I motivi delle tensioni in Ucraina e le ragioni dell’intromissione russa.

Anti-government protesters clash with riot police in Kiev's Independence Square, the epicenter of the country's current unrest, Kiev, Ukraine, Tuesday, Feb. 18, 2014. Thousands of police armed with stun grenades and water cannons attacked the large opposition camp in Ukraine's capital that has been the center of nearly three months of anti-government protests on Tuesday, after at least nine people were killed in street clashes. (AP Photo/Sergei Chuzavkov)
(AP Photo/Sergei Chuzavkov)

 

La recente crisi in Ucraina trae origine dalla decisione presa dal Presidente Yanukovich lo scorso novembre di bloccare i negoziati per l’Accordo di associazione e per l’Accordo di libero scambio con l’Unione Europea rientranti nel quadro della Eastern Partnership. A ciò si aggiunse la decisione del Parlamento ucraino di respingere una serie di emendamenti relativi alla liberazione dell’ex Primo Ministro Yulia Tymoshenko. Le condizioni della Tymoshenko erano una questione cui gli europei avevano legato i progressi relativi al processo di avvicinamento all’UE. La scelta di Yanukovich provocò le proteste dei manifestanti filo-occidentali, che vedevano allontanarsi le prospettive di un cambiamento in senso democratico ed europeo del Paese. A seguito della repressione attuata dal governo, le proteste sono diventate sempre più violente, portando il Paese sull’orlo della guerra civile e culminando con l’estromissione del Presidente ucraino e l’insediamento di un nuovo governo di transizione. Tale avvenimento ha attirato l’attenzione dei Paesi Occidentali e non poteva lasciare indifferente la Russia di Putin.

Difatti, la vicenda ucraina ha assorbito l’attenzione internazionale per via delle molteplici implicazioni di ordine geopolitico. In primo luogo, è da mettere in evidenza il ruolo che assume l’Ucraina nella politica estera russa, caratterizzata da un costante complesso di insicurezza. Per questo, la Russia ha sempre cercato di aumentare la propria sicurezza attraverso la creazione di una fascia-cuscinetto a protezione del proprio territorio, estendendo i confini fino a quei punti considerati possibili barriere naturali o psicologiche. Anche l’attuale strategia della Federazione Russa si basa sul ristabilimento dell’influenza russa sul cosiddetto “Estero Vicino“, corrispondente ai territori che facevano in precedenza parte dell’Impero zarista e di quello sovietico. Questo spiega l’importanza che assume l’Ucraina per la Russia, che considera il mantenimento di una Ucraina neutrale una questione di interesse nationale.

In seguito al crollo dell’Unione Sovietica, la Federazione Russa si è ritrovata in una condizione di fragilità sul piano internazionale e i Paesi Occidentali hanno potuto estendere la propria influenza riempendo il vuoto di potere che si era venuto a creare, generando in Russia il timore di un accerchiamento strategico. Tuttavia, in seguito la Russia è uscita dalla sua condizione di fragilità iniziale ed ha iniziato ad recuperare il suo ruolo internazionale. Mosca non è più disposta, dunque, ad accettare passivamente l’espansione dell’influenza occidentale ai suoi confini. Ciò spiega la reazione del governo russo, che di fronte alla presa del potere del governo transitorio, ha deciso di attivare quelle leve di cui dispone per porre un freno alla avanzata delle forze filo-occidentali e impedire l’inclusione dell’Ucraina nella sfera d’influenza occidentale.

Come sono impostati i rapporti tra Russia e Ucraina:

