Il processo di unificazione italiana.

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Quando si riunì il Congresso di Vienna nel settembre del 1814 il territorio italiano costituiva uno spazio frammentato e soggetto al dominio diretto o indiretto delle Grandi Potenze. Fu perciò facile per queste ultime imporre le proprie decisioni, procedendo ad una quasi completa restaurazione sul piano territoriale. Difatti vennero riproposti i confini esistenti prima dell’intervento di Napoleone, salvo per la Repubblica di Venezia, andata come detto all’Austria come compenso per la cessione dei suoi Paesi Bassi, e la Repubblica di Genova che venne assegnata al Regno di Sardegna sia per il contributo offerto da quest’ultimo durante le guerre napoleoniche sia per ragioni di sicurezza nei confronti della Francia.

I primi moti rivoluzionari che miravano a rivedere l’assetto di Vienna e a contestare l’assolutismo regio investirono anche il territorio italiano. Queste rivolte ebbero un carattere quasi esclusivamente liberale, aventi come obiettivo la rivendicazione degli Statuti e delle libertà politiche. In Italia, le sommosse erano organizzate da individui appartenenti agli strati alti della società, esponenti della borghesia, della nobiltà liberale e del mondo intellettuale, i quali perlopiù agirono tramite canali segreti, come la Carboneria, e trascurando il legame con le masse e soprattutto con i contadini; ciò rese la loro repressione non particolarmente difficile. Il fallimento di questi moti, oltre a dimostrare l’efficacia del sistema di garanzia predisposto dalle Potenze, mise in evidenza i limiti derivanti dal loro carattere elitario.

Alcuni iniziarono a pensare ad un possibile coinvolgimento delle masse nella lotta contro il nemico straniero, mettendo in risalto al tempo stesso, la comunanza di tradizioni , lingua e cultura che legava gli italiani. Furono avanzate diverse proposte da parte dei pensatori italiani, i quali, elaborarono sulla base delle loro considerazioni dei programmi d’azione per l’unificazione nazionale. Le tre principali correnti di pensiero erano rappresentate dalle proposte di Cesare Balbo, di Vincenzo Gioberti e di Giuseppe Mazzini. La tesi di Gioberti, definita neoguelfa, auspicava la formazione di una federazione di Stati sotto la guida del Papa; egli partiva dal presupposto che non era ancora presente nel territorio una visione nazionale e che l’unico elemento di coesione era quello religioso. L’assunto dal quale partiva Gioberti era però contesto da Mazzini, il quale al contrario era fiducioso circa la presenza di un sostrato nazionale che andava solamente alimentato attraverso la sensibilizzazione delle masse, creando in tal modo i presupposti per attuare una rivoluzione dal basso e procedere alla creazione di una Repubblica italiana. La tesi mazziniana è definita democratica in quanto contempla il coinvolgimento delle masse ed una rottura con il principio monarchico. La tesi del Balbo, invece, prevedeva la costituzione di una federazione capeggiata dal regno di Sardegna, l’unico Stato italiano ad essere indipendente e libero da influenze esterne, al contrario dello Stato Pontificio, ad esempio, dietro il quale vi era l’ombra della Francia e, in un’ottica di vicinanza religiosa, l’Austria. Tale federazione sarebbe dovuta sorgere tramite l’inserimento del problema italiano all’interno della logica del Concerto europeo, raffigurando l’eventuale ingrandimento del Regno sabaudo come un naturale riequilibrio a fronte di un mutamento dell’assetto europeo; a parere del Balbo, un eventuale azione rivoluzionaria o scontro diretto contro l’Austria si sarebbero rivelati senz’altro fallimentari. Questi tre indirizzi erano sintomatici di una fase di maturazione del processo di unificazione nazionale, grazie alla quale all’elemento liberale si iniziò ad affiancare quello nazionale.

I moti del 1830-31 rappresentarono una ulteriore tappa di questo processo di maturazione. Essi interessarono i ducati dell’Italia centrale e alcuni territori dello Stato Pontificio e fallirono per una serie di circostanze, fra cui il non intervento francese a sostegno dei moti, come avevano vanamente sperato i liberali italiani, il tradimento di Francesco IV d’Asburgo-Este, il quale dopo aver promesso il proprio appoggio a Ciro Menotti cambiò idea facendolo arrestare e invocando l’intervento austriaco per riportare l’ordine, e la repressione ordinata da Metternich negli altri luoghi della rivolta. Gli italiani poterono convincersi ancora di più dell’impossibilità di contare sull’aiuto esterno e della necessità di unire le proprie forze per poter efficacemente opporsi agli eserciti stranieri. Questo processo di maturazione dell’idea nazionale proseguì fino al 1848, anno in cui le tre correnti di pensiero prima citate furono sottoposte a verifica e a seguito del quale emergerà come linea programmatica la tesi del Balbo. Gli eventi del 1848 misero in crisi, infatti, la tesi giobertiana in quanto ad un certo punto Pio IX con la famosa allocuzione “non semel” predispose il ritiro delle truppe che aveva mandato in precedenza a sostegno delle operazioni in veneto, anche a copertura del flusso di patrioti che partivano da Roma. Il Papa, ponderando le possibili conseguenze del suo intervento, si rese conto della impossibilità di essere al tempo stesso capo della Chiesa universale e capo di uno Stato italiano, e scelse di salvaguardare il suo potere spirituale attribuendo a quello temporale un ruolo strumentale e assumendo un atteggiamento passivo nei confronti dell’unificazione.

