La Guerra civile americana nei suoi aspetti storico-politici.

Gli Stati Uniti erano nati con delle profonde differenze al suo interno in termini di sistemi economici. In particolare, l’economia degli Stati del Sud era principalmente agricola, con una limitata attività manifatturiera; la stragrande maggioranza degli abitanti del Sud era composta da agricoltori che coltivavano cotone, tabacco, canapa, zucchero e riso (1) e i loro guadagni derivavano dalla integrazione nel commercio mondiale ed erano favoriti da un regime di bassi dazi doganali. Inoltre, questa economia traeva vantaggio da una forma di produzione schiavistica, la quale non incoraggiò lo sviluppo di economia industriale come accaduto al Nord. Al contrario, gli Stati del Nord aveva dato vita ad una economia industriale, in cui il protezionismo era una funzionale e necessario al proprio sviluppo. Inoltre, il Nord aveva un costante bisogno di nuova forza-lavoro in grado di sostenere la crescita della produzione. Questa incompatibilità tra il sistema economico del Sud rispetto a quello del Nord generava chiaramente un contrasto interno al Paese (2). In questo scenario si innestava la questione della schiavitù, elemento chiave dell’economia sudista, in contrasto con il concetto di forza-lavoro necessaria ad una economia capitalistica.

Le divergenze tra Nord e Sud nel tempo si acuirono e acquisirono toni più accesi con l’allargamento a Occidente dell’Unione. In particolare, gli Stati del Nord mantenevano una posizione contraria alla politica del Go West e alla diffusione nei nuovi Stati di un tipo di produzione latifondista e schiavista. Le diversità relative al sistema economico divennero più profonde generando un acceso contrasto politico-culturale relativo alla schiavitù. Il sistema partitico iniziò a subire questo contrasto ridefinendosi secondo criteri territoriali, con il partito democratico che accolse le istanze sudiste mentre gli antischiavisti si aggregarono intorno al partito repubblicano. Con l’elezione di Abraham Lincoln, esponente del partito repubblicano, il contrasto prese forme più violente. Nel dicembre 1860, non appena si diffusero i risultati delle elezioni, il South Carolina deliberò la secessione dall’Unione, seguito dagli altri Stati del Sud. Questi ultimi tennero una convenzione a Montgomery, in Alabama, e adottarono una costituzione che istituiva gli Stati Confederati d’America e riconosceva la sovranità e l’indipendenza di ogni Stato. Nell’aprile del 1861, dopo alcuni tentativi di conciliazione, le ostilità esplosero e portarono alla contrapposizione armata tra l’Unione del Nord e la Confederazione del Sud, che aveva inglobato altri Stati intenzionati a preservare il sistema schiavista.

Lo squilibrio delle forze tra i contendenti era evidente, con il Nord che poteva vantare una netta superiorità industriale. L’Unione si affidò ad un tipo di guerra moderna, in cui la produzione industriale veniva posta al servizio dell’azione bellica, intensificando lo sforzo produttivo e mobilitando le risorse economico-industriali della società. Ciononostante le forze della Confederazione resistettero con tenacia, confidando anche in un intervento esterno da parte della Gran Bretagna, al tempo fortemente dipendente dalle importazioni di cotone dagli Stati Uniti. In effetti, almeno in una prima fase, la Gran Bretagna si schierò al fianco della Confederazione, in quanto danneggiata dal blocco navale attuato dall’Unione, che ridusse pesantemente la fornitura di cotone alle industrie tessili inglesi. I britannici erano altresì mossi da considerazioni di realpolitik, persuasi che sarebbe stato strategicamente preferibile una divisione del Paese, secondo una logica di balance of power. Il Presidente Lincoln ne era estremamente consapevole, sapeva infatti che l’eventuale secessione del Sud avrebbe reso più fragile il Paese e reso impossibile la competizione con la Gran Bretagna; egli temeva che il Nord si sarebbe indebolito in maniera irrimediabile qualora avesse perso il controllo del bacino del Mississippi (3). Il governo inglese iniziò a costruire navi da guerra per i confederati, bloccando la fornitura soltanto in seguito, di fronte al pericolo di uno scontro con l’Unione. I francesi, invece, avevano guardato spesso a una nazione americana forte che fosse in grado di fare da contrappeso alla potenza navale britannica. L’Imperatore Napoleone III tentò nel 1862 anche di fare da mediatore nel conflitto, ma la sua proposta venne respinta in modo netto dal Segretario di stato Seward (4). Successivamente, i governi europei non intervennero direttamente nel conflitto, limitandosi alla fornitura di materiale bellico, pur mantenendo formalmente la propria neutralità. Il governo inglese valutò maggiore il rischio di un blocco delle importazioni di grano da parte dell’Unione, potendo sostituire invece quelle di cotone, e soprattutto valutò la possibilità che la Francia di Napoleone III o la Russia zarista potessero approfittare della distrazione inglese in America per riprendere iniziative in territorio europeo e sul piano coloniale. Anche per questo, gli Stati del Sud non riuscirono a compensare la propria inferiorità marittima e le perdite derivanti dall’esportazione di cotone. La base solida economica del Nord permise un vantaggio sulle forze della Confederazione e costituì un elemento importante per la vittoria dell’Unione (5).