Nell’agosto del 1991 la Repubblica Socialista Sovietica Ucraina dichiarò la propria indipendenza dall’Unione Sovietica, la quale si sarebbe definitivamente dissolta dopo qualche mese. Dopo lo svolgimento di un referendum confermativo, pertanto, l’ex Repubblica divenne uno Stato indipendente con il nome di Ucraina. Per la Federazione Russa, succeduta all’Unione Sovietica, si pose il problema di gestire i rapporti con il nuovo Stato. Uno dei problemi da risolvere riguardava l’arsenale nucleare dell’Ucraina; la questione venne risolta nel 1994 con la firma da parte di Usa, Russia e Gran Bretagna del Memorandum di Budapest, in base al quale Kiev accettava di riconsegnare le testate nucleari alla Russia e di aderire al Trattato di Non-Proliferazione in cambio del rispetto dell’indipendenza e della integrità territoriale del Paese. Altra questione da risolvere riguardava l’utilizzo della base navale di Sebastopoli da parte dei russi. Si tratta di una base di importanza strategica per la Russia e nel 1997 Russia e Ucraina firmarono un Trattato di Amicizia in cui veniva concesso a Mosca il diritto di utilizzare la base navale di Sebastopoli, in cambio del riconoscimento della sovranità ucraina sulla penisola di Crimea.

Come accennato in precedenza, la Russia è stata sempre attenta alla posizione che l’Ucraina assumeva sul piano internazionale. Inoltre, l’Ucraina rappresenta per la Russia un territorio importante per il transito di idrocarburi destinati ai Paesi europei. Per incentivare Kiev a rimanere neutrale e a non inserirsi nella collaborazione stretta con i Paesi occidentali, Mosca ha sostenuto l’economia del Paese attraverso il finanziamento dell’enorme debito pubblico, la fornitura di gas a prezzi calmierati e la riduzione dei dazi all’importazione di merci ucraine. Nel momento in cui l’Ucraina dava segnali di apertura nei confronti dell’Occidente, Mosca mostrava la propria contrarietà e minacciava il Paese di eliminare i privilegi concessi. Ad esempio, a seguito della Rivoluzione Arancione del 2004 e dell’ascesa al potere del Presidente Viktor Yushenko, la Russia per ritorsione rivide i prezzi del gas, portandoli al livello di quelli praticati sul mercato.

Come era prevedibile, anche la recente crisi ha suscitato la reazione da parte di Mosca. Quest’ultima potrebbe colpire il Paese utilizzando le leve a sua disposizione. Ad esempio, la Russia potrebbe sospendere l’acquisto dei titoli del debito e innalzare le tariffe del gas e quelle per le importazioni dall’Ucraina. Inoltre, Mosca potrebbe agire appellandosi alla parte filo-russa e russofona della popolazione che guarda con favore alla Russia e con diffidenza le manifestazioni filo-occidentali. Le persone che risiedono nella parte orientale dell’Ucraina, infatti, parlano comunemente russo e si sentono culturalmente ed economicamente legati alla Russia; esse condividono con quest’ultima il bacino de Doneck, una zona con una elevata concentrazione di industrie, e le pianure che si estendono lungo il corso del Dnepr. La Russia potrebbe in realtà utilizzare la retorica della difesa delle popolazioni russofone per giustificare eventuali interventi nel Paese. Si tratta di un’arma che la Russia ha utilizzato più volte nel corso della storia, a partire dal dovere di protezione nei confronti delle popolazione slave e ortodosse enunciato dall’Impero zarista, alla propaganda dell’Internazionale comunista utilizzata dalla Russia sovietica.

Perché si è aperta la questione della Crimea?

Oltre ad attivare il suo potenziale di ritorsione, la Russia sta tentando di approfittare del disordine nel Paese per estendere la propria influenza in un’area che ritiene di particolare interesse. In Crimea, infatti, si trova la base navale di Sebastopoli e vive una parte della popolazione che oltre ad essere russofona accetterebbe volentieri di entrare a far parte della Federazione Russa.

Dal punto di vista storico il Khanato di Crimea era uno dei territori che sopravvissero al disfacimento del Khanato dell’Orda d’Oro, divenendo uno stato indipendente nel 1441 e successivamente cadendo sotto la protezione dell’Impero Ottomano. In seguito, la Crimea fu annessa all’Impero Russo nel 1783 da Caterina II. Nel 1954, durante il periodo sovietico, in ragione di una più semplice gestione amministrativa , la Crimea fu trasferita alla Repubblica Socialista Sovietica Ucraina per decisione di Kruscev. Il Khanato di Crimea era abitato dai Tatari, una popolazione di origine turca che venne in seguito assimilata dalla popolazione mongola che giunse in Europa Orientale dalle steppe asiatiche, fondendosi peraltro con altri gruppi etnici. Si tratta della stessa popolazione che nel 1944 Stalin accusò di collaborazionismo con i nazisti e fece deportare in Uzbekistan, con il risultato di alterare ulteriormente l’equilibrio demografico a favore dei russi. I Tatari di Crimea si videro riconosciuti il diritto di ritornare in patria solo nel 1989, e oggi costituiscono una piccola minoranza all’interno della penisola.

