Un despota per il rilancio della Russia.

Il collasso dell’URSS

La fine del confronto bipolare ha segnato l’inizio di un processo che è culminato con la disgregazione dell’Unione Sovietica. Tale evento ha determinato una serie di conseguenze sia sul piano interno che in su quello esterno e molti analisti si stanno interrogando circa il futuro della nuova Federazione Russa, succeduta all’URSS, e sui cambiamenti in corso nel sistema internazionale. Alcuni hanno sostenuto che la crisi dell’Unione Sovietica avesse compromesso in maniera definitiva la possibilità per il nuovo Stato di aspirare allo status di grande potenza.

Le riforme introdotte da Gorbaciov innescarono un processo di trasformazione che portò al collasso l’Unione Sovietica. Le misure economiche non riuscirono, infatti, a correggere i difetti strutturali dell’economia sovietica, generando solamente una situazione di caos economico. Il nuovo Stato che è succeduto all’URSS si è ritrovato in questo modo con una economia completamente destrutturata, una società frammentata e un sistema politico inefficiente. In altre parole il Paese era caratterizzato da una debolezza politica e dalla dipendenza economica dall’esterno, dovuta agli aiuti del FMI cui la Federazione ricorse. Il sistema socio-economico vide l’emergere di numerosi uomini d’affari che iniziarono ad impadronirsi delle industrie di proprietà statale in dismissione, creando dei veri imperi industriali, che tuttavia mancavano di efficienza. Di conseguenza, questi oligarchi iniziarono ad acquisire un peso sempre maggiore all’interno della società russa, favorendo l’emergere di centri di potere locali, del tutto autonomi rispetto al potere centrale.

Per quanto riguarda gli equilibri internazionali, il crollo dell’Unione Sovietica ha permesso ad certo numero di Paesi, una volta parte dell’URSS, di ottenere l’indipendenza e di affrancarsi dal controllo di Mosca. Allo stesso modo, i Paesi ex satelliti hanno trovato nuovi spazi di libertà politica. Inoltre, il crollo dell’URSS e la debolezza della nuova federazione Russa hanno consentito l’emergere del momento unipolare americano. Gli Stati Uniti, in qualità di unica superpotenza rimasta, si sono ritrovati perciò a gestire il nuovo ordine internazionale. La Nato e L’unione Europea hanno esteso la membership ai Paesi dell’Europa Orientale con l’intenzione di riempire il vuoto di potere che si era venuto a creare. Tutto ciò ha generato una sensazione di fragilità nella Federazione Russa, suscitando il timore di un accerchiamento strategico e risvegliando le antiche preoccupazioni relative alla propria sicurezza. La questione della sicurezza è fondamentale per comprendere la geopolitica della Russia; il suo territorio è stato infatti caratterizzato da una dinamica secondo la quale la percezione di insicurezza ha indotto solitamente i governanti russi a cercare di espandere i propri confini, alimentando allo stesso tempo la vulnerabilità del Paese e costringendolo, sul piano interno, ad un accentramento del potere e, sul piano esterno, a ricorrere ad una ulteriore espansione territoriale. In altre parole, la Russia ha sempre cercato di aumentare la propria sicurezza attraverso la creazione di una fascia-cuscinetto a protezione del proprio territorio. A questa dinamica di espansione ha fatto molto spesso da sponda una stagione di riforme radicali sul piano interno. Si possono citare ad esempio le riforme amministrative e giudiziarie messe in atto da Alessandro II in seguito alla sconfitta nella Guerra di Crimea, oppure le riforme promosse da Stolypin in seguito alla disfatta russa in Asia e alla rivoluzione del 1905.

