Considerazioni sulla legalità dell’operazione turca contro i curdi in Siria alla luce del divieto dell’uso della forza nelle relazioni internazionali.

La disciplina relativa all’uso della forza armata nelle relazioni internazionali, quale ingerenza estrema nei confronti di un altro Stato, costituisce uno degli aspetti più problematici del diritto internazionale. La problematicità deriva dalla presenza nell’ordinamento internazionale di una norma che impone il divieto dell’uso della forza; tale norma è contenuta nell’art.2 par. 4 della Carta delle Nazioni Unite ed ha assunto un carattere consuetudinario, vale a dire che si impone a tutti gli Stati in quanto membri della Comunità Internazionale. Il divieto posto da questa norma, emanazione del principio di sovranità, avrebbe perciò carattere assoluto e generale, in quanto valido anche in caso di inerzia o inefficienza del sistema di sicurezza collettiva rappresentato dall’ONU. Non solo, ma stando alla giurisprudenza della Corte Internazionale di Giustizia la norma in oggetto avrebbe acquisito il rango di jus cogens, ossia il carattere di norma inderogabile dell’ordinamento internazionale. Il divieto assoluto posto da questa norma, dunque, ci suggerisce che non vi sono margini per l’impiego della forza in ambito internazionale condotta in maniera autonoma e arbitraria da parte degli Stati, ferme restando naturalmente le ipotesi del consenso dello Stato e della legittima difesa individuale e collettiva (così come espresso dall’art. 51 della Carta ONU) . Si tratta di due ipotesi che escluderebbero l’illegittimità di un attacco armato, in quanto con la prima l’intervento armato avrebbe come presupposto il consenso dello Stato in cui si verifica, mentre nel caso della legittima difesa l’intervento armato non è altro che l’esercizio di un diritto di autotulela espressione di un principio naturale e insopprimibile di qualsiasi ordinamento giuridico.

In questo quadro va analizzato l’intervento militare dell’ottobre 2019 deciso dal Presidente turco Recep Tayyip Erdogan nel territorio nordorientale della Siria. Con la c.d. operazione Primavera di pace (Peace Spring) l’esercito turco è entrato in territorio siriano con l’obiettivo dichiarato di contrastare la minaccia terroristica proveniente dalle formazioni curde stanziate nella parte settentrionale del Paese. Al fondo vi era l’obiettivo non dichiarato ma del tutto evidente di colpire il popolo curdo e le sue aspirazioni autonomiste, indebolendo in maniera pesante le milizie del YPG.

L’intervento turco va analizzato sulla base della legittima difesa per capire se questa possa essere un fondamento per l’azione della Turchia. Come anticipato una motivazione alla base dell’intervento era quello della lotta al terrorismo. Nello specifico, la Turchia per voce del suo rappresentante permanente presso le Nazioni Unite, l’ambasciatore Feridun H. Sinirlioğlu, ha sostenuto il proprio diritto alla legittima difesa, ai sensi dell’articolo 51 della Carta, di fronte ad una minaccia terroristica considerata grave ed imminente. In altri termini, l’operazione turca avrebbe l’obiettivo di contrastare l’imminente minaccia terroristica, assicurare la sicurezza dei confini turchi, neutralizzare i terroristi operanti nelle regioni confinanti con il territorio turco (to counter the imminent terrorist threat, to ensure Turkey’s border security, to neutralize terrorists starting from along the border regions adjacent to Turkish territory). Il riferimento va naturalmente al Partito dell’unione democratica (Partiya Yekîtiya Demokrat– PYD) e al suo braccio armato l’Unità di Protezione Popolare (Yekîneyên Parastina Gel –YPG) che hanno in questi anni acquisito il controllo della regione nord-orientale della Siria e che sono accusati dalle autorità turche di sostenere militarmente e logisticamente l’organizzazione curda del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Partîya Karkerén Kurdîstan PKK), considerata dai turchi come gruppo terroristico e nemico dell’integrità territoriale della Turchia. Le autorità di Ankara parlano di minaccia diretta e imminente soprattutto per le postazioni turche di frontiera che, spesso, erano bersagli di cecchini e missili guidati anticarro.

