comunista, che raccomandava l’unione di tutti i popoli amanti della pace contro il nazismo. I rapporti tedesco-sovietici raggiunsero un punto critico. Infatti, con la ratifica dell’accordo franco-sovietico, avvenuta nel 1936, Hitler decise di denunciare i Patti di Locarno, sostenendo, in modo alquanto pretestuoso, che questi erano in contraddizione con la natura offensiva dell’accordo. Difatti, nel marzo del 1936 venne dato il via alla rimilitarizzazione della Renania, violando lo status previsto per quel territorio dal Trattato di Locarno, oltre che dalle clausole del Trattato di Versailles. L’accordo franco-sovietico rimase, tuttavia, lettera morta a causa dell’indisponibilità di Polonia e Romania ad acconsentire al passaggio di truppe sovietiche sul proprio territorio in caso di necessità; questi due Paesi consideravano il pericolo sovietico non minore di quello tedesco. Successivamente, in risposta all’accordo tra Francia e URSS, il Führer stipulò con il Giappone il Patto Anti-Comintern il quale, oltre ad avere una valenza ideologica, mirava a chiudere l’URSS su due fronti, così come l’alleanza franco-sovietica chiudeva a tenaglia la Germania.

La reazione politica degli Stati Uniti: il Neutrality Act.

Il disinteresse e il distacco di Washington nei confronti degli affari internazionali, e in particolare di quelli europei, si aggravarono in seguito ai lavori della Commissione Nye. Si trattava di una commissione del Senato, presieduta dal senatore Gerald Nye, cui Roosevelt aveva affidato il compito di indagare sulle cause che avevano portato al crollo del sistema economico. Nel 1935 la Commissione pubblicò un documento di circa 1.400 pagine in cui emerse il vero motivo che aveva spinto gli Stati Uniti a scendere in guerra nel 1917; si scoprì, in effetti, che l’intervento era stato deciso a seguito delle enormi pressioni provenienti dall’industria degli armamenti e dal mondo della finanza, entrambi gli ambienti preoccupati del rischio che accompagnava gli investimenti europei a causa della guerra. Come reazione a questa nuova consapevolezza circa i reali motivi dell’intervento americano si decise di ridurre il potere delle lobby degli armamenti e i poteri del Presidente, in modo da scongiurare il pericolo di essere trascinati nuovamente in guerra. A tal fine, nell’agosto del 1935 venne approvato il primo “Neutrality Act”. Esso obbligava il Presidente ad applicare l’embargo di armi nei confronti dei belligeranti, impedendo in questo modo la possibilità di adottare l’embargo in maniera selettiva. In effetti, nel caso dell’aggressione dell’Italia all’Etiopia, gli Stati Uniti non aderirono alle sanzioni adottate dalla Società delle Nazioni nei confronti del governo italiano, ma sulla scorta di questa legge bloccarono ogni fornitura di materiale bellico ed entrambi i belligeranti; il Segretario di Stato Cordell Hull preferì in quel caso sollecitare una sorta di “embargo morale” nei confronti dell’aggressore per le categorie non rientranti nella legge di neutralità. Nel febbraio del 1936 venne approvata una seconda legge di neutralità. Quest’ultima, in ragione delle critiche avanzate nei confronti della prima legge, consentiva al Presidente di stabilire l’esistenza o meno dello stato di guerra e di ovviare, in qualche modo, al problema di distinguere tra Stato aggressore e Stato aggredito. Questa modifica rese possibile l’assistenza alla Cina nella guerra non dichiarata con il Giappone. Il problema delle leggi di neutralità era che erano basati sulla convinzione americana che la pace sarebbe stata preservata meglio restando fuori dai conflitti anche al prezzo di favorire l’aggressore.

Nel luglio 1936 esplose la guerra civile in Spagna che opponeva le forze lealiste del governo repubblicano del Fronte Popolare ai nazionalisti, che invece si erano accodati alla ribellione dell’esercito. La crisi spagnola rese più evidenti le spaccature esistenti nella politica europea; La Francia propose che le Potenze si astenessero dall’intervenire nella crisi in Spagna e ricevette subito l’appoggio della Gran Bretagna; essi diedero vita al Comitato del Non-Intervento. Altri Paesi, nonostante l’adesione formale ai lavori del Comitato non mantennero l’impegno dell’astensione. Ne risultò un rafforzamento della cooperazione italo-tedesca in ragione del comune sostegno alle forze di Francisco Franco; una cooperazione che venne sancita con la formazione dell’asse Roma-Berlino. Gli Stati Uniti erano decisi ad evitare la partecipazione agli affari del mondo, e seguendo questa convinzione non parteciparono alle attività del Comitato di Non-Intervento. Dopo lo scoppio della guerra civile in Spagna, Roosevelt propose l’adozione di un provvedimento in grado di estendere l’embargo al contesto spagnolo, non contemplato dalla legge di neutralità in quanto conflitto interno ad uno Stato.

