La rivolta delle Tredici colonie e le due anime della nascente Nazione.

Non c’è una lettura unica circa le ragioni della Rivoluziona americana; in generale però quegli eventi vanno interpretati come una rivolta coloniale a tutti gli effetti, secondo le dinamiche che poi si sarebbero ripetute altrove, con un ruolo non irrilevante di un Paese terzo, la Francia. Alla fine della Guerra dei Sette anni (1756-1763) gli inglesi sottrassero ai francesi i territori degli Appalachi (parte orientale della Louisiana Francese) e le aree attorno ai laghi Ontario e Erie e al fiume Ohio (territori del Canada francese). Inoltre, le autorità britanniche cercarono di riconquistare la simpatia degli indiani; esse emisero un proclama con il quale vietarono ai coloni di accedere ai nuovi territori, riservandoli agli indiani e al commercio di legno e pellicce, e costringendo i coloni già insediati ad abbandonare quelle aree (1).

In seguito, gli inglesi approvarono una serie di iniziative volte a tentare di rivolgersi alle colonie per rimettere in sesto le loro finanze (2), mettendo in atto meccanismi di tassazione diretta e di dazi sulle importazioni delle colonie in base a un approccio più tributario che commerciale. Tra il 1764 e 1765 furono introdotte nuove imposte come lo Sugar Act, lo Stamp Act e il Quartering Act. Nel 1773 venne approvata una legge sul tè (Tea Act) con l’intento di aiutare finanziariamente la Compagnia delle Indie inglese, consentendole di esportare direttamente il tè nelle colonie e di venderlo al dettaglio, sottoponendolo ad una tassa di importazione. Da qui la reazione dei coloni americani, che ricordarono alla madre patria il principio secondo il quale le tasse potevano essere decise solo mediante i propri rappresentanti (No taxation without representation), Fu in particolare l’Assemblea della Virginia a votare una risoluzione che negava il diritto al Parlamento di Londra di tassare le colonie fino a quando queste non vi avessero eletto dei propri rappresentanti. Nella notte del 16 dicembre 1773, per protesta nei confronti della legge sul tè alcuni coloni gettarono nelle acque del porto di Boston un carico di tè della Compagnia suscitando la reazione inglese. Subito dopo, nel settembre 1774 i rappresentanti delle colonie inglesi del Nordamerica si riunirono a Filadelfia per discutere del contrasto che stava caratterizzando i rapporti tra le colonie e la madrepatria. Un secondo congresso ebbe luogo nel maggio 1775; in quell’occasione i delegati crearono un esercito al comando del generale George Washington, istituirono una moneta continentale e avviarono negoziati con le potenze straniere per ottenere il loro appoggio (3). Il Congresso di Filadelfia invitò le colonie a costituire governi indipendenti e il 4 luglio del 1776 approvò all’unanimità la Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti. Questa proclamazione segnò la rottura dei legami con la madrepatria, dalla quale scaturì una guerra di sei anni tra le colonie americane e la stessa madrepatria.

La vittoria delle Tredici colonie sugli inglesi si spiega in larga parte anche con l’aiuto esterno. In particolare, la Spagna aveva interesse ad indebolire il rivale britannico e puntò a riprendersi Gibilterra e a riconquistare Minorca; per questo motivo il governo spagnolo favorì l’afflusso di armi ai ribelli americani. Anche i Paesi Bassi, sempre in funzione anti-britannica, contribuirono a rifornire gli insorti. Più rilevante fu il sostegno finanziario e militare alle colonie da parte della Francia. L’appoggio francese all’insurrezione era stato immediato e in seguito alla vittoria dei ribelli dell’autunno del 1777 a Saratoga i francesi strinsero un’alleanza con questi ultimi (1778) (4). Parigi sostenne, dunque, finanziariamente e militarmente i coloni americani. Il ministro degli Esteri francese in particolare, Étienne François de Choiseul voleva prendersi una rivincita rispetto alla sconfitta nella Guerra dei Sette anni; egli puntò a ricostituire una grande flotta, ottenendo il sostegno di Luigi XV e successivamente di suo nipote Luigi XVI. I francesi investirono risorse sempre maggiori in questo progetto mentre gli inglesi decisero di privilegiare la tenuta dei conti e di porre l’attenzione verso le rotte commerciali asiatiche. Nel luglio 1780 le truppe francesi sbarcarono a Newport, a Rodhe Island. Il 19 ottobre 1781 gli inglesi si arresero a Yorktown, in Virginia. I negoziati per la pace cominciarono l’ann0 seguente a Parigi e sfociarono nel Trattato di Parigi ratificato dal Congresso nell’aprile 1783, che riconobbe ufficialmente l’indipendenza delle colonie e definì i confini del nuovo Stato americano.

Raggiunta l’indipendenza sorse il problema di creare un nuovo assetto istituzionale che comportasse la costruzione di un governo più efficace e dotato dei poteri necessari ad esercitare le proprie funzioni senza ledere in maniera eccessiva i diritti e le competenze dei singoli Stati. Con la Convenzione di Filadelfia del maggio 1787 i vari Stati decisero di dotarsi di una Costituzione che trasformò la Confederazione di Tredici Stati in una vera e propria Federazione. Nacquero così gli Stati Uniti d’America. Due anni dopo, nel gennaio del 1789 George Washington, ormai eroe nazionale e simbolo dell’unità, venne eletto come primo Presidente degli Stati Uniti d’America, con John Adams vicepresidente. Subito dopo venne eletto il Congresso, che iniziò a dare forma alle istituzioni del Paese. Thomas Jefferson venne nominato capo del Dipartimento di Stato e Alexander Hamilton si insediò al Dipartimento del Tesoro.

