Di Ali Zifan - The map image is based on Template:Yemeni Civil War detailed map. Used blank map :Yemen location map.svg, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=47087541

Yemen, disastro umanitario e fragile tregua.

* Immagine di Ali Zifan – The map image is based on Template:Yemeni Civil War detailed map. https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=47087541

In Yemen è da tempo in corso un conflitto interno che sta causando enormi sofferenze umane, con un numero di vittime che supera le 10 mila e  un numero di feriti che si aggira intorno ai 55 mila. Il conflitto, oltretutto, ha generato una grave crisi umanitaria, con decine di migliaia di persone vittime di carestia e malattie. Una vere e propria emergenza umanitaria, che non sempre richiama la dovuta attenzione internazionale.

I disordini in Yemen hanno assunto il carattere di vero e proprio scontro civile nel marzo del 2015. Esso fu il culmine di un processo iniziato alla fine del 2011, nell’ambito della primavera araba yemenita, in seguito alla quale il presidente Ali Abdullah Saleh lasciò il potere. La sua caduta, avvenuta su pressione dei Paesi del Golfo e in particolar modo dell’Arabia Saudita, ha dato spazio ad Abdel Rabbo Monsour Hadi, sostenuto tra l’altro dagli Stati Uniti e dall’Egitto oltre che dai Paesi del Golfo. Il nuovo Presidente non è riuscito, tuttavia, a prendere del tutto il controllo del Paese né ad avviare le riforme promesse, al contrario ha riacceso le aspirazioni di altre forze presenti nel Paese, in particolare degli huthi, il gruppo di fede zaidita, una variante della confessione islamica sciita, appoggiati dall’Iran, interessati alla ricerca di uno spazio autonomo nel territorio yemenita. Da allora, le proteste degli huthi si sono fatte sempre più intense fino a giungere nel settembre del 2014 ad un confronto con l’esercito regolare e alla conseguente occupazione militare della capitale Sana’a e della parte occidentale del Paese da parte dei ribelli. Ciò costrinse pochi mesi dopo il Presidente Hadi ad abbandonare il potere; egli successivamente, si rifugiò nella città di Aden, eleggendola a nuova capitale dello Yemen.

L’azione degli huthi spinse l’Arabia Saudita a rispondere in maniera repentina  con un intervento militare, attuando un bombardamento delle postazioni dei ribelli e mettendosi alla guida di una coalizione comprendente gli Stati del Golfo e altri Paesi arabi come la Giordania, l’Egitto, il Marocco e il Sudan. Da quel momento il fronte yemenita è diventato una nuova manifestazione dello scontro regionale a base confessionale tra il raggruppamento dei Paesi arabo-sunniti e l’universo sciita, guidato dall’Iran. Questo nuovo fronte coinvolge una zona di interesse strategico; lo Yemen, infatti, occupa una posizione piuttosto strategica, situato nella punta sudoccidentale del tavoliere arabico, di fronte a Gibuti; esso controlla una parte dello stretto di Bab el Mandeb, che collega il Mar Rosso con il Golfo di Aden e da cui transitano navi mercantili e petroliere. Per Riyad il territorio yemenita rientra nella propria sfera di influenza, e per tale motivo non può consentire l’instaurazione in Yemen di un governo ostile; i sauditi puntano a sostenere le forze regolari a riconquistare il territorio occupato dai ribelli, specialmente la capitale Sana’a e il porto strategico di Hodeidah.  Per l’Iran, invece, si tratta di accendere un altro focolaio di insurrezione sciita, come parte della sua strategia di destabilizzazione regionale; in più in questo caso di tratta di una minaccia ravvicinata per i sauditi, che vedrebbero estendersi la presenza sciita ai propri confini.

