Un primo commento sulla vittoria di Trump alle presidenziali USA.

trump

 

     Dopo l’annuncio della vittoria di Trump alle elezioni negli Stati Uniti, ho ascoltato molti commentatori affermare che la sua vittoria era del tutto inattesa e che la sconfitta di Hillary Clinton rappresenta una certa sorpresa in controtendenza con i sondaggi. È mio modesto parere che questa percezione sia stata dettata da una sorta di miopia di alcuni osservatori, unita ad una presa di posizione “intellettuale” a favore della candidata democratica. In realtà, a mio avviso tra i due candidati la partita è stata sempre aperta, nonostante molti sondaggi mostrassero in varie fari della campagna elettorale la Clinton in vantaggio. Si poteva tranquillamente intuire, infatti, che il risultato non sarebbe stato prevedibile fino alla fine e che in ogni caso non sarebbe stato un risultato scontato.

 

     La miopia è consistita nel fatto di trascurare alcuni elementi importanti che hanno condotto Trump alla vittoria. Innanzitutto il fattore socio-economico; infatti, mentre i tassi di crescita statunitensi salivano, parte della popolazione vedeva ridursi il proprio tenore di vita e andare in crisi la propria sicurezza economica. La Clinton rappresentava in buona misura gli Stati Uniti dai poteri forti, dell’alta finanza, di quella parte del Paese che ha beneficiato delle misure anti-crisi e che anzi è ritornata a trarre profitti abnormi dalla ripresa dell’economia. L’ex-Segretario di Stato era sostenuta, quindi, dalla parte della popolazione che ha sperimentato la ripresa economica e ha acquisito fiducia e vantaggi dal sistema di sviluppo americano. Ma vi è una ampia fetta della popolazione statunitense che è stata duramente menomata dalla crisi economica e che si vede ormai messa da parte da un sistema che privilegia le grandi ricchezze a fronte della crescita diffusa. La fascia più duramente colpita è la classe media statunitense, che in questi anni si è assottigliata sempre di più e che sta riscontrando parecchie difficoltà a riacquistare il proprio benessere. La Clinton ha invitato le star di Hollywood e della musica POP durante la sua campagna elettorale, ma non ha considerato che alle persone comuni  ciò può risultare persino fastidioso; le star sono lontane dal capire le difficoltà del popolo che fatica ad andare avanti; le loro parole per mettere in guardia da Trump e favorire la Clinton suonano come parole insensate pronunciate da chi ha la pancia piena.

Inoltre, il fattore immigrazione si collega inevitabilmente a questo malessere, aggravando il peso della popolazione in difficoltà. Si tratta di un elemento cruciale per comprendere il successo di Trump. Da tempo ormai nel Paese vi sono fette di società che manifestano una sorta di insofferenza nei confronti della popolazione straniera in generale e dei cosiddetti latinos in particolare. Sono emersi movimenti che promuovono la protezione della cultura nativa americana e dell’affermazione della superiorità della popolazione bianca. Il cosiddetto “nativismo” e “suprematismo” cui si fa riferimento sono sorti in contrapposizione a quel sistema inclusivo che caratterizza l’idea del melting pot; quest’ultimo ha costituito un elemento fondamentale della grandezza americana e della crescita economica degli USA. Tuttavia, questa politica di apertura e di fusione delle diverse provenienze in una unica cultura americana è ormai considerata difficile da sostenere e quasi una minaccia da coloro che vedono avanzare negli strati alti della società persone di origine straniera[1]. Con la crisi economica il limite di questo sistema sociale inclusivo è diventato evidente e molti mettono in discussione la sua sostenibilità. In altri termini, la mentalità di apertura indiscriminata frutto di una fase di prosperità economica e di una globalizzazione dell’economia e dei diritti contrasta con le esigenze di una larga parte della popolazione che ha patito gli effetti della crisi. Non importa che Trump sia un Tycoon spregiudicato e arrogante, in quanto è probabile che chi ora è in difficoltà veda in lui un businessman di successo che è riuscito a creare un impero economico non legato alle logiche delle finanza. Anzi per molti proprio grazie alla sua ricchezza egli sarà in grado di dedicarsi alla politica senza ulteriori fini e senza essere soggetto a condizionamenti. In fondo, un futuro di ricchezza è ciò a cui aspira il ceto medio impoverito; esso non vuole vedere tutti poveri, bensì ritornare a essere ricchi, o quantomeno a poterlo sperare. Da qui, il risentimento nei confronti degli ispanici americani, che oltretutto con il crescere del loro numero si sottraggono alle dinamiche di integrazione, andando a costituire comunità con una forte identità e poco integrate all’interno della società.

