La crisi siriana nel contesto regionale e le sue ripercussioni sul piano internazionale.

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Le ragioni della protesta e il quadro politico interno.

Nel 2011 la Primavera araba raggiunse la Siria innescando le proteste degli oppositori del regime del Presidente Bashar al-Assad. Questi rappresenta la minoranza alawita del Paese, che governa il Paese dagli anni ‘70, quando il padre dell’attuale Presidente, Hafez al-Assad , assunse il potere è riuscì successivamente ad estromettere le altre forze politiche di opposizione presenti nel Paese e ad eliminare gli altri centri di potere all’interno della comunità alawita. L’ondata di proteste che ha attraversato il mondo arabo venne vista come l’occasione per le forze di opposizione, in particolare quelle di religione sunnita, per abbattere il regime alawita e conquistare il potere. La repressione del governo siriano è stata durissima, generando una spirale di violenza che ha condotto il Paese alla guerra civile. La situazione è diventata drammatica e ha attirato l’attenzione della Comunità Internazionale. I Paesi occidentali, in particolare, si sono attivati con iniziative di mediazione, cercando di operare attraverso le Nazioni Unite. Dopo l’abbandono del piano dell’ex inviato speciale dell’ ONU Kofi Annan, il fallimento della missione degli osservatori ONU e lo stallo dei negoziati, gli scontri e i massacri non si sono arrestati, portando a più di 120 mila il numero delle vittime, 140 mila secondo quanto affermato dall’opposizione e generando un numero enorme di sfollati e di rifugiati.

Le principali formazioni in lotta.

L’intensificarsi degli scontri tra le forze governative e lealiste da un lato e i ribelli dall’altra ha spinto questi ultimi a tentare di unirsi, anche per ottenere una maggiore visibilità e un riconoscimento politico dagli altri Paesi. Nell’ottobre del 2011 i rappresentanti dei ribelli riunitisi a Istanbul decisero di formare un organo il Consiglio Nazionale Siriano (Syrian National Council – SNC) per unificare la voce delle fazioni di opposizione; dietro questa iniziativa vi era l’aspettativa di affidare a quest’organo lo stesso ruolo che in Libia aveva assunto il Consiglio Nazionale Transitorio, e di ricevere dall’esterno lo stesso aiuto che avevano ricevuto i ribelli libici. Nel novembre 2012, l’SNC fu sostituito da un’altra formazione, la Coalizione Nazionale delle Forze di Opposizione e Rivoluzionarie Siriane (National Coalition of Syrian Revolutionary Opposition and Forces), con l’obiettivo di allargare la base politica dell’opposizione, includendo elementi laici e di orientamento secolare che erano stati esclusi in precedenza dall’SNC, circostanza questa che aveva reso quest’ultimo fortemente influenzato dalla Fratellanza Musulmana. Nel giugno del 2011 venne formato anche il Comitato di Coordinamento Nazionale per il Cambiamento Democratico (National Coordination Body for the Forces of Democratic Change – NCB), che rifiutò di entrare a far parte dell’SNC, presentandosi come una alternativa secolare ad esso e avente come obiettivo l’istituzione di un sistema democratico, attraverso il quale procedere in un secondo momento al cambiamento di regime.

Allo stesso tempo, anche l’opposizione armata ha tentato di unirsi per migliorare il coordinamento delle operazioni; nel dicembre del 2011 venne fondato l’Esercito Libero Siriano (Free Syrian Army – FSA), al cui interno l’anno seguente venne costituito il Comando Militare Supremo (Supreme Military Command – SMC). Va detto che ad un certo punto la militarizzazione del conflitto interno ha finito per costituire un ostacolo per l’opposizione politica, dal momento che la componente civile è finita con l’essere marginalizzata in favore dei militanti armati che hanno assunto una posizione dominante sul terreno e hanno ostacolato i contatti con le forze politiche in esilio.

Nel panorama politico siriano sono però presenti anche forze più estremiste. Come accaduto nel caso dell’ultimo intervento in Iraq, queste forze hanno approfittato della situazione di caos che si è venuta a creare nel Paese per inserirsi nella lotta. In primo luogo la rete di al-Qaeda, che raggruppa una serie di formazioni islamiche radicali tra cui il gruppo Jabhat al-Nusra, inserita nel 2012 dagli Stati Uniti nella black list delle organizzazioni terroristiche. Poi vi è il gruppo salafita del Fronte Islamico Siriano, confluito nel 2013 insieme ad altre formazioni nel Fronte Islamico (Islamic Front), che non appartiene alla rete di al-Qaeda, ma che tuttavia persegue l’obiettivo di istituire uno Stato islamico basato sulla sharia. Inoltre, è presente l’Islamic State of Iraq and the Levant (ISIL), un gruppo estremista formatosi in Iraq all’indomani dell’intervento americano del 2003, e avente come obiettivo quello di creare un califfato nelle regioni a prevalenza sunnite dell’Iraq ed estenderlo al territorio siriano. L’ISIL è molto forte nella parte settentrionale della Siria ed è noto per i suoi metodi brutali; proprio in ragione dell’eccessiva violenza esercitata sulla popolazione questo gruppo si è staccato di recente dal network di al-Qaeda. Vi sono, inoltre, le formazioni curde, operanti prevalentemente nella parte nord-orientale del Paese, che tentano di ritagliarsi una propria zona autonoma, collegata alle regioni dell’Iraq a maggioranza curda.