La guerra civile aveva paralizzato gli Stati Uniti e reso agevole l’azione europea sul Continente americano e di conseguenza l’Unione avvertiva il timore di una intromissione europea nelle vicende americane. Il timore che gli Stati europei potessero approfittare del momento di distrazione degli Stati americani per trarre vantaggi in termini di influenza acquisì maggiore concretezza in occasione della questione messicana. Durante la guerra civile americana, Napoleone III mandò una spedizione in Messico con il pretesto di pretendere il recupero dei debiti contratti dalla Repubblica messicana (6); il progetto di Napoleone, cui la Gran Bretagna e Spagna affidarono l’azione, prevedeva l’istituzione di una monarchia mediante la quale il Messico sarebbe rientrato nella zona di influenza francese. Successivamente, Gran Bretagna e Spagna decisero di non unirsi all’azione francese e lasciarono Parigi procedere da sola. Nel 1863 i francesi occuparono Città del Messico e vi imposero un governo amico. L’intervento francese si poneva in netto contrasto con i dettami della Dottrina Monroe e portò alla costituzione dell’Impero messicano e all’incoronazione di Ferdinando Massimiliano d’Asburgo-Lorena (aprile 1864). Al termine della guerra di secessione, gli Stati Uniti non riconobbero Massimiliano I e decisero di intervenire a sostegno delle forze liberali di Benito Juarez. In un primo momento schierarono delle truppe al confine con il Messico e lungo il Rio Grande; successivamente, nel febbraio del 1866 gli USA chiesero alla Francia di ritirarsi dal Messico e posero in essere un blocco navale per prevenire ulteriori sbarchi francesi. L’anno seguente le forze dei repubblicani di Benito Juarez riuscirono ad avere la meglio sulle truppe francesi e sulle forze imperiali messicane; gli scontri terminarono con l’abbandono del territorio messicano da parte delle truppe francesi e con la fucilazione dell’Imperatore Massimiliano I. Gli Stati Uniti erano dunque intervenuti in nome della Dottrina Monroe in difesa dell’autodeterminazione dei Paesi del Continente americano e per impedire l’intromissione delle Nazioni europee nelle vicende americane. Gli Stati Uniti temevano sempre che le Nazioni europee potessero allearsi con altri Stati americani per contrastare i loro piani di espansione. La guerra civile e l’affare Massimiliano in Messico alimentarono negli Stati Uniti la convinzione che essi avrebbero dovuto ostacolare la presenza strategica dell’Europa in Nord America (7).

Terminata la Guerra civile, gli Stati Uniti avviarono una fase di ricostruzione istituzionale, economica e sociale; l’economia americana crebbe in modo poderoso. Il conflitto fu un trauma ma allo stesso tempo costituì una catarsi che rafforzò la Nazione americana. Come osservato, per certi versi, fu proprio “dopo la fine della guerra civile (1861-1865) che il discorso di Monroe cominciò a essere visto come una vera e propria dottrina, cioè quando gli americani erano ormai diventati capaci di farla rispettare da soli” (8). Sul piano territoriale, nel 1867 gli Stati Uniti acquistarono l’Alaska dalla Russia. Quest’ultima era impegnata nel confronto coloniale con la Gran Bretagna ed aveva bisogno di rimpinguare le casse statali; per Washington l’acquisto fu un modo per ricompensare il governo russo per l’appoggio politico all’Unione durante il conflitto civile e per porre un territorio alle spalle del Canada, in modo da indebolirlo strategicamente. Gli inglesi reagirono unificando tutti i loro possedimenti in America del Nord nella forma del Dominion confederale. Nel marzo 1877, dodici anni dopo la fine della guerra civile, Rutheford B. Hayes divenne Presidente degli Stati Uniti e dopo un mese ordinò il ritiro delle truppe federali dal Sud, ponendo fine al periodo della ricostruzione del Paese.

di Pasquale di Nuzzo

Analista di Geopolitica e Relazioni Internazionali

  1. Robert V. Remini, Breve Storia degli Stati Uniti d’America, Bompiani Ed. 2017.
  2. Manlio Graziano, L’isola al centro del mondo. Una geopolitica degli Stati Uniti, Il mulino, 2018
  3. Manlio Graziano, Manlio Graziano, Geopolitica. Orientarsi nel grande disordine internazionale. Società editrice il Mulino, Bologna, 2019., p. 81
  4. Robert V. Remini, Breve Storia degli Stati Uniti d’America, Bompiani Ed. 2017., p 187
  5. Paul Kennedy, Ascesa e declino delle grandi potenze, Garzanti, 1999, Milano.
  6. Nell’ottobre del 1861 Spagna, Gran Bretagna e Francia firmarono il Trattato di Londra, per coordinare la loro azione tesa al pagamento degli interessi sul debito da parte del Messico. In seguito, tuttavia inglesi e spagnoli si accordarono con il governo messicano, lasciando i francesi la possibilità di intervenire in Messico.
  7. Charles A. Kupchan, La fine dell’era americana. Politica estera americana e geopolitica nel ventunesimo secolo. 2003
  8. Manlio Graziano, Geopolitica. Orientarsi nel grande disordine internazionale. Società editrice il Mulino, Bologna, 2019.

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