Il ‘’califfo’’ Erdogan affonda nel pantano libico?

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L’intervento turco in Libia è legato – come molti analisti osservano – alla nuova colonizzazione degli antichi territori dell’Impero Ottomano, ciononostante la conflittualità inter-imperialista fra potenze regionali (es. Arabia Saudita) ha obbligato Ankara ad una penetrazione graduale. Quello turco è un proto-imperialismo che avanza ‘’a passi da lumaca’’ quindi strutturalmente più debole rispetto agli stati profondi europei, a quello israeliano ed allo stato profondo statunitense, il meglio fornito.

Erdogan continua ad oscillare fra il polo imperialista americano-sionista (schierato dalla parte di Haftar) ed il polo egemonico euroasiatico alleato dell’Iran. Chi sarà l’ago della bilancia? Il giornalista francese Thierry Meyssan nella sua ultima analisi, Le ambizioni tedesche del Medio Oriente allargato (Rete Voltaire, 28 gennaio 2020) 1, anticipa le ragioni d’una alleanza turco-tedesca storicamente fondata. Fu il tedesco Rudolf Höss ad offrire assistenza militare alla decrepita Sublime Porta durante il genocidio armeno, qualche anno dopo questo triste figuro venne nominato direttore del campo di sterminio di Auschwitz. Sempre la Germania, nel 1982, ospitò i golpisti della Fratellanza Musulmana in fuga dalla Siria dopo il tentativo di rovesciare Hafez al-Assad, costruttore della Siria moderna.

La Turchia appoggia il governo islamista di Tripoli e Berlino, fino ad ora, ha fallito tutti i tentativi di mediazione; el-Sarraj ed Haftar non si degnano d’uno sguardo . Dall’altra parte una alleanza tattica (come durante la prima guerra mondiale) fra Ankara e l’imperialismo tedesco consentirebbe alle due potenze regionali di contrattare con gli USA da una posizione privilegiata all’interno della Nato. Putin dal canto suo sa bene che, giammai, due Paesi imperialisti aderiranno all’edificazione del mondo multipolare quindi, con la consueta abilità diplomatica, sfrutta le contraddizioni degli schieramenti rivali. La Libia, conclusa l’esperienza panaraba, è il campo di battaglia fra vecchi e nuovi imperialismi; il vantaggio statunitense risiede nelle eterogeneità della propria establishment, capace di passare dalla tattica della tigre di Bush (aggressione militare) all’imperialismo diplomatico dell’amministrazione democratica. Trump è il collante fra queste due fazioni, relativamente conflittuali, dell’Impero ‘’yankee’’.

Il sub-imperialismo neo-ottomano deve fare i conti con una situazione, complessiva, poco favorevole. Un autorevole esperto di geopolitica, Salman Rafi Sheikh, delinea lo stallo politico-militare a cui dovrà far fronte Erdogan, leggiamo:

‘’Creare un “impero”, anche se la parola non è letteralmente tradotta ed è generalmente intesa come catena di Paesi sotto l’influenza turca tramite i Fratelli Musulmani, la creazione di tale catena è lontana dalla realtà e non sarebbe possibile anche se Erdogan ha il supporto di Tripoli. Gli accordi della Turchia col governo di accordo nazionale (GNA) non intendono permettere un “impero”, ma mirano solo a creare una “legittimità” per un maggiore ruolo turco nella regione altrimenti dominata dai Paesi rivali Emirati Arabi Uniti, Egitto, Grecia, Cipro ecc. In altre parole, è più una lotta di potere tra Paesi rivali nella regione che un tentativo di ristabilire un “impero”’’ 1

Le ambizione imperiali sono rimandante dalla sconfitta degli islamisti in Siria e dalla debolezza dei Fratelli Musulmani in Libia. La Turchia paga l’inettitudine, ma anche la ferocia, dei suoi vassalli; islamisti e tagliagole senza il senso della politica, capaci soltanto di far sprofondare nel terrore le popolazioni autoctone. L’Islam politico è la bambola del colonialismo britannico, cosa capita dall’Imam Khomeini il quale optò per un nazionalismo anticoloniale sciita; gli stessi sunniti temono la linea offensiva della Fratellanza: ‘’La Turchia non solo invia truppe in Libia; ma anche vi trasferisce le sue milizie dalla Siria, un fatto che forse va a suo svantaggio allontanando i suoi amici dal conflitto, che evitano di essere coinvolti in un’altra ”avventura jihadista” turca e la crescente minaccia della diffusione dell’islamismo’’ (Idibem). Nulla da aggiungere, la dottrina della guerra permanente è (fortunatamente) considerata una calamità dalla stragrande maggioranza dei governi; sunniti o laici che siano.

In Siria, il legittimo governo di Bashar al-Assad ha dimostrato ai neoconservatori, fino al 2016 alleati di Ankara, che un esercito di patrioti con la schiena dritta avrà sempre la meglio su bande armate di mercenari. Il contesto libico è differente; non esiste un vero e proprio fronte nazionalista, il progressista Gheddafi laicizzò la società libica senza inculcargli un autentico patriottismo militare. Le forze che si contendono il controllo del territorio configurano un conflitto fra élite portatrici di interessi, ‘’feroci’’ nelle cancellerie, ma ‘’amichevoli’’ nei consigli d’amministrazione delle grandi multinazionali. Chi ne pagherà le spese sarà il popolo libico.

Il Presidente Erdogan non porterà la Turchia fuori dalla Nato e, per creare l’‘’impero’’ neo-ottomano, dovrà accettare una fase intermedia di mediazioni diplomatiche dove la spinta egemonica della borghesia commerciale conterà di più dei rifornimenti d’armi. La possibilità che possa sconfiggere Haftar è, oltre che remota, scongiurata dalla maggioranza delle popolazioni locali. Chi vince e chi perde? Per ora, l’unico stallo reale è quello dei movimenti anticoloniali nord-africani, ma anche per loro vale la politica del pendolo. I ceti produttivi, un tempi vicini al socialismo panarabo di Gheddafi, conosceranno nuovi risvegli.

Stefano Zecchinelli

Giornalista pubblicista ed esperto di relazioni internazionali

https://www.voltairenet.org/article209056.html

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