Trump annuncia dazi alle importazioni di acciaio e alluminio.

L’economia americana sembra sia uscita in maniera netta dalla crisi economica. Cresce ad un ritmo piuttosto elevato per una economia matura e la sua forza lavoro è stata riassorbita, facendo calare decisamente il tasso di disoccupazione. Certamente vi sono stati e vi sono ancora problemi enormi, come il basso livello dei salari, la presenza di sacche di povertà  e di esclusione sociale, la debolezza del dollaro e l’elevato deficit. Non sembra, però, vi siano i presupposti per adottare una politica protezionista in campo commerciale.

Tuttavia, il 1° marzo il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato l’approvazione di tariffe protezionistiche sulle importazioni di acciaio e alluminio. La misura sarebbe stata suggerita dal Dipartimento del Commercio, il quale ha evidenziato come le difficoltà del settore dell’acciaio e dell’alluminio rischiano di costituire una minaccia alla sicurezza nazionale del Paese. Tra le misure proposte vi sarebbe una tariffa del 25% sulle importazioni di acciaio e del 10% su quelle dell’alluminio. Questa virata protezionista, anticipata peraltro da Trump durante la sua campagna elettorale e più volte annunciata nei mesi scorsi, ha sollevato una serie di critiche e di reazioni. Innanzitutto, alcuni membri della stessa amministrazione Trump hanno messo in guardia sulle possibili conseguenze di queste misure, dato che non farebbero altro che rendere i prodotti manifatturieri statunitensi più costosi e portare ad una perdita di posti di lavoro. Anche la componente repubblicana del Congresso favorevole al libero-scambio non ha accolto favorevolmente l’annuncio di Trump; essi sono favorevoli all’apertura commerciale e temono ricadute in termini di maggiore carico fiscale per i consumatori americani, i quali si troveranno ad acquistare prodotti più costosi. Molti, inoltre, ricordano il tentativo protezionista condotto nel 2002 dall’allora Presidente George W. Bush, il quale adottò misure protezioniste simili causando la perdita di migliaia di posti di lavoro nelle industrie che utilizzavano l’acciaio. In più, tali misure condurrebbero anche ad un aumento dei costi di produzione di petrolio e gas, con spinte inflazionistiche e conseguenze negative per l’intera economia americana.

In secondo luogo, le misure annunciate da Trump rischiano di mettere in moto un meccanismo di ritorsioni economiche che potrebbero danneggiare pesantemente gli scambi internazionali. La Cina è uno dei Paesi che sicuramente sarebbe interessato dalle maggiori tariffe doganali ed è pronta a reagire in maniera decisa. Anche il Canada, partner commerciale importantissimo e principale fornitore di acciaio degli Stati Uniti, ha preso male la notizia; il Ministro degli Esteri canadese ha commentato l’annuncio di Trump affermando che tali misure sarebbero “assolutamente inaccettabili”. Critica è stata anche la reazione dell’Unione Europea; il Presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker ha affermato che queste misure rappresentano degli indebiti interventi a protezione dell’industria statunitense e non sono supportate da ragioni legate alla sicurezza. Naturalmente anche Juncker minaccia delle misure di ritorsione dirette a colpire le esportazioni statunitensi e l’introduzione a sua volta di misure di salvaguardia per impedire che l’acciaio diretto agli Stati Uniti non si riversi sul mercato europeo, mettendo in crisi l’economia e generando una conseguente perdita di occupazione.

Al di là dell’obiettivo di accordare una maggiore protezione al settore dell’acciaio degli Stati Uniti, le misure delineate da Trump avrebbero un effetto deleterio per l’intera economia. Di per sé, l’economia statunitense risulta al momento quella più protetta tra le economie avanzate; la presenza di misure di protezione durante la crisi era giustificata dall’obiettivo di attenuare gli effetti della crisi. Ciononostante, il rafforzamento di queste misure potrebbe avere forti ricadute per l’economia americana e per gli scambi internazionali. Le importazioni diventerebbero più costose e i settori legati all’acciaio dovrebbero sostenere dei costi maggiori, perdendo terreno in termini di competitività. Inoltre, come prevedibile, le misure di ritorsione che gli altri Paesi applicheranno renderanno più costose le esportazioni statunitensi, con possibili pesanti conseguenze (pensare al settore dell’agricoltura), creando una forte perdita di posti di lavoro. Come molti hanno sottolineato, il vantaggio a breve termine generato dalle misure protezionistiche viene del tutto eroso dalle conseguenti misure di ritorsione adottate in risposta ad esse, anzi nel lungo periodo tali iniziative possono rivelarsi addirittura distruttive per l’economia internazionale. Non si capisce come Trump arrivi a cedere alla tentazione di introdurre queste tariffe, che oltretutto aggiungono elementi di tensione nei rapporti con i suoi alleati, con il rischio evidente di dare il via ad una guerra commerciale e di perdere i vantaggi economici che gli Stati Uniti hanno conquistato in questi anni.

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2 Responses so far.

  1. Matteo Pirola ha detto:
    Sono molto lontano dalle posizioni di Trump però considero questa decisione politica in modo positivo perchè bisogna difendere le produzioni nazionali, rimasi molto contento quando Trump decise di bloccare la vendita di Qualcomm, troppo strategica e importante per venderla ai cinesi di broadcom, obama non avrebbe fatto nulla.
    Delusione totale dal governo italiano, gentiloni non ha mosso un dito per impedire la vendita di esaote (dicembre 2017) ai cinesi di alibaba, tecnologia italiana che volerà in cina.
    • Pasquale di Nuzzo ha detto:
      Condivido le osservazioni Matteo, naturalmente il punto sta, come suggerito, negli effetti di lungo periodo. La costante apertura che si propone di perseguire al fine di non determinare una contrazione del commercio e delle produzioni nazionali nel lungo periodo generano sicuramente dei mutamenti in termini di equilibri economici, ad esempio si può individuare il trend dell’economia cinese (non a caso uno degli attuali sostenitori del libero scambio), ciò rendendo ancora più auspicabili e allettanti misure di protezione nazionale. Non che io stia indicando una direzione piuttosto che un’altra, ma evidenzio le possibili conseguenze in termini teorici di una politica restrittiva.

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