La “diplomazia della preghiera” per la pace tra israeliani e palestinesi.

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In occasione della sua visita in Terra Santa, svoltasi il 24-26 maggio scorso, Papa Francesco aveva invitato il Presidente israeliano Shimon Peres e quello dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) a pregare insieme per la pace. Affinché ciò potesse accadere, il Papa aveva affermato di voler mettere a disposizione il Vaticano per lo svolgimento dell’incontro. In quella sede Papa Bergoglio offrì, dunque, la propria casa per un incontro di preghiera fra i rappresentanti di due popoli, quello israeliano e quello palestinese, che dopo anni di scontri faticano ancora a trovare un accordo relativo allo status politico dei rispettivi territori. I due Presidenti accettarono l’invito e a distanza di neppure un mese l’evento si è effettivamente verificato.

L’incontro si è tenuto il 6 giugno scorso. Prima dell’incontro il Papa aveva esortato con un tweet tutti i fedeli ad unirsi alla preghiera per la pace in Medio Oriente (#weprayforpeace). Il vertice di preghiera si è svolto nei Giardini Vaticani, un terreno considerato per certi versi “neutro”, in quanto privo di simboli religiosi. Durante la sua visita in Terra Santa il Papa aveva incontrato anche il Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I, insieme al quale rese omaggio al Santo Sepolcro, e anch’egli venne invitato a San Pietro per la preghiera di pace. Papa Francesco, il Patriarca Bartolomeo I, i due Presidenti e il custode di Terra Santa, padre Pierbattista Pizzaballa, sono giunti sul luogo dell’incontro a bordo di un furgone bianco. Arrivati ai Giardini è iniziato il momento di preghiera, con i rappresentanti delle tre comunità, quella ebraica, quella cristiana e quella musulmana che hanno effettuato delle invocazioni per la pace. Nel suo discorso, il Papa ha ricordato che per “fare la pace ci vuole coraggio, molto di più che per fare la guerra”. Parole importanti, che mettono in evidenza come il dialogo, il negoziato e il rispetto dei patti richiedano tanto coraggio, lo stesso necessario a perdonare il nemico per gli errori commessi e lo stesso che serve per ammettere che le armi non hanno aiutato sinora a risolvere le crisi e che è invece necessario intraprendere un cammino nuovo. Incitare all’odio è più semplice, ma è una politica di distruzione. Più difficile è trovare il coraggio di aprirsi al perdono e di rinunciare alla vendetta. Al termine dei discorsi, i quattro leader si sono abbracciati e hanno piantato insieme un albero di ulivo, come simbolo di riconciliazione.

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L’importanza della “diplomazia della preghiera”.

Il Papa ha inaugurato in questo modo una specie di “diplomazia della preghiera”. Questa espressione, usata in senso lato, indica l’azione del Papa volta a promuovere la pace in Medio Oriente e a favorire l’incontro tra i due Presidenti. Papa Bergoglio ha più volte richiamato l’attenzione sulla difficile situazione in Medio Oriente e ha sovente esortato a riaffermare il valore della convivenza tra i popoli della regione. Inoltre, dal punto di vista politico il Santo Padre ha confermato la posizione del Vaticano a sostegno della cosiddetta “soluzione dei due Stati” e ha espresso, in occasione del viaggio in Terra Santa, il desiderio che ciò diventi quanto prima una realtà. Dall’altro, tuttavia, non bisogna trascurare il fatto che in questo caso l’espressione diplomazia ci allontana dal vero significato dell’azione di Papa Bergoglio. L’invito alla preghiera deriva dalla presa d’atto del fallimento dell’uomo e delle sue regole, inclusa la diplomazia. Il compromesso politico non può sorgere dove prevale l’odio. La preghiera e la valorizzazione dell’elemento spirituale è l’unica opzione cui ricorrere dopo che gli strumenti dell’uomo si sono rivelati fallimentari. Lo stesso Papa ha precisato che non si tratta di un’opera di mediazione, né di una versione vaticana del vertice di pace di Camp David promosso nel 2000 dall’amministrazione statunitense, bensì solo di un incontro di preghiera.

Per questo la “diplomazia della preghiera” di Papa Bergoglio deve essere considerata qualcosa di più di una semplice opera di mediazione. Con la sua bontà, Papa Francesco ha convinto i due Presidenti a presentarsi al Vaticano per mettersi di fronte alla loro condizione di semplici uomini davanti a Dio. Spogliati dei loro reciproche riserve e diffidenze, restano due uomini che non hanno problemi ad abbracciarsi. Abu Mazen e Peres hanno assunto in quella sede un impegno morale solenne, di fronte al quale non potranno avanzare scuse. Gli impegni presi di fronte a Dio non sono come i patti tra gli uomini, che si rispettano finché ve ne sono le condizioni.

Come ricordato nei discorsi delle tre comunità, l’incontro serve anche a ricordarci del fatto che l’uomo con le sue azioni si pone in un continuo contrasto con il prossimo, diventando distruttore e non custode della Creazione di Dio. In altre parole tutti devono comportarsi in maniera da essere “costruttori di pace”, confidando nelle preghiere per il raggiungimento di una soluzione pacifica della questione israelo- palestinese. Per questo, sebbene si tratti di un invito al dialogo e di un tentativo di conciliazione, e quindi di un’azione diplomatica mirante ad avere effetti reali e concreti in relazione al processo di pace, il Papa ci ricorda che la preghiera va oltre la diplomazia.

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