I coronabond e le tensioni geopolitiche in Europa.

L’esplosione pandemica dovuta al Covid-19 ha proiettato gli Stati europei in una crisi senza precedenti, sicuramente la più drammatica dalla fine del Secondo conflitto mondiale. I sistemi produttivi stanno soffrendo in maniera pesante e rischiano di riportare conseguenze irreparabili. Al pari della Grande crisi economica del 2008 si tratta di uno shock esterno al sistema europeo suscettibile di creare effetti asimmetrici per quanto riguarda l’area euro. Questa crisi in altre parole rischia di accentuare le divergenze presenti all’interno del gruppo di Paesi che utilizzano l’euro come valuta.

Dopo una prima fase di incertezza i governi europei si sono resi conto delle gravità della situazione e sono intervenuti con drastiche misure di restrizione al fine di arginare il dilagare del virus; ciò ha causato danni economici di vasta portata per i quali i governi stanno stanziando risorse finalizzate a sostenere il sistema economico. Naturalmente, in questa operazione di sostegno entra di nuovo in gioco l’architettura dell’eurozona e le caratteristiche dei Paesi che ne fanno parte. I Paesi colpiti dall’epidemia con economie più fragili, connotate da pesanti debiti e da conti non perfettamente in ordine, come Italia e Spagna, hanno chiesto all’Europa di intervenire con azioni capaci di alleggerire un carico che altrimenti risulterebbe insostenibile. Ad essere chiamata in causa in prima battuta è stata la Banca Centrale Europea (BCE). Dopo un primo scivolone del suo Presidente Christine Lagarde, l’istituto monetario europeo ha annunciato un rafforzamento del programma di Quantitative Easing prevedendo per l’anno in corso l’acquisto fino a 750 miliardi di titoli del settore pubblico e privato. Si è trattato di una segnale forte che ha alleggerito la pressione dei mercati, bisognosi di una copertura più ampia ai debiti che si andavano man mano prospettando. Successivamente, su proposta della Commissione europea, l’incontro del Consiglio Economia e Finanza (Ecofin) ha approvato l’attivazione della clausola di sospensione del Patto di Stabilità, cioè l’impianto di regole relative al criteri di gestione dei conti pubblici per i Paesi membri. Ciò in quanto si prospetta una pesante recessione ed è inevitabile attendersi un allontanamento dai parametri di finanza pubblica.

In merito alle iniziative in ambito europeo, va osservato che la costruzione economica dell’Europa è ancora in fieri. Si tratta della stessa Europa “monca” che ha affrontato la crisi economica precedente, ossia con una sovranità monetaria condivisa in assenza di una uniformità della politica fiscale. Anzi una Europa che ha già perso un pezzo importante con l’uscita della Gran Bretagna e che continua ad avere profonde divisioni al suo interno. Rimane infatti il raggruppamento dei Paesi nordeuropei, che dopo lo shock della Brexit stanno riscoprendo una nuova identità geopolitica rievocando la storica lega anseatica. L’appellativo richiama appunto l’alleanza commerciale fondata nel XII secolo tra le principali città portuali e manifatturiere che si affacciavano sul Mare del Nord e sul Mar Baltico. Questo gruppo comprende Olanda, Svezia, Danimarca, Finlandia, Irlanda, Lituania, Lettonia, Estonia. Essi si ritrovano sullo stesso lato per quanto riguarda le questioni economico-monetarie, ponendosi in un certo senso come i “falchi fiscali d’Europa”1. I Paesi del Nord Europa chiaramente sanno che in Germania è presente una componente della classe dirigente che si rifa all’ortodossia economica e spingono affinché il governo tedesco rimanga ferma nella sua impostazione sul piano finanziario, senza cedere alle pressioni dei Paesi meno virtuosi e senza eccedere nell’interventismo dello stato nel settore economico. Berlino a sua volta utilizza questa nuova formazione quando sente la necessità di richiamare all’ordine e alla virtù i Paesi europei che tendono ad allentare il rigorismo e a proporre modifiche che non si adattano agli interessi tedeschi. Il bersaglio principale dei neoanseatici è Parigi. Essi infatti si oppongono ai progetti francesi di rafforzare l’integrazione dell’Eurozona anche perché riconosce l’intento di Parigi di spostare più a sud-ovest, ossia verso di sé, il baricentro decisionale dell’Ue, ora incentrato sullo spazio tedesco. L’intento di Parigi è quello di ergersi a campione dei membri mediterranei dell’UE, Italia compresa,e di modificare così a proprio favore gli sbilanciati rapporti di forza con la Germania2.

