Il coronavirus e le Relazioni Internazionali. Alcune considerazioni

Nello studio delle Relazioni Internazionali lo scoppio di pandemie rientra in quello che va considerato il livello di analisi più ampio, ossia quello globale. Ciò in quanto, così come altri fenomeni come il cambiamento climatico, le pandemie attraversano i confini nazionali e finiscono per interessare tutte le Nazioni. Viene ricondotto ad un livello di analisi globale anche in quanto solitamente questi fenomeni richiedono per essere affrontati una risposta concertata da parte dei vari Paesi coinvolti, laddove la risposta locale risulti inefficace. La diffusione del Covid-19 è stata dichiarata ufficialmente pandemia l’11 marzo scorso dal Direttore dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità); si tratterebbe, quindi, di“un nuovo virus che si diffonde in tutto il mondo e contro il quale la maggioranza degli uomini non ha difese immunitarie”, per cui non si tratta più un’epidemia confinata ad alcune zone geografiche, ma appunto diffusa in tutto il pianeta. In quanto fattore globale che impatta sui Paesi in maniera pressoché simile, esso può essere assimilato ad una sorta di fattore esogeno del sistema internazionale che determina poi delle risposte in termini di politiche da adottare.

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Il primo Paese ed essere colpito è stato la Cina. Dalle notizie finora emerse, ed escludendo le ipotesi non ancora provate di stampo complottista, Wuhan è stato il focolaio del virus e da lì si è diffuso nelle altre zone. Dopo un primo ritardo da parte delle autorità cinesi (per alcuni il primo caso di Covid-19 risalirebbe al 17 novembre 2019), queste ultime già dalla metà di gennaio hanno ammesso pubblicamente l’epidemia. Dopodiché il governo cinese si è attivato con drastiche misure di contenimento dell’epidemia, con una chiusura pressoché totale delle zone interessate, in sostanza l’intera regione dell’Hubei, al cui interno è situata Wuhan, e pesanti restrizioni per tutta la popolazione cinese. Per l’inizio di marzo le misure avevano già dato i loro risultati, con quasi l’azzeramento di nuovi contagi e l’uscita in qualche modo dall’emergenza, sebbene la situazione rimane di allerta.

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Contemporaneamente l’epicentro dell’epidemia in Europa è diventato l’Italia. Partendo dalle regioni settentrionali, in cui sono stati definiti alcuni focolai, l’infezione si è estesa alle altre regioni. Il governo, dopo un primo momento di confusione ha messo in campo una serie di misure improntante, come ribadito più volte dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, al criterio della gradualità e della proporzionalità. Si è andati dalla identificazioni di zone rosse fino alla chiusura delle attività non necessarie e alla limitazione della circolazione delle persone, mediante una campagna per incentivare le persone a restare nelle proprie abitazioni. Probabilmente la gradualità ha impedito di giocare in anticipo rispetto al virus, semmai chiudendo da subito le aree colpite e impedendo che si potesse propagare. In ogni caso, va detto che, al di là delle defezioni da parte di molte persone che si trovavano nel Nord del Paese che per motivi di studio o lavoro hanno deciso di spostarsi per rientrare nelle proprie regioni di provenienza e nonostante le incertezze che hanno accompagnato le misure del governo, si spera che la strategia di contenimento possa consentire di arginare la diffusione del virus e di frenare l’epidemia.

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Per quanto riguarda gli altri Paesi Europei, nonostante in una fase iniziale il pericolo di una epidemia fosse stato sottovalutato e si fosse considerata l’Italia come un Paese untore da tenere a distanza, sono bastati pochi giorni per constatare un netto ripensamento. Per giunta con ritardo altri governi europei si stanno accorgendo della necessità di adottare delle misure di restrizione per il contenimento del contagio; addirittura l’Italia è finita per diventare il modello per valutare le misure da intraprendere. Come evidenziato da alcuni virologi il virus seguirà probabilmente un andamento simile negli altri Paesi per quanto riguarda la sua diffusione; verosimilmente anche la risposta, sia psicologica che politica, seguirà il medesimo schema di quello verificatosi in Italia. L’Europa sta iniziando, infatti, a prendere consapevolezza della situazione e ciò dovrebbe favorire una risposta comune. Le misure dovrebbero riguardare non soltanto una cooperazione sul piano pratico ma specialmente per quanto concerne il sostegno economico-finanziario, dato che le misure necessarie adottate porteranno inevitabilmente una contrazione della produzione e quindi per PIL. Difatti, il PIL italiano, già caratterizzato da un tasso di crescita molto scarso, ultimo rispetto al tasso di crescita degli altri Paesi europei, vedrà sicuramente una pesante contrazione, mandando in recessione tecnica il Paese. La necessità di stanziare nuove risorse in deficit e i timori dei mercati hanno già causato pesanti perdite in borsa e un innalzamento dello spread. Ma la contrazione dei livelli di produzione non risparmierà anche altri Paesi europei e i contraccolpi sul piano economico sono già evidenti. Alcuni intravedono una recessione profonda ma rapida, con una caduta violenta della produzione nell’area euro già nel primo semestre. Secondo alcune stime, ci sarà una caduta del PIL nell’area euro dell’1% nel primo trimestre e del 4% nel secondo. A tal fine la BCE ha già messo in campo alcune misure per fronteggiare lo shock provocato dal coronavirus; in particolare il capo della BCE Christine Lagarde ha annunciato un ampliamento del piano di Quantitative Easing fino a 120 miliardi di euro aggiuntivi fino alla fine dell’anno; in più sono stati decisi un nuovo piano di rifinanziamento a lungo termine (Ltro) e un piano di rifinanziamento destinato a finanziare le piccole e medie imprese (Tltro). Lo scopo è sempre quello di immettere con urgenza della liquidità nel sistema finanziario per facilitare le condizioni per la ripresa economica.