Si può affermare, pertanto, che la Crimea ha fatto parte del territorio russo più di due secoli e che la sua perdita deriva dallo sfaldamento dell’Unione Sovietica. La popolazione originaria rappresenta attualmente una minoranza, anche a causa delle deportazioni e delle politiche di russificazione intraprese nel corso del tempo. Non sorprende, quindi, che attualmente la maggioranza della popolazione della Crimea sia russofona e consideri con favore l’ipotesi di entrare a far parte nuovamente del territorio russo; e neppure sorprende che la minoranza tatara osservi con timore gli avvenimenti recenti, cercando di unirsi con la popolazione ucraina filo-occidentale.

Il sostegno dell’Occidente.

Le iniziative russe hanno suscitato, tuttavia, le preoccupazioni dei Paesi Occidentali. Nei giorni scorsi alcune unità russe sono entrate in una base militare ucraina e le navi russe nella base di Sebastopoli tengono sotto controllo le navi ucraine. Le truppe russe potrebbero intervenire nella penisola, spingendo la popolazione a richiedere la soluzione secessionista e l’incorporazione nella Federazione Russa. Oltre ad una serie di problemi relativi alla conformità di tale intervento al diritto internazionale, derivanti dalla violazione da parte russa della sovranità e integrità territoriale dell’Ucraina, ciò potrebbe provocare la reazione del governo centrale di Kiev. Quest’ultimo potrebbe in ultimo tentare la soluzione militare, sebbene il rapporto di forze non sia a suo favore. Inoltre, di fronte all’intervento russo, l’Europa e gli Stati Uniti potrebbero decidere di attuare delle sanzioni nei confronti della Russia, ad esempio, bloccare il rilascio di visti, procedere al congelamento di beni e all’interdizione di imprese finanziarie di persone legate al Cremlino, o ancora bloccare la vendita di armi alla Russia.

Tuttavia, il sostegno all’Ucraina non risulterebbe privo di conseguenze. Innanzitutto, la Russia potrebbe interrompere la fornitura di gas ai Paesi europei. In secondo luogo, i Paesi Occidentali dovrebbero assumersi l’onere di sostenere la disastrata economia ucraina. Il Governo ucraino ha accumulato un debito di circa 135 miliardi di dollari. L’unione Europea non sembra pronto ad assumersi l’onere di sostenere l‘economia ucraina. L’alternativa per Kiev sarebbe quella di ricorrere ad una drastica cura da parte del Fondo Monetario Internazionale come suggerito dal governo tedesco, con un programma di ristrutturazione finanziaria. In questo caso, i Paesi europei potrebbero trarre vantaggio da un eventuale processo di liberalizzazione dell’economia ucraina, ma le condizioni imposte potrebbero provocare un fortissimo scontento tra la popolazione, rendendo la situazione nuovamente instabile.

Si può sostenere, dunque, che il passaggio dell’Ucraina al campo Occidentale molto probabilmente non sarà indolore; al contrario i costi, per essa e per i Paesi occidentali potrebbero risultare piuttosto elevati. Il mantenimento del Paese in una posizione di neutralità potrebbe rivelarsi una strada percorribile, ma in quel caso sorgerebbe il problema per il Parlamento ucraino di formare un nuovo governo capace di comporre i dissidi interni e di garantire un equilibrio tra le forze politiche presenti nel Paese. La situazione resta piuttosto instabile e fluida, e in ogni caso il tema della separazione della Crimea dal resto del Paese è stato sollevato. Un eventuale stallo politico potrebbe spingere la popolazione della Crimea a votare al referendum a favore della secessione.

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