L’accordo di riconciliazione tra l’OLP e Hamas.

OLP-Hamashttp://time.com/73708/hamas-fatah-palestine-agreement-israel/

Il territorio palestinese è attualmente diviso in due parti, la West Bank, il territorio governato dall’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), e la Striscia di Gaza, controllata dal gruppo islamico Hamas. L’ANP è guidata dall’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP), costituita da una serie di formazioni capeggiate dal gruppo Fatah del Presidente Mahmoud Abbas. I contrasti tra l’OLP e Hamas emersero nel 2006 a seguito della vittoria elettorale di Hamas alle elezioni legislative e alle conseguenti difficoltà relative alla creazione di un governo di unità. Nel 2007, di fronte alla indisponibilità di Abbas nel formare un governo con Hamas, quest’ultimo prese il controllo di Gaza e formò un proprio governo, mentre Fatah assunse il controllo del resto dell’Autorità Nazionale Palestinese. In questi anni, il gruppo Hamas ha mantenuto un atteggiamento ostile nei confronti di Israele, continuando a non riconoscerne l’esistenza, arrivando anche ad uno scontro militare nel dicembre 2008, mentre il governo di Abu Mazen ha partecipato ai negoziati di pace con Israele, senza però raggiungere risultati concreti.

L’accordo del 23 aprile tra Fatah e Hamas potrebbe porre fine alla separazione del territorio palestinese e portare ad un governo di unità. Va detto che i precedenti tentativi di formare un governo unico per la West Bank e Gaza (Accordo del Cairo del 2011 e Accordo di Doha del 2012) sono falliti. Questo nuovo accordo, denominato accordo di Beach Camp, dal campo in cui vive il primo ministro di Hamas Ismail Haniyeh, non è stato mediato da nessun Paese arabo come quelli precedenti. Esso prevede la formazione entro 5 settimane di un governo provvisorio, formato in prevalenza da tecnici, che verrà sostituito a seguito di elezioni da tenersi entro sei mesi dalla formazione del governo tecnico.

Le motivazioni delle parti.

Per Hamas l’accordo rappresenta un modo per uscire dall’isolamento in cui è finito dopo la rottura con l’OLP e lo scontro con Israele e per allentare la morsa in cui si trova la Striscia di Gaza. Il movimento islamista punta quindi a recuperare un po’ di consenso esterno ma anche a riguadagnare popolarità all’interno. Inoltre, Hamas ha visto diminuire il sostegno da parte del Qatar, che ha ridotto i finanziamenti verso il movimento islamista.

Per il gruppo al-Fatah, invece, l’accordo rappresenta principalmente la conseguenza dello stallo dei negoziati con il governo israeliano. I negoziati erano già entrati in una fase difficile a seguito della decisione del governo israeliano di bloccare il rilascio di prigionieri come accordato in precedenza, affermando di aver bisogno di garanzie da parte di Abbas circa il proseguimento dei negoziati. Il leader palestinese aveva reagito stipulando una quindicina di trattati internazionali, considerati come elementi a supporto della statualità dell’Autorità Palestinese. Molti sostengono che la politica intransigente del primo ministro israeliano Benjamin Natanyahu abbia spinto le fazioni ad un accordo. Il Presidente Abbas mira probabilmente a unire i palestinesi in modo da migliorare la propria posizione contrattuale. Alcuni scorgono, infatti, in questa decisione la possibilità per Fatah di esercitare pressioni sul governo israeliano affinché venga incontro alle richieste palestinesi. Non è neppure escluso che abbia fatto ciò solamente per indurre Israele ad un atteggiamento più morbido.

Come muteranno i negoziati di pace con Israele?

Nonostante le rassicurazioni del Presidente Abbas, l’accordo non è stato accolto positivamente da Israele. Tel Aviv considera importante sul piano strategico una divisione dei due gruppi, in modo da indebolirli. La divisione tra le fazioni palestinesi consente ad Israele di rallentare il processo di pace e allo stesso tempo di contrastare agevolmente sul piano militare la minaccia di Hamas. Grazie alla collaborazione dell’Egitto, Israele attua un pesante blocco nei confronti di Gaza. Con l’accordo il governo israeliano non potrebbe più giustificare la sua politica nei confronti di Hamas e si troverebbe a dover negoziare con un interlocutore più forte. Per questo Israele ha interesse a sabotare ogni tentativo di pacificazione tra palestinesi.

L’accordo potrebbe allontanare Mahmoud Abbas dalla politica americana e renderebbe vani gli sforzi diplomatici del segretario di Stato John Kerry per il raggiungimento di un accordo tra la l’Autorità Nazionale Palestinese e Israele. Hamas si è sempre opposto ai negoziati con il governo israeliano mediato dagli Stati Uniti; inoltre, Washington ha appoggiato la politica israeliana mirante a isolare e a chiudere il territorio di Gaza. Difatti, Hamas è considerata una organizzazione terroristica da Stati Uniti e Paesi europei.

Per il primo ministro israeliano Netanyahu una riconciliazione con Hamas è alternativa ad una pace con Israele, nel senso che non si possono perseguire entrambi gli obiettivi. Il presupposto del ragionamento degli israeliani è che Hamas non accetterà i principi che fungono da precondizione per un dialogo con Israele. Questi principi sono stati ribaditi dagli americani, che hanno affermato che qualsiasi governo che vorrà avere un ruolo costruttivo nel processo di pace e puntare alla formazione di uno Stato palestinese, dovrà rispettarli. I principi da accettare sono: la rinuncia alla violenza, il riconoscimento dello Stato di Israele e l’accettazione dei precedenti accordi tra Israele e OLP.

Dal momento che la nuova formazione di governo includerà elementi che sono contrari al processo di pace, bisogna vedere se Hamas accetterà tali principi e quale sarà la posizione del nuovo governo che sorgerà riguardo ai negoziati con Israele. Dal canto suo, il Presidente Abbas ha dichiarato che non vi è una contraddizione tra la riconciliazione interna e il proseguimento dei negoziati. Anzi, a suo parere la decisione di unificare i palestinesi può rafforzare il processo di pace poichè rende la Palestina un interlocutore unito ed affidabile.

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