La nascita del nuovo governo PD-M5S: l’ascia di guerra è sotterrata.

Il governo frutto dell’accordo tra Partito Democratico (PD) e Movimento 5 Stelle (M5S) si appresta ad ottenere la fiducia delle camere, rendendo concreta una ipotesi fino a pochi mesi fa impensabile. Le spiegazioni di questo mutamento inatteso nello scenario politico sono varie e naturalmente dettate da valutazioni personali. La mia ricostruzione prende il via dal famoso incontro tra Pierluigi Bersani e i rappresentanti del M5S all’indomani delle elezioni politiche del 2013. In quella circostanza, l’allora segretario del Partito Democratico avanzò profferte di collaborazione ai grillini ben conscio di non avere i numeri per formare una maggioranza di governo stabile e consapevole dell’esistenza all’interno del Movimento di istanze molto affini ai temi classici della sinistra. Come si sa i grillini allora rifiutarono la proposta di Bersani, spinti dall’entusiasmo di una crescita poderosa e con l’obiettivo di raggiungere da soli una maggioranza assoluta in Parlamento, grazie alla quale avrebbero potuto governare senza scendere a patti con coloro che ritenevano i veri colpevoli del declino del Paese e del degrado politico. La chiusura dei 5 Stelle generò una serie di recriminazioni e accuse reciproche che allontanò qualsiasi prospettiva di collaborazione.

Il clima peggiorò dal momento in cui dopo essere fallito il tentativo di Bersani toccò ad altri elaborare nuove strategie di governo, Enrico Letta per primo e Matteo Renzi poi. Quest’ultimo riuscì a formare un governo coinvolgendo nelle trattative una parte del centrodestra; in un primo momento ebbe l’appoggio di Berlusconi, con il famoso “patto del Nazareno” e successivamente contando sul sostegno del Nuovo Centro Destra di Angelino Alfano, che proprio sulla questione dell’appoggio al governo Renzi si era staccato dal PdL (Popolo della Libertà). Questa evoluzione nell’ottica grillina confermava il fatto che il PD fosse inaffidabile e ormai corrotto nei suoi obiettivi politici, ricorrendo alla destra pur di governare. Il PD fu oggetto di attacchi sempre più duri da parte dei seguaci del Movimento 5 Stelle, che lo definirono in modi piuttosto spregiativi, specialmente per quanto riguardava le scelte politiche adottate dal Presidente del Consiglio Renzi e quando si trattava di mettere in evidenza le divisioni interne al partito stesso. Matteo Renzi divenne, anche a causa del forte livello di personalizzazione che caratterizzò il partito in quella fase, il bersaglio preferito dei grillini.

Al di là del merito delle scelte politiche e della più o meno legittima opposizione partitica, in questo ragionamento è importante rilevare il forte contrasto che accomunò i due partiti politici in questione, a tutti i livelli.  Fu in questo clima che si svolse la campagna elettorale per le elezioni del 2018, con un PD screditato, svilito dai contrasti interni e facile bersaglio degli attacchi congiunti dei vari partiti. Al termine delle elezioni emerse vittorioso il M5S, portavoce di una carica di protesta molto presente all’interno del Paese e ancora più che in passato desiderosa di mettere finalmente alla prova una classe politica nuova e onesta. A questa sorta di populismo di protesta, che ha raccolto nel tempo le istanze di una base di elettori in molti casi trascurata dalla sinistra, si è affiancato un altro populismo, di destra e con dei temi più tipici dei partiti sovranisti euroscettici, come l’immigrazione, la sicurezza dei confini, l’autonomia economica e monetaria. Alla fine di un lungo periodo di gestazione, il governo giallo-verde vide finalmente la luce, con due partiti che rappresentavano diversi populismi e differenti basi politiche, anche semplicemente sul piano geografico. In ogni caso, i due attori politici Lega e M5S riuscirono a mettersi d’accordo grazie all’idea di un “contratto” che li legava e che dettava le loro politiche e ad una organizzazione di governo per certi versi bicefala, con un Presidente del Consiglio Giuseppe Conte con un ruolo di mero mediatore e moderatore degli eventuali disaccordi. In tal modo, essi sono riusciti a far digerire al Paese alcune evidenti contraddizioni e divergenze concernenti l’azione di governo. Si trattava in un certo senso di due governi paralleli, i cui leader Matteo Salvini e Luigi Di Maio si comportavano come se fossero contemporaneamente maggioranza e opposizione, portando avanti gli impegni concordati secondo una classica logica di do ut des, almeno fin quando le rispettive basi elettorali lo consentivano. È stata una operazione intelligente, che blindava in qualche modo il governo da possibili attacchi da parte dell’opposizione, relegando così il PD, e le altre formazioni, ad una opposizione raramente incisiva, e consentendo alla Lega di Salvini di accrescere il proprio peso elettorale (incassato alle elezioni europee del 2019).

Si giunse in questo contesto alla “crisi balneare” aperta dal leader della Lega; alla luce di quanto poi avvenuto è sembrato un errore politico enorme, frutto di un calcolo affrettato. Salvini sulla scia del risultato delle europee, che tra l’altro davano un M5S in netto calo, contava sul fatto di ricostruire un fronte di destra in grado di presentarsi compatto alle elezioni e di fare man bassa dei seggi parlamentari. In sé, l’ipotesi non era senza fondamento, al contrario tutti i sondaggi davano  per certa questa eventualità, specialmente se di questa coalizione avesse fatto parte anche il partito Forza Italia di Berlusconi. Ciò che ha spiazzato Salvini è stata l’apertura di Matteo Renzi al Movimento 5 Stelle, prospettando la formazione di un governo in grado di evitare un ritardo della manovra economica, che tra le conseguenze avrebbe reso quasi inevitabile  il temuto aumento dell’IVA. A quel punto, il segretario del PD Nicola Zingaretti non ha potuto esimersi dal valutare l’ipotesi di una collaborazione con i grillini, puntando ad un governo più stabile e duraturo, rilanciando in qualche modo la posta rispetto a quanto proposto da Renzi. Da qui le trattative per il nuovo governo giallo-rosso.

Si può dire perciò che l’errore di calcolo di Salvini ha avuto come effetto quello di far crollare i muri che PD e M5S avevano eretto in questi anni, consentendo ad entrambi i partiti di mettere nella giusta ottica la loro azione, alla luce dell’avanzata delle istanze sovraniste e xenofobe. Salvini ha avuto il merito di far emergere una natura del M5S rimasta latente a causa dell’atteggiamento di protesta probabilmente ancora vergine del contatto con le istituzioni e con l’azione di governo. La vicinanza tra i due partiti in merito a tante questioni, oltre al timore di un governo in mano alla destra guidata da Salvini, ha permesso di sotterrare l’ascia di guerra e ha dato sostanza alla collaborazione reciproca consentendo la formazione di un nuovo governo il cui impegno ora deve concentrarsi sulle sfide che hanno dinanzi l’Italia e l’Europa.

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