Gli squilibri strutturali nell’economia mondiale. Il rapporto tra Paesi emergenti ed economie avanzate. Cause e meccanismi di aggiustamento.

Gli anni ‘70 e ‘80 sono stati caratterizzati da una rapida liberalizzazione del commercio internazionale, grazie alla quale gli scambi internazionali hanno subito una forte accelerazione. Alcuni Paesi, caratterizzati da una certa accumulazione di fattori produttivi hanno reso competitive le proprie produzioni, accrescendo il proprio potere di esportazione nei confronti di altri mercati. Paesi come India, Brasile, Cina e Sudafrica, successivamente inquadrati nella categoria di Paesi emergenti hanno allargato la propria base produttiva e favorito l’avanzo commerciale. Per converso, altri Paesi hanno mostrato segnali di debolezza. Agli inizi degli anni duemila, gli Stati Unti videro i limiti della cosiddetta “new economy” mentre altre economie avanzate registravano tassi di crescita modesti. Le economie avanzate sono diventate un mercato importante per i Paesi emergenti e per i Paesi produttori di materie prime energetiche, mentre la competizione globale ha reso meno competitive le merci di alcuni Paesi avanzati. Si sono creati in questo modo degli squilibri economici a livello globale caratterizzati appunto dalla presenza contestuale di Paesi con forti disavanzi a di altri con evidenti avanzi della bilancia dei pagamenti.

È possibile individuare le principali cause economiche di questa dinamica. Innanzitutto, nell’analisi della bilancia dei pagamenti è possibile ricavare il saldo commerciale relativo ai beni e servizi. Tale saldo corrisponde alla bilancia commerciale, misurabile come la differenza tra le esportazioni e importazioni di beni e servizi. In una economia aperta la bilancia commerciale è un indicatore dei flussi di ricchezza in entrata e in uscita dal Paese. Inoltre, essa può essere messa in relazione con il livello di risparmio dell’economia di riferimento, il bilancio pubblico e il livello di investimenti nell’economia. Se si considera il risparmio aggregato di un Paese, inteso come somma di risparmio pubblico e privato, si nota come questo abbia il compito di finanziare gli investimenti domestici, i disavanzi del settore pubblico e i deficit della bilancia commerciale.

R = I + G + BC   à  BC = R – I – G

In questo caso, un eventuale deficit commerciale può essere dovuto ad un basso livello di risparmio o ad un’alta spesa per investimenti. O ancora esso può essere il risultato di un deficit pubblico nel momento in cui quest’ultimo spinge in alto i tassi di interessi provocando un afflusso di capitali destinato a far apprezzare la moneta nazionale; ciò frena le esportazioni e di conseguenza aggrava il deficit. Per alcuni tale dinamica è all’origine dei cosiddetti “twin deficits” statunitensi, ossia la contestuale presenza di deficit di bilancio e commerciale.  Naturalmente in una economia aperta un Paese con surplus commerciale e un alto livello di risparmio finisce col finanziare i deficit degli altri Paesi. Il caso cinese esemplifica la situazione in cui un Paese possiede una posizione creditoria nei confronti degli suoi partner commerciali, finanziando le loro passività Per quanto riguarda la Cina, nello specifico, il risparmio generato da suo sistema economico è andato a finanziare in questi anni il disavanzo  degli Stati Uniti.

Inoltre, la presenza di un disavanzo della bilancia commerciale è naturalmente una componente del debito pubblico. Quest’ultimo infatti è una variabile stock costituita dal debito pubblico pregresso, dagli interessi relativi al finanziamento del debito e dal nuovo debito, perciò anche dal disavanzo commerciale. Nei Paesi caratterizzati da un elevato tasso di risparmio, spesso i capitali rischiano di non riversarsi nel mercato interno a sostegno dei consumi, al contrario vanno a finanziare i disavanzi dei propri partner commerciali. Finanziare i disavanzi dei Paesi avanzati significa anche mantenere la capacità di esportazione del Paese in surplus, e di conseguenza sostenere la loro crescita produttiva. Anche in questo caso, questo tipo di comportamento è stato evidente in Cina: il governo cinese ha acquistato in modo massiccio titoli del debito statunitensi in modo da sostenere i consumi statunitensi e mantenere elevati i livelli di esportazione delle imprese cinesi. Il governo cinese ha impiegato le proprie risorse anche per l’acquisto di titoli pubblici dei Paesi europei in difficoltà a causa della crisi del debito.