Le varie forze armate si sono spesso scontrate tra di loro; ad esempio il Fronte Islamico si è più volte scontrato con l’Esercito Libero Siriano, per poi collaborare con quest’ultimo contro l’ISIL. Di conseguenza, al conflitto civile interno sorto dal desiderio di abbattere il regime si sono associati scontri settari tra le varie fazioni e contrasti all’interno delle formazioni in lotta. Ciò ha posto l’opposizione politica di fronte alla difficile condizione di dover a un tempo cercare l’appoggio dei gruppi armati per contrastare militarmente la repressione del regime, e allo stesso tempo conservare il favore di coloro che guardano con sospetto le possibili alternative estremiste al regime di al-Assad.

Le ramificazioni regionali del conflitto

Il panorama delle forze di opposizione resta frammentato anche a causa del diverso che sostegno che esse ricevono da parte degli attori regionali. Il conflitto in Siria si innesta in un contesto regionale piuttosto instabile, caratterizzato da scontri di natura religiosa e settaria, nonché da diversi interessi geopolitici. Il conflitto siriano preoccupa proprio per le ramificazioni che può avere a livello regionale, a cominciare dal Libano, che rischia di subire gli effetti destabilizzanti della guerra civile. Anche in Giordania il governo teme il sorgere di proteste anti-governative al proprio interno. Conviene perciò indagare il ruolo degli attori regionali riguardo alla situazione siriana.

I principali finanziatori e fornitori di aiuti militari dell’opposizione sono l’Arabia Saudita, il Qatar e la Turchia. Quest’ultima ha messo a disposizione il proprio territorio sia per l’accoglienza dei rifugiati sia per consentire l’organizzazione politico-militare dell’opposizione. L’interesse potrebbe essere quello di sostituire il regime alawita con un governo islamico moderato sul modello di quello sorto in Tunisia e in Egitto a seguito degli eventi rivoluzionari. Va sottolineato, inoltre, che la posizione della Turchia in relazione alle proteste in Siria va inquadrata prevalentemente sulla base del problema curdo. Infatti, il regime alawita ha utilizzato spesso il sostegno ai curdi del Pkk per tenere sotto ricatto la Turchia. Quest’ultima teme che l’instabilità in Siria possa consentire ai curdi siriani di ottenere una maggiore autonomia e possa incentivare i separatisti curdi ad intraprendere ulteriori azioni sul territorio turco al confine con la Siria. Anche per questa ragione Ankara sostiene le forze di opposizione sunnite interessate a riprendere il controllo del territorio siriano e a frenare il separatismo curdo. Una prova dell’atteggiamento dell’opposizione nei confronti dei curdi è data dagli scontri accaduti alla fine del 2012 tra le forze dell’Esercito Libero Siriano e i ribelli curdi che avevano preso il controllo delle zone a maggioranza curda del nord-est del Paese.

Anche Israele, nonostante abbia affermanto di voler mantenere un atteggiamento neutrale nei confronti della crisi in Siria, sostiene in qualche modo i ribelli, tenendo contatti con i le forze che operano nel sud del Paese, ai quali avrebbe venduto missili, e offrendogli ospitalità sul proprio territorio. Israele considera il regime di al-Assad un nemico in quanto alleato dell’Iran ed ha con Damasco un contenzioso aperto relativo alle Alture del Golan, occupate dall’esercito israeliano nella guerra del 1967; per Tel Aviv la crisi potrebbe essere un’occasione per ottenere la definitiva rinuncia siriana delle Alture in cambio di un maggiore sostegno militare ai ribelli sunniti.

Arabia Saudita e Qatar forniscono sostegno finanziario e militare all’ELS, ma destinano risorse anche ai singoli gruppi. Essi perseguono obiettivi differenti e si può persino dire che in questo ambito vi è una sorta di rivalità tra i due Paesi, da cui deriva una diversa distribuzione del potere all’interno dei gruppi di opposizione in lotta. Ad esempio, l’Arabia Saudita ha agito in modo da riequilibrare le forze all’interno della Coalizione, la quale rischiava di essere egemonizzata dalla Fratellanza Musulmana e dai suoi alleati (tra cui il gruppo di Sabbagh, un uomo d’affari sostenuto dal Qatar). La Fratellanza è da sempre considerata un gruppo politico rivale dai governanti sauditi e questi ultimi hanno iniziato a sostenere elementi secolari all’interno della Coalizione pur di ridimensionare l’influenza esercitata dalla Fratellanza.