Queste contrapposizioni striscianti sono nuovamente emerse con l’emergenza Covid-19. L’attuale impostazione monetaria dell’UE vede favoriti alcuni Paesi a discapito di altri. Difatti, la moneta unita ha indubbiamente prodotto all’interno della Ue dei forti squilibri, consentendo ad alcuni Paesi di godere dei vantaggi derivanti da un tasso di interesse basso e di un mercato unito di assorbimento per i propri prodotti, spingendo altri, invece, a fare i conti con le proprie inefficienze senza avere adeguati strumenti di intervento, se non ricorrendo a nocive politiche deflazionistiche. Per certi versi, i Paesi fragili dell’eurozona hanno barattato una certa stabilità finanziaria, potendo per questo confidare su una copertura da parte delle istituzioni europee, con una posizione svantaggiosa in termini commerciali e di bilancio pubblico. Naturalmente, in assenza di significative correzioni, questo schema è destinato perciò ad allargare le differenze dei vari sistemi economici e nel lungo termine potrebbe non risultare più sostenibile. Già da tempo, alcuni Stati membri hanno esortato i tedeschi a modificare il proprio approccio economico stimolando i consumi domestici, dunque le importazioni dal resto dell’Europa, al fine di ridurre l’enorme surplus commerciale. Per quanto riguarda l’Olanda, inoltre, va detto che ai vantaggi commerciali si aggiungono i ritorni derivanti dalla palese pratica di dumping fiscale che le ha consentito l’instaurazione di un vero e proprio paradiso fiscale all’interno del mercato unico, facendo così indirettamente evaporare le entrate tributarie degli altri Stati membri. Come ricordato dal sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano “Solo il 4% del reale volume d’affari risulta imponibile ai fini fiscali”.

Con la crisi attuale, molti speravano che la solidarietà europea andasse oltre lo stato di cose e le limitate misure annunciate. Si sperava in un salto di qualità dell’Europa. In questo scenario drammatico i governi italiano e spagnolo hanno iniziato a proporre la creazione di una sorta di eurobond, per l’occasione denominati “coronabond”, con i quali emettere titoli del debito europei da gestire secondo procedure comunitarie per far fronte all’esigenza di risorse per risollevare il sistema economico. Si tratterebbe di un primo passo verso la creazione di un nucleo di debito europeo comune. Tuttavia, queste proposte sono state subito bloccate dall’ostruzionismo olandese, che non ha voluto sentire ragioni in merito ad uno strumento di possibile condivisione del debito. Nelle riunioni dell’Eurogruppo, ossia l’incontro dei 19 ministri delle finanze dei Paesi della zona euro, il governo olandese, ha rigettato la proposta relativa agli eurobond, proponendo in alternativa l’attivazione del MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) denominato fondo salva-Stati; quest’ultimo strumento è in grado di accordare un prestito agli Stati richiedenti a fronte di condizionalità economiche e con l’impegno ad una restituzione prioritaria di questo prestito, in quanto credito privilegiato. Il 9 aprile Parlamento olandese ha anche approvato due risoluzioni che esortano il governo dell’Aja a non accettare gli eurobond e ad insistere sulla via del MES. A far compagnia all’Olanda vi sono Austria, Finlandia e naturalmente la Germania. In definitiva, durante gli incontri dell’Eurogruppo il fronte nordeuropeo ha respinto le varie proposte in tema di eurobond, sottolineando il fatto che gli strumenti a disposizione sono più che sufficienti a fronteggiare la crisi.

Nella loro ottica, queste nazioni “virtuose” temono l’idea di doversi sobbarcare i debiti dei Paesi “frugali”, condonando in parte le loro inefficienze e facendoli confidare eccessivamente sulla garanzia piena europea. Inoltre, come evidenziato dalla stampa “nonostante l’aumento del deficit e il calo del prodotto lordo, il debito pubblico arriverà solo attorno al 70% del Pil. In altri termini, grazie a un bilancio pubblico solido la Germania è in condizioni migliori di altri per rispondere alla crisi.”3 Questa considerazione rappresenta per i Paesi nordeuropei una conferma della validità del loro approccio rigorista. Come messo in evidenza dal giornalista Gideon Rachman del Financial Times “Il rischio che gli europei del Sud si sentano abbandonati dal Nord va messo sullo stesso piano del rischio che gli europei del Nord si sentano sfruttati dal Sud”4. In ogni caso, i Paesi membri dell’Europa meridionale denunciano che questo divario è proprio il frutto dell’impostazione attuale sbilanciata dell’eurozona, e hanno la sensazione di essere intrappolati in una continua rincorsa verso un adeguamento a degli standard economici impossibili da raggiungere. Per essi, l’avvitamento prodotto dalle politiche di austerità e dagli squilibri dell’eurozona tendono a perpetuare la condizione di fragilità dei loro sistemi economici. Per questo motivo viene richiesto uno sforzo in più in termini di condivisione degli oneri, specialmente in una situazione di emergenza. Inoltre, come sottolineato dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte in riferimento ai coronabond, non si tratterebbe ancora di una vera e propria mutualizzazione del debito al fine di aiutare uno Stato in particolare, bensì di uno strumento finanziario comune utilizzabile da tutti i Paesi in difficoltà. Egli ha espresso in maniera chiara l’obiettivo della discussione europea dichiarando che: «vanno potenziati gli strumenti attuali, di politica monetaria e fiscale e noi paghiamo i nostri debiti, non chiediamo soldi ad altri. Non credo che la Germania avrebbe vantaggi economici se gli altri Paesi cadessero in una forte recessione»5 .In ogni caso, il muro alzato dai colleghi europei ha spinto Conte ad alzare un po’ i toni affermando che “è nell’interesse reciproco che l’Europa batta un colpo, altrimenti dobbiamo assolutamente abbandonare il sogno europeo e dire che ognuno fa per sé”6.