L’atteggiamento statunitense rese il clima tra le due sponde dell’Atlantico piuttosto pesante. L’adozione di tiepide misure prese nei confronti della Germania e del Giappone, in risposta alle loro aggressioni, non fu di conforto a Francia e Gran Bretagna; entrambe sentivano di non essere trattate come potenziali alleati ma di subire passivamente le politiche americane. Le democrazie europee si fecero l’idea che gli Stati Uniti stessero sottovalutando il pericolo nazista. In realtà, Roosevelt guardava con sospetto le mosse di Hitler in Europa. La guerra civile in Spagna aumentò le preoccupazioni americane circa la possibile diffusione del nazi-fascismo, il quale avrebbe in ultimo potuto estendere la propria influenza in America Latina. Tuttavia, le resistenze interne erano ancora troppo elevate. Alla luce di queste resistenza e delle valutazioni di ordine strategico, il governo americano preferiva lasciare in via principale alle Potenze democratiche europee il compito di bilanciare l’espansionismo tedesco.

Nell’aprile del 1937 venne adottata un terza legge di neutralità; ad essa fu attribuito un carattere permanente, che rendeva non necessari i successivi rinnovi, ed estendeva l’embargo ai prodotti e ai materiali strategici impiegabili dai belligeranti. Questa terza legge conteneva anche la clausola del “cash and carry”; si trattava di un misura tesa a favorire un certo sbocco alle merci statunitensi consentendo a belligeranti di acquistarle caricandole sule proprie navi e pagandole in contanti “sul coperchio del barile”1. Tale clausola, a differenza della legge nel suo insieme, aveva una durata di due anni. La legge del 1937 fu l’ultima espressione di una tendenza a deresponsabilizzare il Paese circa gli avvenimenti che si verificavano in altri contesti. La politica estera degli Stati Uniti si stava azzerando. La reazione di Washington si limitava per così dire al piano della disapprovazione verbale e non conteneva alcuna azione concreta; ciò influì sulla fiducia che Francia e Gran Bretagna riponevano nella democrazia americana.

Obiettivi e conseguenze dell’appeasement.

Il premier britannico Neville Chamberlain decise di adottare in pieno la politica di appeasement; egli intendeva favorire la revisione dell’assetto di Versailles assecondando le rivendicazioni tedesche avanzate sulla base del principio di nazionalità, quale discrimine tra una legittima azione di revisione e una vera e propria politica di espansione; dal punto di vista britannico l’atteggiamento poco flessibile della Francia impediva alla Germania di ritornare ad avere un ruolo nell’equilibrio europeo, al contrario consentiva ai tedeschi di giustificare il proprio revanscismo in nome degli abusi subiti a Versailles. In altre parole, il governo britannico era determinato a non farsi trascinare in un impegno militare sul continente a causa dell’ “intransigenza gallica” in merito alle clausole punitive del Trattato di Pace. Oltretutto, per i britannici l’appeasement costituiva una politica necessaria a dare respiro ad una economia in affanno in cui non erano contemplate nuove spese militari e in cui era prioritario il mantenimento della solvibilità del Paese nel mondo e la difesa della sterlina dagli attacchi finanziari. Il cambio di strategia britannico era anche una risposta all’atteggiamento statunitense; Washington aveva sempre mantenuto un atteggiamento contrario alle iniziative britanniche volte ad assecondare le rivendicazioni dei Paesi revisionisti; gli Stati Uniti avevano chiaramente gli occhi puntati sul Giappone, ma in questo modo intralciarono i propositi britannici di una reintegrazione della Germania tra le Potenze europee1.

Per quanto concerne la Francia, l’indebolimento della sua posizione strategica, indusse il governo di Parigi a seguire la Gran Bretagna nella sua politica di appeasement nei confronti del revisionismo tedesco. La Francia abbracciò la politica di appeasement, conferendo a questa una funzione che poteva conciliarsi con le sue esigenze di sicurezza; nel momento in cui era costretta ad abbandonare i suoi alleati, Parigi decise di utilizzare l’appeasement per dirottare il revisionismo tedesco ad Est, con il preciso obiettivo di provocare uno scontro tra la Germania e l’Unione Sovietica, al termine del quale essa avrebbe potuto dettare le condizioni. I francesi, dunque, affidarono la loro sicurezza alla politica delle “mani libere ad Est”, consistente nel portare l’appeasement alle sue estreme conseguenze.

di Pasquale di Nuzzo

Analista di Geopolitica e Relazioni Internazionali

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  1. Paul Kennedy, Ascesa e declino delle grandi potenze, Garzanti, 1999, Milano.
  2. Per approfondimenti: Richard Crockatt, Cinquant’anni di guerra fredda, Editore Salerno, 1997.
  3. Paul Kennedy, Ascesa e declino delle grandi potenze, Garzanti, 1999, Milano.

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