L’interesse dell’Arabia Saudita si spiega in ragione della competizione geopolitica con l’Iran. Quest’ultimo sostiene economicamente e militarmente il regime alawita. Per Teheran la Siria rappresenta un alleato importante e un tassello fondamentale di un possibile arco sciita a guida iraniana che andrebbe dall’Iran fino al Mediterraneo. La competizione tra Iran e Arabia Saudita spiega dunque il loro coinvolgimento nel conflitto siriano, che diventa in questo modo un catalizzatore delle attuali rivalità regionali. Nella sua azione, l’Iran si avvantaggia anche dei suoi legami con il gruppo libanese Hezbollah, il quale sostiene il governo siriano tenendo sotto controllo la rotta tra Damasco e la costa libanese che attraversa la Valle della Bekaa. Altro alleato dell’Iran è il governo sciita in Iraq, il quale teme che una possibile vittoria delle forze sunnite possa determinare delle pressioni nelle regioni a maggioranza sunnite confinanti con la Siria.

Altri esponenti religiosi dei Paesi del Golfo come Kuwait ed Emirati Arabi Uniti, oltre all’Arabia Saudita, sostengono finanziariamente i gruppi islamici salafiti.

Le implicazioni internazionali della crisi siriana.

Il regime alawita ha ricevuto il sostegno da parte della Russia sia sul piano diplomatico che attraverso la fornitura di armi e sistemi difensivi. La Russia ha posto il veto sulle risoluzioni di condanna da parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Il sostegno russo si spiega in ragione dell’importanza geopolitica che assume la Siria per Mosca. In primo luogo, si tratta dell’ultimo alleato della Russia in Medio Oriente, senza il quale essa finirebbe col vedere notevolmente ridotta la propria influenza nella regione. Grazie alla Siria, infatti, la Russia ha accesso al porto di Tartus, importante per la presenza navale russa nel Mediterraneo. In secondo luogo, vi sono vari interessi economici della Russa derivanti dalla vendita di armi a Damasco. In più, i due Paesi hanno stipulato una serie di contratti nel settore energetico riguardanti l’esplorazione e lo sfruttamento di giacimenti di gas naturale, la cui diffusione potrebbe risultare favorita da una eventuale estensione dell’Arab Gas Pipeline, che collega attualmente l’Egitto al Libano, passando per Giordania e Siria. Queste valutazioni hanno indotto la Russia ad affermare dall’inizio il principio della non interferenza negli affari interni degli altri Stati; ciò anche alla luce della precedente operazione militare della NATO in Libia che ha determinato il rovesciamento del regime di Muammar Gheddafi. Mosca temeva la possibilità di un analogo intervento in Siria e per questo ha bloccato le iniziative in ambito ONU. In ciò ha potuto beneficiare della collaborazione della Cina, interessata anch’essa come la Russia a difendere il principio della non interferenza, a frenare l’estremismo islamico e ad impedire l’emergere di eventuali rivendicazioni democratiche nel Paese.

I Paesi europei e gli Stati Uniti hanno in qualche modo cercato di non farsi coinvolgere dagli eventi in Siria. Gli Stati Uniti si sono limitati al sostegno diplomatico e a un limitato supporto finanziario e militare. I Paesi occidentali si sono trovati di fronte l’opposizione della Russia, e hanno cercato di trovare una soluzione sul piano negoziale. Molto probabilmente, i Paesi occidentali hanno optato per una maggiore distanza sulla base delle precedenti azioni in Afghanistan, Iraq e Libia. Va detto anche che, trattandosi di un caso di conflitto interno ad uno Stato, il sostegno esterno a favore dei ribelli potrebbe essere ritenuto un atto illegittimo, contrario alle norme del diritto internazionale, a differenza del sostegno al governo legittimo al potere.