Come accennato, l’art. 51 relativo alla legittima difesa presuppone la reazione legittima in risposta ad una aggressione da parte di un altro Stato. Il primo dato su cui ragionare è dunque quello concernente la natura degli attori coinvolti, dato che ad essere oggetto di aggressione in questo caso è un gruppo interno ad uno Stato e non una entità statuale. Costituisce questa una ipotesi problematica dell’applicazione della legittima difesa, in quanto scaturente da una aggressione armata indiretta, ossia portata avanti da gruppi e bande armate che operano dietro indicazioni di uno Stato che li assolda; l’idea è proprio quella di sottrarsi all’accusa di attacco armato, che sarebbe evidente nel caso in cui si utilizzino proprio organi e contingenti militari. Per ricondurre l’operazione alla legittimità dell’articolo 51, inoltre, la Turchia avrebbe, pertanto, dovuto provare la presenza di azioni militari di intensità tale da costituire una vera e propria aggressione sul proprio territorio e fornire oltretutto una maggiore evidenza sia dell’appoggio alle formazioni turche del PKK, sia del presunto legame tra le milizie curde e il governo siriano. In questo caso, tuttavia, è difficile da ricondurre le formazioni curde a questa categoria, in ragione della loro autonomia e del fatto che difficilmente potrebbero agire dietro indicazioni e ordini del governo siriano al potere. Al massimo, si potrebbe prendere in considerazione la debolezza del governo nell’impedire l’azione dei curdi; in tal caso subentrerebbe il c.d. criterio unwilling or unable , per cui le autorità statuali non sarebbero state in grado o non avrebbero mostrato la volontà di  impedire ad attori non statali di condurre un attacco armato transfrontaliero su vasta scala dal proprio territorio.

Tuttavia, anche in questo caso il legame causale risulterebbe molto labile e difatti non viene posta in questi termini dalla lettera del rappresentante turco.  Egli, in realtà, ritiene quest’ultimo consapevole della minaccia costituita dai turchi. Infatti, per avallare l’intervento delle truppe di Ankara, il rappresentante turco alle Nazioni Unite ha fatto appello anche agli impegni convenzionali tra il suo Paese e la Siria in tema di lotta al terrorismo; in particolare ha richiamato l’Accordo di Adana dell’ottobre di 1998, il quale stabilisce che le truppe turche possano entrare nel territorio della Siria fino a un massimo di 10 chilometri, per condurre operazioni anti-terrorismo. Sul piano giuridico, dunque, per la Turchia tale accordo costituirebbe la base giuridica per intraprendere azioni di contrasto ad ogni forma di terrorismo proveniente dal territorio siriano, come una sorta di consenso permanente ed implicito del governo siriano in caso di azioni necessarie a contrastare le minacce terroristiche. Ma anche questo argomento risulterebbe piuttosto debole e pretestuoso; l’operazione “Peace Spring” in effetti è stata intrapresa in assenza del consenso del governo siriano, che ha anzi richiamato il diritto internazionale denunciando la violazione della propria sovranità, per cui la sua liceità non può derivare dall’istituto del consenso, nonostante l’accordo.