Da qui, si spiegano anche il protezionismo promesso da Trump in campo commerciale e un approccio prevalentemente isolazionista in politica estera. Secondo l’idea di Trump l’America deve tornare ad essere grande nel senso che deve tornare a concentrarsi sugli interessi concreti dei cittadini americani, allentando i lacci che legano il Paese e riducono la sua libertà di azione. Queste considerazioni  avrebbero dovuto quantomeno far pensare alle reali potenzialità elettorali di Trump, al di là del suo metodo e della sua retorica su cui molti osservatori si sono soffermati. In effetti, anche il suo linguaggio sfrontato e grezzo si lega a questi ragionamenti. I discorsi altisonanti e appassionati della Clinton non hanno presa su chi considera quest’ultima una rappresentante dei poteri forti insensibili alle esigenze della popolazione. Il linguaggio diretto di Trump, al contrario, tocca da vicino la moltitudine arrabbiata del Paese. Il politicamente corretto non interessa alla persona media in difficoltà, ma è spesso uno strumento che coloro che sono al potere utilizzano per controllare la protesta.

 

     In conclusione, a mio parere, dunque, molti osservatori, in buona o cattiva fede, hanno preso posizione individuando in Trump il pericolo populista proveniente dagli Stati Uniti, allontanando inconsciamente la prospettiva di una sua vittoria, a causa delle incertezze che ciò poteva comportare. Ma è inutile nascondere le cose; Trump può benissimo essere considerato la conseguenza della reazione all’attuale sistema economico globalizzato, il quale pone una massa di persone in una condizione di precarietà e di povertà, a fronte di una finanza assetata di profitti. La crisi globale del 2008 ha oltretutto accentuato questa dinamica. Obama è stato un grande Presidente consapevole dei rischi insiti in una chiusura economica e in una politica protezionista e isolazionista; tuttavia non ha potuto arrestare la protesta della parte della popolazione che è rimasta esclusa dal circuito della ricchezza e che desidera rigettare le logiche talvolta perverse dell’economica di mercato. Obama è riuscito in tante cose e ha concluso i suoi mandati portando a termine tanti obiettivi che si era prefissato, ciononostante ha fallito proprio sulla questione in cui la sua stessa elezione rappresentava una svolta, ossia la questione razziale. Il problema razziale nella società statunitense è il sintomo che in essa vi è un malessere identitario profondo che ha trovato il suo sfogo con l’elezione di Donald Trump a 45° Presidente degli Stati Uniti d’America.

 

[1] Che il fattore razziale abbia giocato un ruolo determinante nelle votazioni lo dimostra il dato relativo al voto della popolazione femminile: stando alle percentuali si può notare che le donne bianche (non laureate) hanno votato in misura superiore al 50% per Trump, a differenza delle donne di colore, che invece hanno votato per oltre il 90% per la Clinton e delle donne bianche laureate, che hanno preferito, seppur di poco, la candidata democratica. La componente razziale sembra, perciò, aver prevalso sulla componente di genere che molti si attendevano potesse essere un elemento a grande vantaggio di Hillary (sulla quale però ha pesato pure il fatto che molte donne non le avevano perdonato il comportamento assunto nei confronti dello scandalo Lewinsky che investi l’ex Presidente Bill Clinton).
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