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USA-UK: le prospettive di una “special relationship” dopo la Brexit.

Lo scorso giugno il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha effettuato una visita di stato di tre giorni nel Regno Unito. Durante la sua visita Trump e la First Lady Melania hanno presenziato alla cerimonia di commemorazione del 75° anniversario del D-Day, insieme alla Regina Elisabetta. Inoltre, Il presidente americano ha intrattenuto una conversazione telefonica con Boris Johnson, l’esponente conservatore ritenuto il probabile successore della May, e avuto un incontro con Nigel Farage,  leader del Brexit Party. Come era prevedibile, Trump non ha incontrato il leader laburista Jeremy Corbyn anche se le versioni su chi sia stato a rifiutare l’incontro non coincidono. In ogni caso, le loro posizioni risultano nettamente divergenti; Corbyn ha sempre criticato la retorica di Trump diretta secondo lui a fomentare l’islamofobia e la xenofobia, e a costruire una società dell’odio; egli porta avanti la sua visione di società aperta e multiculturale, fondata sul rispetto della diversità e dei valori altrui. Naturalmente, l’incontro più rilevante dal punto di vista diplomatico è stato quello con la premier Theresa May. Nelle varie dichiarazioni il Presidente americano ha affermato di considerare di fondamentale importanza l’amicizia con il Regno Unito; il loro legame  costituirebbe nelle parole di Trump “la più grande alleanza che il mondo abbia mai conosciuto”. Per quanto riguarda la Brexit, va detto che Trump non ha mai nascosto la sua approvazione per la decisione del popolo inglese di uscire dall’Unione Europea e in occasione della sua visita ha prospettato al governo inglesa la conclusione di un “accordo fenomenale”. L’intenzione è quella di promuovere un vasto accordo commerciale post-Brexit in grado di suggellare la separazione dall’Union Europea e rinsaldare i rapporti tra i due Paesi.

Se da un lato ciò rappresenta una ovvia e naturale evoluzione dei rapporti anglo-americani, dall’altro vanno osservate delle tendenze che celano alcuni punti di attrito tra i due Paesi. In particolare, alcune divergenze sono emerse in riferimento a cosa andrebbe incluso nell’accordo commerciale e cosa no. Ad esempio, per i conservatori inglesi resta da escludere da un eventuale accordo la questione del Servizio Sanitario Nazionale (National Health Service – NHS), mentre gli statunitensi vorrebbero includerla nell’accordo, consentendo in prospettiva l’apertura del settore sanitario inglese alle industrie farmaceutiche americane. Altra questione riguarda l’eventuale ingresso del colosso delle telecomunicazioni cinese Huawei nella costruzione della rete 5G; in questa collaborazione gli americani intravedono il rischio di rendere vulnerabili i dati sensibili e le operazioni di intelligence. Su questo tema di recente il Segretario di Stato Usa Mike Pompeo aveva dichiarato che lo scambio di informazioni e di intelligence potrebbero essere compromesse se i britannici dovessero consentire l’ingresso nel settore delle telecomunicazioni del gigante cinese Huawei. Nella odierna competizione tecnologica, la costruzione di uno spazio tecnologico per lo scambio di informazioni che sia impermeabile ai tentativi di manomissione e di intrusione è considerato un elemento strategico. Le note capacità di intelligence e contro-spionaggio britannici sono state da sempre un elemento importante della collaborazione tra Washington e Londra; i rapporti con Huawei potrebbero intaccare l’affidabilità dell’intelligence britannica, causando una perdita di una importante componente delle relazioni transatlantiche. 

Al di là delle tensioni contingenti, va osservato che i due Paesi si stanno confrontando entrambi con una realtà internazionale in continuo mutamento, in cui iniziano ad emergere delle divergenze di vedute e di interessi. Vi è in atto un cambiamento profondo attinente la struttura dei rapporti internazionali, che naturalmente finisce per incidere sugli obiettivi e le considerazioni di politica estera degli Stati. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, uno dei tratti dell’amministrazione Trump è il rifiuto di una politica internazionale fondata sul multilateralismo diplomatico e istituzionale. Al contrario, il Presidente americano ha dato sfogo alle tendenze populiste e unilateraliste. Secondo la linea prevalente dell’attuale amministrazione, la politica estera degli Usa deve avere come criterio principale l’interesse egoistico nazionale, da perseguire con o senza il consenso degli alleati, anzi anche a rischio di mettere in gioco i tradizionali legami politici. In altre parole, il Presidente Trump sta tentando di reinterpretare l’interesse americano alla luce dei mutamenti nel sistema internazionale. Segni evidenti di questo nuovo approccio sono, ad esempio, il ripensamento statunitense in merito agli accordi di Parigi sul cambiamento climatico, il ritiro unilaterale dall’accordo sul nucleare iraniano, la continua minaccia di introdurre tariffe commerciali, la politica mediorientale sempre più sbilanciata a favore di Arabia Saudita, con un disimpegno non coordinato dal groviglio siriano. In altri termini, la rimodulazione della politica estera Usa secondo l’approccio dell’America First sta generando una serie di nuove tensioni con gli alleati americani, e naturalmente anche con la Gran Bretagna, la quale in sostanza ha sempre assecondato e sostenuto le iniziative statunitensi. 

Sul versante britannico, al momento di intraprendere il percorso tortuoso della Brexit, probabilmente i conservatori e una parte del popolo inglese pensava di poter ritrovare quella libertà d’azione che ha caratterizzato in passato la sua politica estera ed economica. Il legame sempre più stretto con l’Unione Europea rischiava di soffocare l’orgoglio britannico e di cancellare per sempre l’ambizione di recuperare un ruolo primario a livello mondiale. Londra non ha creduto nel progetto europeo, o meglio ha pensato che staccarsi dal nascente super-Stato europeo gli avrebbe consentito di rafforzare la sua rete di legami internazionali e soprattutto di ritagliarsi un ruolo fondamentale nella politica estera statunitense. Per ora il calcolo, almeno relativamente a quest’ultimo aspetto si sta rivelando piuttosto fallace. Al contrario, i rapporti tra Gran Bretagna e Stati uniti si stanno sempre di più deteriorando, sul piano diplomatico e di sicurezza. Ormai gli inglesi sono consapevoli del bisogno di tessere nuove alleanze, e del fatto di non poter contare in maniera assoluta sul supporto statunitense. Ad esempio, la strategia britannica di ricreare una rete di rapporti internazionali si pone in netto contrasto con l’atteggiamento di confronto che Washington adotta nei confronti della Cina. A tal riguardo, sia l’Europa che la Gran Bretagna rischiano di subire le conseguenze di questo scontro tra la maggiore Potenza in ascesa e il declinante (in termini relativi) impero americano. Dunque, in apparenza i due Paesi sembra stiano tentando di salvare ciò che rimane di una “special relationship” che ormai si sta lentamente deteriorando. I loro rapporti stanno inevitabilmente risentendo dei cambiamenti nei rapporti di potere a livello globale, per cui Londra e Washington sono costretti a rivedere i loro interessi e le loro strategie. Nel lungo periodo, la convergenza di vedute e la cooperazione tra i due Paesi non è assicurata, bensì vi è il rischio che l’imperativo egoistico statunitense non si incastri bene con l’aspirazione britannica a tornare ad essere l’isola di riferimento dei rapporti internazionali.

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