Per giunta, l’instabilità nel Paese ha favorito la penetrazione di gruppi islamici fondamentalisti, appartenenti alla rete di al-Qaeda che stanno cercando naturalmente di trarre beneficio dagli scontri tra le due fazioni.  Il quadro è reso complicato anche dalla intromissione di altri attori importanti, in particolare degli Stati Uniti. Questi ultimi non sono coinvolti in prima persona, ciononostante essi figurano, insieme alla Francia e alla Gran Bretagna, quali sostenitori del regime Saudita, fornendo supporto logistico e di intelligence.  Il governo statunitense prosegue nella sua politica di fermo sostegno all’Arabia Saudita, confermando la sua postura strategica nella regione mediorientale. La vicinanza all’Arabia Saudita infatti non è mai stata messa in discussione, nemmeno dall’ex Presidente Obama, e l’amministrazione Trump ha rafforzato questo legame. Nel novembre scorso Washington ha siglato con Riyad un contratto da 15 miliardi di dollari avente per oggetto la vendita del un sistema di difesa anti-missile Thaad. Inoltre, di recente il Presidente Trump ha post il veto ad una risoluzione del Congresso americano che prevedeva il ritiro del sostegno statunitense alla coalizione saudita impegnata nello scontro in Yemen.

Alla luce del disastro umanitario in corso in Yemen, le Nazioni Unite hanno cercato di instaurare un processo di dialogo tra le parti in lotta, offrendo i buoni uffici ad una soluzione negoziale. La mediazione dell’ONU e gli sforzi del  suo inviato speciale Martin Griffiths hanno consentito l’avvio di negoziati di pace lo scorso dicembre in Svezia; questi negoziati sono sfociati in un  accordo tra il movimento huthi e i rappresentanti del governo yemenita per un cessate-il-fuoco nella città di Hodeidah oltre al ritiro di tutte le truppe dalle aree portuali di Hodeidah, Saleef e Ras Isa (cd. Hudaydah Agreement); in più l’accordo prevede un meccanismo di scambio di prigionieri e una dichiarazione d’intenti per la città di Taiz. Gli Accordi di Stoccolma risultano molto importanti in quanto consentirebbero la ripresa del flusso di aiuti umanitari, tanto necessari a dare sollievo alla popolazione. Nel gennaio scorso il Consiglio di Sicurezza ONU ha votato una risoluzione (Resolution 2451 (2018) che prevede il dispiegamento di un team di osservatori con il compito di monitorare e supportare l’attuazione del fragile accordo. La successiva risoluzione 2452 (2019) del Consiglio di Sicurezza stabilisce la creazione della UN Mission to support the Hudaydah Agreement (UNMHA), sempre con compiti di monitoraggio del rispetto dell’accordo, con un numero maggiore di osservatori (fino a 75) e con un mandato inziale di sei mesi .

Ciononostante, tali accordi hanno portato solo parzialmente ad un arresto degli scontri armati tra le fazioni in lotta, e come spesso accade queste ultime trovano notevoli difficoltà a rispettare il cessate-il-fuoco. Nel momento in cui un conflitto si internazionalizza, come nel caso dello Yemen, diventa sempre più difficile giungere ad una situazione che soddisfi tutti gli attori. Inoltre, per molti una allontanamento degli Stati Uniti potrebbe avere anche l’effetto di far proseguire il conflitto in una maniera più cruenta e disordinata. In altre parole, la presenza di Washington potrebbe essere un deterrente per ulteriori iniziative e potrebbe indurre ad un possibile accordo di pace. In ogni caso, la questione non è semplice; come per certi versi riscontrato in Siria e in altri contesti, in situazioni di questo tipo ci si trova davanti a dei corto circuiti, per cui o si rimane impegnati militarmente con il rischio di favorire l’escalation di violenza ma con la speranza di forzare le parti ad una soluzione negoziale o si abbandona il campo lasciando che le forze in campo si misurino sul terreno con il rischio però di perdere il controllo del conflitto e di conseguenza togliere freni alla barbarie. Un vero e proprio dilemma per gli Stati Uniti, aggravato dal fatto che il proseguimento dell’instabilità avvantaggerebbe in qualche modo l’Iran.

A quanto pare, il governo legittimo yemenita non intende cedere, contando sul supporto della coalizione saudita, difatti non ha ancora dato seguito alle previsioni degli accordi di dicembre. Di recente gli huthi hanno annunciato il ritiro unilaterale dai porti indicati nell’accordo, una mossa che potrebbe essere sintomo di debolezza o semplicemente per riprendere fiato mettendo in cattiva luce la coalizione rivale.  La speranza è di una lenta ripresa del dialogo e del raggiungimento di una soluzione pacifica, tuttavia, le premesse risultano molto incerte, specialmente dal momento in cui il contesto regionale è caratterizzato da una conflittualità e rivalità crescente.

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Link documenti:

Accordi di Stoccolma

UNMHA

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