Il processo di ratifica costituzionale mise in evidenza le divergenze all’interno della nascente Nazione e provocò un acceso dibattito tra federalisti e anti-federalisti, che confluirono in breve in due principali formazioni politiche. Le Tredici colonie esprimevano, infatti, personalità distinte dovute alle diverse origini regionali e religiose dei rispettivi settlers, alle caratteristiche geografiche e alla specializzazioni economiche (5). L’economia delle colonie centrali (New York, New Jersey, Maryland, Pennsylvania) era basata prevalentemente sull’agricoltura, sull’allevamento, sul commercio e sulla finanza internazionale. Queste colonie erano tendenzialmente contrarie ad una rottura definitiva con la Gran Bretagna. Diversamente, le colonie come la Carolina del Nord e il Rodhe Island erano convintamente a favore dell’indipendenza. Nel dibattito politico il riferimento all’Europa come modello negativo da evitare venne utilizzato sia dai federalisti che dagli anti-federalisti (6). I primi (tra cui Alexander Hamilton e John Jay) erano favorevoli alla formazione di una federazione guidata da un governo centrale capace di far esprimere una indirizzo politico unitario sui temi fondamentali, evitando che le contrapposizioni potessero generare conflitti. Il sistema europeo era preso come esempio di sistema conflittuale e la storia d’Europa era vista come la storia di Stati separati e in conflitto tra loro. Solo la soluzione federalista era considerata da essi l’antidoto alla conflittualità che aveva finito per caratterizzare il Vecchio continente. Gli antifederalisti ( tra cui Thomas Jefferson, Patrick Henry, James Madison) al contrario erano scettici riguardo all’eventuale accentramento di potere e molti avrebbero preferito conservare l’impostazione di Stati confederati, lasciando il più possibile la libertà di autogoverno al popolo. Essi vedevano nell’adozione del modello federale la riproduzione del modello di Stato unitario europeo, oppressivo e autoritario. Per essi tale eventualità avrebbe significato un tradimento degli obiettivi rivoluzionari e avrebbe finito sicuramente per limitare le libertà dei cittadini americani.

Gli Stati Uniti erano nati, quindi, da una guerra con l’Europa e anche per questo dovevano dimostrare la loro alterità rispetto ad essa. Il Vecchio continente era visto come una bozza scarabocchiata di un fantastico ritratto che gli Stati Uniti volevano rappresentare. Mentre l’Europa si rassegnava ad un modo conflittuale, in cui l’equilibrio di potenza era considerato l’unico modus vivendi, gli americani ripresero gli ideali di unità e di libertà con l’obiettivo di costruire una società pacifica e armoniosa. Per essi si trattava di una sorta di seconda chance che la storia aveva offerto per creare un modello politico nuovo. Da qui l’idea che la neonata Nazione americana dovesse tenersi alla larga dalla politica europea per evitare di rimanere assorbita dalle sue rivalità statuali. Difatti, alla fine della guerra, l’Unione strinse rapporti diplomatici con solo quattro Paesi (Francia, Regno Unito, Paesi Bassi e Spagna). Henry Kissinger sostiene che in un certo senso “la politica estera degli Stati Uniti consisteva nel non avere una politica estera” (7). Col tempo l’isolamento geografico e la prosperità economica contribuirono a diffondere tra gli americani l’illusione di poter essere indipendenti dal sistema vestfaliano basato sui rapporti di forza, e di poter dar vita a un’entità ontologicamente nuova, fondata sui valori etici e morali e non sui rapporti di forza (8).

di Pasquale di Nuzzo

Analista di Geopolitica e Relazioni Internazionali

  1. Manlio Graziano, L’isola al centro del mondo. Una geopolitica degli Stati Uniti, Il mulino, 2018
  2. Giovanni Borgognone, Storia degli Stati Uniti. La democrazia americana dalla fondazione all’era globale, Feltrinelli, 2017
  3. Robert V. Remini, Breve Storia degli Stati Uniti d’America, Bompiani Ed. 2017., p. 50
  4. In particolare i delegati americani siglarono due trattati con il governo francese. Con il primo entrambe le parti si riconoscevano a vicenda lo status di “nazione più favorita” e i rispettivi possedimenti in territorio americano. Il secondo era un’alleanza di tipo militare in senso stretto, diretta al sostegno armato contro la Gran Bretagna. Vedi: Robert V. Remini, Breve Storia degli Stati Uniti d’America, Bompiani Ed. 2017.
  5. Manlio Graziano, L’isola al centro del mondo. Una geopolitica degli Stati Uniti, Il mulino, 2018. p. 58
  6. Giovanni Borgognone, Storia degli Stati Uniti. La democrazia americana dalla fondazione all’era globale, Feltrinelli, 2017
  7. Kissinger, Diplomacy, New York, Simon & Schuster, 1994, p.36.
  8. Manlio Graziano, L’isola al centro del mondo. Una geopolitica degli Stati Uniti, Il mulino, 2018

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