In via generale, è possibile che i Paesi occidentali abbiano riflettuto sulla complessità insita nella costituzione di un nuovo governo, a fronte della relativa facilità con cui si può porre fine a quello precedente. Essi avrebbero compreso, in altre parole, che il problema del regime change consiste principalmente nella difficoltà nel gestire il post-intervento in termini di istituzione di un governo stabile e democratico. Difatti, alcuni di coloro che sostengono l’intervento in Siria non considerano il fatto che l’attuale regime di al-Assad è un regime secolare avente radici lontane nel socialismo arabo e che non è guidato da orientamenti religiosi. Sebbene oppressivo e autoritario, non vi è una garanzia che in seguito ad un intervento militare si instauri un governo di tipo liberal-democratico. Al contrario, come dimostrato dagli eventi connessi alla Primavera araba, molto spesso l’eliminazione del governo autoritario ha portato con sé la riemersione dei tratti di fondo che caratterizzano il sistema politico – culturale di un Paese, in primo luogo le forze religiose. In questa ottica, l’alternativa ad un governo siriano secolare ed autoritario sarebbe molto probabilmente un governo a forte caratterizzazione islamica e non necessariamente democratico. Il problema è che la posizione distante gli stati Uniti e dei suoi alleati ha finito con mettere l’opposizione siriana in una difficile situazione. In realtà questa sperava in un intervento esterno in grado di destabilizzare il regime fino a determinarne il crollo. E proprio in vista di un maggiore coinvolgimento dell’Occidente, i vari gruppi di opposizione si sono affannati ad unirsi, in modo da rappresentare per gli Stati Uniti un interlocutore valido cui fornire assistenza militare. Tuttavia, il timore che ad avvantaggiarsi del supporto occidentale fossero state le fazioni jihadiste, ha indotto i Paesi occidentali ad un atteggiamento più prudente e ad un sostegno limitato, riducendo però in questo modo le possibilità per i gruppi di opposizione non radicali di affermarsi rispetto alle forze estremiste.

I tentativi di mediazione e lo stallo negoziale.

Nonostante la posizione assunta dall’Occidente, nell’agosto del 2012 il Presidente americano Barack Obama ha dichiarato in una conferenza stampa alla Casa Bianca che vi è una “linea rossa” che il regime di Damasco non deve oltrepassare se non vuole rischiare un intervento militare degli Stati Uniti.. Il limite da non superare consiste nell’utilizzo delle armi chimiche e batteriologiche, di fronte al quale gli Stati Uniti non potrebbero più restare indifferenti. Secondo alcuni osservatori, la dichiarazione del Presidente è servita a far assumere agli Stati Uniti una posizione forte nei confronti della questione siriana senza rischiare il coinvolgimento diretto del Paese, nella consapevolezza che il regime di al-Assad non avesse mai usato le armi chimiche contro i civili. In ogni caso, la presa di posizione di Obama, unito al timore che le forze islamiste potessero entrare in possesso di armi chimiche, ha spinto Stati Uniti e Russia a proporre un accordo con il regime siriano relativo ad un programma per la rimozione delle armi chimiche dalla Siria. Nel frattempo, gli sforzi diplomatici della Comunità Internazionale sono sfociati nella Conferenza di Ginevra del giugno 2012 in cui fu approvato un comunicato che prevedeva la formazione di un governo transitorio sulla base del reciproco consenso delle parti, cui sarebbero stati affidati pieni poteri esecutivi.

Ciononostante la situazione rimane critica. Il programma per lo smantellamento dell’arsenale chimico siriano, accettato da Damasco per scongiurare un eventuale intervento statunitense, procede a rilento; il regime non ha rispettato la scadenza del 31 dicembre per l’eliminazione degli agenti chimici più velenosi e finora solo una piccola parte è stata rimossa dagli arsenali siriani. Anche il secondo round dei negoziati del Ginevra 2 è terminato con un fallimento, con grande rammarico del rappresentante speciale dell’ONU Lakhdar Brahimi. Il nodo del negoziato consiste nelle modalità con cui procedere alla formazione del governo transitorio, con le forze governative che non accettano la formazione di un governo senza il presidente al-Assad, laddove per le forze di opposizione la presenza dell’attuale presidente è del tutto inaccettabile. Le parti faticano a trovare un accordo e iniziano a considerare l’atteggiamento dei vari attori come un ostacolo al raggiungimento di un accordo. Se, infatti, l’interesse principale di Washington è attualmente quello di preservare il dialogo minimo con l’Iran, il raggiungimento di un compromesso comporterà il fatto di dover considerare l’ipotesi che al-Assad resti a far parte della formazione del governo. In considerazione di ciò, le forze di opposizione si pongono come obiettivo quello di conquistare parti di territorio in modo da determinarne il controllo e ottenere così un potere contrattuale maggiore. Tuttavia, il presidente Bashar al-Assad sta proseguendo con la sua strategia mirante a concentrare le forze nella parte maggiormente abitata e produttiva del Paese, che va da Damasco ad Aleppo, lasciando il nord ai curdi e l’est alle milizie islamiste legate ad Al Qaeda. Ciò allo scopo di indebolire le forze ribelli anti-governative e costringerle ad una resa. In tale situazione, in mancanza del prevalere di una forza o dell’altra sul terreno i negoziati procederanno in maniera lenta e il loro risultato non potrà che scontentare coloro che sperano in un cambiamento profondo del Paese.

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