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Un percorso diverso sembra al momento quello intrapreso dal governo inglese; infatti, il premier Boris Johnson ha annunciato di voler puntare alla creazione di una cosiddetta immunità di gregge in modo da rendere inoffensivo il virus e di non compromettere il sistema economico. Non si sa se questa posizione rifletta la fase per certi versi di ottimismo che ha caratterizzato altri Paesi prima che si comprendesse la reale portata dell’epidemia o se si tratti di una consapevole e convinta presa di posizione politica che ha un sapore sicuramente darwinista e masochista in termini sociali. Resta il fatto che le conseguenze saranno presumibilmente imprevedibili e catastrofiche, soprattutto se si tiene conto del possibile collasso del sistema sanitario nazionale inglese.

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Negli Stati Uniti è trascorso un periodo di esitazione prima che il Presidente Donald Trump prendesse sul serio la situazione, che dichiarasse lo “stato di emergenza” e annunciasse misure eccezionali contro l’espandersi del Covid-19. Anche in quel Paese la dinamica sarà probabilmente la stessa, con una graduale chiusura e l’introduzione di restrizioni agli spostamenti delle persone. Trump ha già dichiarato che l’epidemia si protrarrà molto probabilmente fino all’agosto di quest’anno e condurrà ad una recessione economica. Per far fronte alle ricadute economiche del coronavirus il 15 marzo scorso la FED ha tagliato i tassi di interesse allo 0-0,25%; inoltre, ha lanciato un massiccio programma di Quantitative Easing per acquistare 700 miliardi di dollari di titoli di stato e obbligazioni garantite da mutui.

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Come si è visto, la pandemia del Covid-19 sta impattando in maniera pesante su quasi tutti i Paesi. Si tratta di una situazione alquanto inedita e va vista per certi versi come la prima manifestazione di rilievo di un fattore di livello globale che interessa il sistema internazionale. Come tale non vi è stata una reazione concertata in quanto alcuni Paesi hanno in molti casi preso decisioni autonome riguardo alle misure da adottare per contrastare l’espansione del virus. Tuttavia, si è anche visto che, anche per le modalità con cui agisce questo nuovo nemico, sono emerse delle dinamiche che si stanno riproducendo con le stesse fasi in tutti i Paesi; naturalmente, anche gli effetti recessivi saranno condivisi da tutti. La Cina, ad esempio, ha registrato un calo della la produzione industriale a gennaio e febbraio del 13,5%, la prima contrazione in circa 30 anni, e un calo delle vendite al dettaglio del 20,5%. Questo evento, dunque, servirà anche a comprendere fino a che punto può emergere un coordinamento al livello internazionale e fino a che punto invece si continuerà ad adottare decisioni in maniera autonoma. Va aggiunto anche che questo nuovo virus è intervenuto nel sistema accentuando anche i fattori di tensione tra i Paesi. Sono affiorati elementi di discordia tra Cina e Stati Uniti in merito alla possibile provenienza del virus e in più l’amministrazione Trump ha risposto in maniera coerente con la politica isolazionista e nazionalista, ignorando quelli che potevano essere i suggerimenti provenienti dall’esterno. Il discorso vale in maniera particolare per l’Unione Europea, la cui solidarietà è messa nuovamente a dura prova dalla istintiva reazione di chiusura; in Europa, infatti, non vi è stata da subito una naturale solidarietà tra i membri dell’UE e quel coordinamento che si presuppone in presenza di un fattore esterno che minaccia la globalità dei suoi membri. Molti in Italia hanno subito la fascinazione di Cina e Russia, sia per il loro stile autoritario e decisionista sia per la disponibilità a fornire un’alternativa alle istituzioni europee, considerate spesso indifferenti e distaccate rispetto alle specifiche esigenze dei singoli Stati. Vi è però la possibilità che questa nuova crisi possa far assumere una nuova consapevolezza circa il futuro dell’UE, specialmente per quanto riguarda la creazione di meccanismo di unione fiscale e di condivisione delle responsabilità.

Pasquale di Nuzzo

Analista di Geopolitica e Relazioni Internazionali

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