In questo quadro, l’opera di mediazione è stata intrapresa dalla Francia. Il governo francese di Macron si era in un primo momento rivolto alla Germania per ammorbidire le condizionalità del MES e produrre una sorta di MES “light”, più digeribile dai Paesi che in teoria ne dovrebbero far ricorso. Di fronte alla insoddisfazione e all’insistenza di Italia e Spagna riguardo alla necessità di misure più incisive a livello europeo, Parigi ha voluto giocarsi l’altra opzione geopolitica, adoperandosi per farsi portavoce delle istanze del fronte dei Paesi dell’Europa meridionale, quindi Italia, Spagna, Portogallo e Grecia. A tal fine ha proposto la creazione di un fondo temporaneo di per la ricostruzione (Recovery Fund) che sarebbe in grado di emettere titoli del debito sulla base di risorse comuni dei Paesi europei; il carattere temporaneo e circoscritto del fondo ne avrebbe consentito l’accettazione da parte degli Stati rigoristi”.

Nell’incontro dell’Eurogruppo del 9 aprile si è raggiunto un difficile compromesso sul tema degli strumenti di sostegno europei. Sono state potenziate le risorse in campo con un pacchetto di misure senza precedenti. Si è predisposta una serie di interventi tra cui un finanziamento della Bei (Banca europea degli investimenti) per 200 miliardi di euro destinati al sostegno delle imprese, l’attivazione del SURE con una dotazione di 100 miliardi, un meccanismo anti-disoccupazione per finanziare i lavoratori, una sorta di cassa integrazione europea. É stata riproposta la soluzione del MES con la creazione però di una apposita linea di credito “Pandemic Crisis Support”, con l’azzeramento delle condizionalità per quanto riguarda le spese medico-sanitarie. Inoltre, l’accordo pare raggiunto per quanto riguarda il Recovery Fund, di cui tuttavia andranno delineate le modalità di funzionamento e di finanziamento. Nel complesso questo fondo dovrebbe emettere obbligazioni comuni per raccogliere sul mercato almeno 500 miliardi di euro con cui effettuare prestiti agli Stati. Una sorta di eurobond in uno stato embrionale. Tuttavia, le resistenze di Olanda e Germania per quanto riguarda gli eurobond veri e propri non sono state infrante e l’atteso via libera al nuovo strumento non c’è stato.

Difficile a questo punto leggere il risultato di questo compromesso. Un risultato ambiguo da bicchiere mezzo pieno-mezzo vuoto. E la partita risulta ancora aperta. Alcuni hanno intravisto l’accendersi di una certa solidarietà europea, che ha portato all’adozione di importanti misure di sostegno. Tuttavia, come accade spesso per i compromessi, essi rischiano di accontentare tutti ma di non soddisfare nessuno. La riproposizione del MES può essere vista come la subordinazione dei Paesi economicamente fragili alla logica rigorista e liberista promossa dai Paesi forti; difatti i Paesi interessati hanno già fatto sapere che non ne faranno ricorso. Il Recovery Fund rappresenta un timido tentativo di mettere delle risorse comuni, ma non intacca il dogma della non condivisibilità dei rischi. Le diffidenza sul piano politico rimangono e le scelte coraggiose in direzione di un nucleo di bilancio e debito comuni non sono state prese. Parimenti permangono le distinte valutazioni geopolitiche, che neppure la comune lotta al coronavirus può estinguere.

di Pasquale di Nuzzo

Analista di Geopolitica e Relazioni Internazionali

1 Federico Petroni, La Nuova Lega Anseatica. In Limes, Antieuropa, l’impero europeo dell’America, 4/2019

2 Federico Petroni, La Nuova Lega Anseatica. In Limes, Antieuropa, l’impero europeo dell’America, 4/2019

3 “La Germania pronta a superare la crisi”, Corriere della Sera, 8 aprile 2020.

4 “Perché Germania e Olanda sono contro i coronabond? Proviamo a capirlo (e a ricapitolare tutto)”, Corriere della Sera, 8 aprile 2020.

5 Conte avverte la Germania: “Attenti, oppure ognuno farà per sé”. Orlando (Pd): “Fa bene ad essere duro con l’Ue”, La Stampa, 8 aprile 2020.

6 Coronavirus, Conte avverte: eurobond o l’Italia farà da sola, Il Tempo, 8 aprile 2020.

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