Un progetto per il rilancio

La Federazione Russa si è ritrovata con l’esigenza di far ripartire questa dinamica, seppur in un contesto internazionale profondamente mutato, in modo da ricostituire i fattori della propria sicurezza. Il Presidente Vladimir Putin ha posto su questa traiettoria il Paese. Di fronte al pericolo della frammentazione della Federazione, il piano di Putin è stato quello di ricentralizzare il potere, non solo politico, ma anche economico. Egli ha ristabilito la cosiddetta “verticale del potere”, vale a dire l’efficacia decisionale dell’autorità centrale. A tale riguardo, ha ridotto il potere di alcuni oligarchi che erano restii a cedere quote di potere al governo centrale, e allo stesso tempo si è alleato con altri oligarchi che invece sostenevano il suo progetto. A seguirlo nel suo progetto sono stati i cosiddetti siloviki, mediante i quali è riuscito a riprendere il controllo sull’economia. Egli ha gradualmente posto il settore dell’energia sotto il controllo statale, mettendolo al servizio della politica estera. In più, le autorità russe a poco a poco hanno rimborsato il debito estero, riducendo in tal modo la dipendenza finanziaria dall’esterno e favorendo la creazione di ingenti riserve di valuta estera. Inoltre, il governo russo ha mostrato un atteggiamento più anti-occidentale, reagendo all’allargamento della Nato e tentando di estendere l’influenza nel cosiddetto “Estero Vicino”, considerato il cortile di casa della Russia, corrispondente in buona parte con i territori un tempo appartenenti all’Impero zarista e poi a quello sovietico.

Involuzione autoritaria

Come detto pocanzi, al fine di dare il via ad un processo di ricostituzione della sicurezza russa, il Presidente Putin ha dovuto istituire un sistema politico piuttosto autoritario, caratterizzato dalla centralizzazione del potere, da controllo della società russa e dall’assenza di libertà di espressione e di informazione. Un sistema quindi repressivo sul piano politico-culturale, anche per via del sostegno della Chiesa ortodossa alla politica di Putin, e clientelare sul piano socio-economico. Ricostruire la “verticale del potere” significa anche l’eliminazione degli avversari politici, l’allontanamento dei dissidenti e la diminuzione delle garanzie democratiche. Difatti, per alcuni si tratta di un sistema fondato sulla relazione patrono-cliente, in cui l’acquisizione e la distribuzione delle rendite e delle cariche diventa l’elemento centrale. Le relazioni di potere si fondano in larga misura su meccanismi opachi che manipolano l’economia.

Sul piano esterno, inoltre, Mosca ha rafforzato i legami con altri regimi autoritari, come nel caso della Bielorussia, dell’Uzbekistan e del Kazakhstan, regimi legati alla Russia per ragioni di dipendenza economica. Secondo alcuni, la politica estera russa punterebbe a modellare le relazioni con gli altri Paesi sulla base della trasposizione del modello patrono-cliente a livello internazionale, finalizzata al perseguimento degli interessi russi. Tale strategia è stata definita di trans-imperialismo, per distinguerlo dal classico modello di espansione imperiale.

Riflessioni conclusive:

Come altre volte nella sua storia, la Russia si è trovata di fronte alla necessità di avviare una serie di riforme interne e di ridurre la sua percezione di insicurezza. Le riforme radicali interne e la strategia di politica estera perseguite da Putin hanno impedito alla Federazione Russa di restare soffocata dall’accerchiamento strategico dell’Occidente. Seppur al prezzo di una restrizione delle libertà dei cittadini e di misure dispotiche, il regime putiniano ha rilanciato il ruolo della Russia quale grande potenza regionale impegnata ad espandere nuovamente la propria influenza nel suo “Estero Vicino”.

 

Traiettorie di ragionamento:

  • La manipolazione delle elezioni e le misure autoritarie non possono nascondere il sostegno che parte della popolazione mostra nei confronti di un leader che ha mutato la condizione del Paese. Probabilmente, se parte dell’opinione pubblica russa si mostra nazionalista, omofoba e xenofoba, ciò non è solo colpa del regime e della propaganda di Putin, sebbene questi elementi abbiano un proprio ruolo. A questo punto, le accuse di interferenza esterna rivolte a quei Paesi che propongono una svolta democratica in Russia non sono del tutto infondate.
  • Geopolitica della Russia e cicli di espansione e crisi. Prospettive di rilancio sul piano internazionale.
  • Elementi di debolezza della Federazione Russa.

 

Per approfondimenti:

Carlo Jean, Geopolitica del mondo contemporaneo, 2012, Editori Laterza.

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