Questi legami di interdipendenza generatisi dagli squilibri nei flussi commerciali hanno per certi versi sostenuto la crescita globale, ma allo stesso tempo ne rappresentano un limite.  Come già menzionato, i risparmi e i surplus dei Paesi emergenti si sono rivelati spesso  fondamentali per consentire la sostenibilità del disavanzo. Si è assistito ad un afflusso di capitali che dai Paesi emergenti è stato indirizzato ai Paesi in disavanzo. Questi flussi, favoriti dalla crescente mobilità dei capitali, hanno premesso in una certa misura di tenere i tassi di interesse ad un livello basso, rendendo possibili politiche espansive altrimenti non sostenibili. Tale circostanza è stata anche la conseguenza dei rapporti di interdipendenza economica che si sono venuti a creare nell’economia internazionale tra i Paesi emergenti e quelli ad economia avanzata. I primi dipendono sostanzialmente dalla capacità di acquisto dei Paesi industrializzati, mentre questi ultimi mirano a mantenere i loro livelli di vita sviluppo economico. È possibile citare a tal proposito, l’importanza delle esportazioni di materie prime nei Paesi europei da parte della Russia, o l’importanza delle esportazioni di acciaio e di prodotti agricoli nel mercato americano per il Brasile. L’interdipendenza economica ha quindi costituito un incentivo per i Paesi emergenti ad intervenire a sostegno degli squilibri economici. Tale dinamica, tuttavia, ha finito col riprodurre gli squilibri e ha ritardato i necessari aggiustamenti economici.

Generalmente in un sistema a cambi flessibili gli squilibri della bilancia commerciale sono sempre riassorbiti tramite aggiustamenti del tasso di cambio. Semplificando, in corrispondenza di un deficit commerciale diminuisce la domanda di valuta nazionale di quella economia, provocando il deprezzamento della moneta nazionale. Di conseguenza le esportazioni tenderanno ad essere più competitive e il deficit tenderà a ridursi. Tuttavia, nella pratica questo meccanismo non si verifica secondo il modello teorico. Talvolta gli squilibri tendono ad autoalimentarsi, fino ad assumere un carattere strutturale. Per assicurare il buon funzionamento dell’economia internazionale le situazioni persistenti di avanzo o disavanzo dei conti con l’estero necessitano di essere risolte in qualche maniera. Gli Stati possono ridurre i propri squilibri tramite modifiche al tasso di cambio o tramite l’adozione di politiche economiche. Va sottolineato il fatto che tali misure per l’aggiustamento comportano dei costi per il Paese che le adotta. Ad esempio, un Paese con un disavanzo, che persegue politiche inflazioniste, potrà riequilibrare la propria bilancia commerciale tramite una svalutazione della moneta oppure tramite politiche deflazioniste. La prima comporta una riduzione dei livelli del reddito nazionale e il rischio di generare una spirale di inflazione-svalutazione; le seconde comportano una compressione dei livelli di produzione e sacrifici in termini sociali.

Chiaramente, un Paese ha interesse a trasferire i costi dell’aggiustamento verso altri Paesi. Da qui sorge la questione relativa alla distribuzione dei costi di aggiustamento degli squilibri nell’economia internazionale. La visione degli economisti ortodossi prevede che l’onere dell’aggiustamento ricada in maggior misura sul debitore. Tale approccio parte dal fatto che in un regime di cambi flessibili, gli eventuali squilibri della bilancia dei pagamenti tendono ad essere automaticamente riassorbiti. Gli avanzi e i disavanzi commerciali sono corretti tramite le variazioni di prezzi o dei tassi di cambio. Questa è una soluzione auspicata anche dai creditori, interessati a ridurre l’ammontare delle passività. L’approccio neokeynesiano, viceversa, ritiene che l’onere dell’aggiustamento non debba ricadere esclusivamente sul debitore, ma deve riguardare anche il creditore. Quest’ultimo avrebbe il compito di ridurre lo squilibrio stimolando la domanda interna in modo da favorire l’assorbimento dei prodotti stranieri e riequilibrare così la bilancia commerciale L’idea di base è che le variazioni di reddito nazionale influenzano i meccanismi di aggiustamento. Quindi secondo una visione meno ortodossa, anche coloro che sono in una condizione di surplus dovrebbero assumersi una parte dell’onere, effettuando politiche espansive. In tale ipotesi la ripartizione degli oneri diviene più equa. In fondo il debitore ha, in una certa misura, contribuito alla crescita economica del Paese in surplus, per cui sarebbe ingiusto addossare ad esso tutto il carico del riequilibrio.