Inoltre, l’azione turca è andata oltre la zona contemplata dall’accordo e con finalità chiaramente differenti. Difatti, il governo di Damasco successivamente si è mobilitato per tutelare i propri interessi e la propria integrità territoriale; che ciò sia stato preparato a tavolino con i turchi o che sia stato dettato dal desiderio di trarre vantaggio dalla situazione creatasi, il governo di Damasco ha accolto la richiesta dei curdi  di far entrare le truppe siriane nella città di Kobane. Ciò significa che non potendo più contare sul supporto degli Stati Uniti, dopo la decisione di Trump di mandare via le truppe americane dal nord della Siria, l’unica strada percorribile per i curdi era quella di accettare la mediazione russa e la protezione dell’esercito siriano. Il governo siriano, quindi, è intervenuto a protezione del suo territorio, ridimensionando l’avanzata dei turchi, i quali comunque hanno ottenuto ciò che volevano. Pochi giorni dopo l’azione militare turca, infatti, il governo di Ankara, a seguito di colloqui con il vicepresidente degli Stati Uniti Mike Pence, ha accettato di interrompere la sua offensiva in Siria per permettere alle forze curde di ritirarsi dalla “zona sicura” che Ankara intendeva conquistare. Questa tregua ha consentito alla Turchia di realizzare tutti gli obiettivi principali annunciati all’inizio dell’assalto il 9 ottobre, ossia il controllo di una striscia in Siria lunga più di 30 km, obbligando la milizia curda alla ritirata. Secondo il ministro degli esteri turco Mevlut Cavusoglu, i soldati curdi sono stati costretti a rinunciare alla loro artiglieria pesante e le loro postazioni andate distrutte, inoltre, la zona sicura è controllata in via principale dalle Forze Armate Turche. In questa fase, dunque, pare che tutti abbiano ricevuto un vantaggio dall’intervento, naturalmente a scapito della popolazione e delle formazioni curde, facendo infrangere il sogno di un kurdistan siriano indipendente..

Va oltretutto considerato che l’intervento sembrerebbe sia stato privo anche del carattere della proporzionalità, benché richiamato espressamente dal rappresentante turco (As has been the case in its previous counter-terrorism operations, Turkey’s response will be proportionate, measured and responsible), in quanto le truppe turche sono penetrate nel territorio siriano in maniera massiccia e ad ampio raggio. Il diritto di legittima difesa, insopprimibile ma residuale dell’ordinamento internazionale, non ha carattere illimitato; al contrario esso deve rispettare alcuni criteri tra cui appunto la proporzionalità della reazione rispetto all’offesa, reazione che, inoltre, deve essere immediata. Spesso di discute anche della legittimità degli attacchi cosiddetti pre-emptive, ossia in caso di imminente attacco da parte di altro Stato; tuttavia nemmeno questa fattispecie può essere richiamata a giustificazione dell’azione turca, dato che questa ipotesi richiede la presenza di un attacco è già iniziato oppure nel momento in cui si hanno evidenze tangibili di un imminente attacco armato.

Il dato rimane però lo stesso, ossia come giustificare la violazione della sovranità di uno Stato al fine di colpire formazioni interne a tale Stato le cui azioni militari non trovano una evidenza tale da giustificare un attacco armato. Va detto, per ultimare l’analisi, che l’evoluzione del diritto internazionale in questi anni ha fatto sì che le azioni terroristiche organizzate vengano considerate come potenziali minacce alla pace e alla stabilità internazionale per le quali, in base all’art. 39 della Carta Onu, il Consiglio di Sicurezza può intraprendere azioni di contrasto, tra cui in ultimo autorizzare all’uso della forza. Ciò ha reso più labili i confini tra intervento legittimo e aggressione contraria all’uso della forza. Non sfugge che il criterio del terrorismo stia diventando una specie di alibi per intraprendere azioni che mettono in secondo piano considerazioni relative ai diritti umani e alla legalità internazionale. In più, si aggiungono considerazioni di ordine politico, per cui molti Paesi, pur consapevoli della illegittimità dell’intervento di Ankara lo hanno condonato chiudendo un occhio rispetto alle deboli argomentazioni turche.

Alla luce di quanto esposto, quindi, si può affermare che l’invasione turca costituirebbe una grave violazione del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite, che però non ha trovato una vera condanna da parte della Comunità Internazionale. Al contrario sembra esserci stata una sostanziale acquiescenza degli Stati, i quali al di là delle varie espressioni di riprovazione non hanno preso iniziative significative, dimenticandosi dell’appoggio prezioso delle formazioni curde nel contrasto ai gruppi jihadisti e, nel caso europeo, sottostando al ricatto della Turchia circa l’aumento del flusso di profughi stanziati sul suo territorio.

https://undocs.org/S/2019/804

Please follow and like us:
error

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

error

Condivisione Social

error: Content is protected !!