In tale discorso si innestano anche i dibattiti relativi al ruolo della valuta di riserva ed alla possibilità che altre valute possano assumere un ruolo nel sistema finanziario internazionale. Naturalmente, il Paese che adotta la valuta di riserva gode del vantaggio di poter finanziare il disavanzo delle partite correnti tramite l’emissione delle passività denominate nella sua valuta. Nell’attuale sistema economico, gli Stati Uniti godono di tale prerogativa in quanto Paese cui spetta l’emissione della “key currency”; essi possono in certi casi aggirare il limite costituito dall’eccessivo indebitamento dal momento in cui possono emettere passività denominate nella valuta di riferimento del sistema. Inoltre, gli Usa potrebbero ridurre il proprio onere tramite una strategia inflazionista. Gli Stati Uniti hanno potuto accumulare squilibri della bilancia dei pagamenti, mantenendo elevato il livello di reddito e di consumo interno. Per cui, nonostante il peggioramento dello squilibrio strutturale il loro livello di crescita si è mantenuto. Il sistema finanziario e il ruolo del dollaro quale valuta di riferimento hanno, quindi, consentito agli Stati Uniti di sostenere la propria posizione debitoria nei confronti del resto del mondo. Va comunque osservato che negli ultimi anni, a seguito delle difficoltà innescate dalla crisi economica, alcuni Paesi sono stati tentati ad introdurre misure protezionistiche per arginare il proprio deficit commerciale. L’amministrazione Trump ha fatto ricorso a nuovi dazi all’importazione di merci da Europa e Cina, motivando in parte questa decisione con l’esigenza di ridurre il disavanzo commerciale e di proteggersi da presunte pratiche scorrette adottate dagli altri Paesi. La strada protezionistica naturalmente può dare l’impressione di alleviare lo squilibrio commerciale, sebbene nel lungo periodo essa rischia di compromettere la liberalizzazione del commercio e causare un rallentamento della crescita internazionale.

Gli squilibri macroeconomici sono presenti tra le varie aree economiche ma anche all’interno delle stesse. Ad esempio, nell’area euro Germania, Olanda e altri Paesi nordici sono sempre più riluttanti a sostenere le misure di stimoli  e di alleggerimento monetario  adottate  in questi anni dalla Banca Centrale Europea (BCE); inoltre, sempre i Paesi citati si dicono per ora non disposti ad intraprendere misure espansive e di aumento degli investimenti per favorire la crescita economica. In realtà gli stessi accordi in ambito europeo prevedono dei meccanismo per la riduzione degli squilibri interni, imponendo ai Paesi caratterizzati da surplus eccessivi nella bilancia commerciale di investire maggiormente per evitare di indebolire le altre economie dell’area e mettere sotto pressione la stessa Unione Monetaria. Dall’inizio della crisi economica del 2008, i Paesi appartenenti all’aera euro si sono affidati alle politiche dettate dalla Commissione europea ed alla politica monetaria della BCE; per una serie di fattori tali misure hanno avvantaggiato alcuni Paesi come appunto Germania e Olanda, creando al contempo pesanti conseguenze nei Paesi dell’Europa meridionale, ponendoli in una condizione di quasi fragilità strutturale. Di fronte ai nuovi rischi di un rallentamento globale dell’economia, d’altronde, si rende ancora più necessaria una politica di spesa pubblica di investimenti da parte di coloro che hanno maggiori margini di bilancio. Ciò anche perché, l’indisponibilità nell’attivare misure espansive a beneficio dell’intera area euro non può che tramutarsi in un serio problema politico in grado di generare forti tensioni interne.

Per concludere, è possibile sostenere che la comparsa dei Paesi emergenti ha contribuito alla creazione di squilibri globali nel sistema economico internazionale. Tale squilibrio è anche una delle cause della interdipendenza che lega i Paesi emergenti alle economie avanzate. Tale interdipendenza ha spinto i Paesi emergenti a sostenere in qualche modo i livelli di crescita delle economie avanzate, favorendo la presenza di tassi di crescita nell’economia internazionale. La crisi economica esplosa nel 2008 ha riproposto il problema del mancato “decoupling” delle varie economie. Infatti, le autorità cinesi iniziano a valutare i limiti di uno sviluppo troppo dipendente dalle esportazioni. Da tempo, inoltre, i Paesi occidentali si auspicano che il governo cinese decida di fare meno affidamento sulle esportazioni e di finanziare i consumi interni, in modo da ridurre gli squilibri. Il governo di Pechino potrebbe decidere di puntare maggiormente sul mercato interno. Ciò potrebbe comportare un sollievo per la bilancia commerciale statunitense. Ma potrebbe anche essere un passo verso una posizione più indipendente della Cina nell’economia mondiale. Le scarse prospettive di crescita delle economie più sviluppate potrebbero rafforzare questo processo. Il permanere dello squilibrio è stato possibile anche grazie al sistema finanziario a valuta chiave. Per questo, il riaggiustamento degli squilibri chiama in causa anche la questione relativa al riassetto monetario dell’economia internazionale. In presenza di altre valute in alternativa al dollaro, gli Stati Uniti dovranno aumentare il tasso di interesse in modo da favorire il flusso di capitali nel Paese e sostenere la domanda relativa ai propri titoli del debito. Se quindi finora i Paesi ad economia avanzata e caratterizzati da un ampio surplus commerciale hanno spostato in avanti la scadenza per un aggiustamento degli squilibri globali, grazie anche al ruolo delle economie emergenti, la ricerca di soluzioni strutturali è diventata sempre più urgente.

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