Era chiaro che in questo modo lo Stato pontificio non poté più essere visto come centro di una possibile unione del Paese. Successivamente fallirono anche due importanti tentativi rivoluzionari di tipo democratico, costituiti dalla Repubblica di Venezia di Daniele Manin e Noccolò Tommaseo, e dell’istituzione della Repubblica romana di guidata dal triumvirato Armellini-Saffi-Mazzini; quest’ultima cadde rovinosamente in seguito all’intervento francese. Anche il tentativo del Regno di Sardegna ebbe un esito fallimentare in quanto esso fu sconfitto dall’esercito austriaco nella Prima guerra d’indipendenza; allo stesso tempo questa sconfitta confermò la tesi realista del Balbo circa l’impossibilità di sopravvivere ad uno scontro diretto contro l’Austria e tale considerazione finì per costituire una certezza su cui basare l’elaborazione dei futuri piani d’azione. In realtà, il 1848 aprì una fase di riflessione e ripensamento circa i modi con i quali proseguire nella soluzione del problema italiano; questa fase di rielaborazione si incentrò sul ruolo che il regno piemontese stava assumendo come centro e modello per una possibile riunificazione e confidò sul messaggio che il mantenimento dello Statuto inviò agli italiani: quello di voler proseguire l’azione unificatrice del Paese.

 

 

L’azione diplomatica di Cavour.

 

Ad imprimere una svolta a tale azione fu Cavour, il quale nel 1852 divenne Capo del Governo del Regno di Sardegna dando il via alla fase politico-diplomatica dell’unificazione nazionale. Egli tentò di dare esecuzione al programma di Balbo, puntando ad inserire il problema italiano nell’ambito dell’equilibrio europeo. La Guerra di Crimea rappresentò per Cavour una occasione imperdibile per guadagnarsi l’attenzione da parte delle Grandi potenze. Egli assecondò le richieste inglesi inviando un contingente in supporto alla coalizione anglo-francese che combatteva con la Turchia contro il tentativo di espansione della Russia zarista. L’intervento rischiava di essere vanificato dalla mobilitazione austriaca per cui il Piemonte si affrettò a procedere con l’invio del contingente, riuscendo a conquistarsi un seggio al Congresso di Parigi del 1856. Esso, tuttavia, si rivelò un successo più formale che sostanziale, non comportando alcun significativo vantaggio per il Piemonte, e Cavour ebbe appena la possibilità di fare una osservazione, dal sapore di monito, per le potenze europee, secondo cui l’Impero Asburgico era divenuto troppo potente e rischiava di mettere in pericolo l’equilibrio continentale, per cui bisognava agire con una opera di riequilibrio, naturalmente a vantaggio del Regno di Sardegna.

Dopo questo tentativo, Cavour proseguì con la sua azione diplomatica per cercare l’appoggio delle potenze contro l’Austria. Si rivolse alla Francia di Napoleone III e nell’incontro segreto di Plombières del luglio 1858 i due definirono i termini della collaborazione, i quali trovarono definitiva conferma nell’accordo sardo-francese del 1859. In base agli accordi presi la Francia avrebbe sostenuto militarmente il Regno di Sardegna qualora quest’ultimo fosse stato aggredito dall’Austria e al termine del conflitto si sarebbe proceduto alla cessione del Lombardo-veneto al Piemonte e di Nizza e Savoia alla Francia. Dietro questa collaborazione vi era il disegno di Napoleone III di sostituire in Italia l’influenza austriaca con quella francese, andando a costituire una federazione sotto la presidenza del Papa composta dal Regno di Sardegna con il Lombardo-Veneto, i ducati e granducati dell’Italia centrale, lo Stato pontificio e il Regno delle Due Sicilie; tale disegno venne assecondato da Cavour, che alla fine seppe servirsi delle ambizioni di Napoleone III per i propri scopi. Dietro l’accettazione di Cavour vi era la convinzione che, una volta partita l’offensiva, questa non si sarebbe limitata al Lombardo-veneto ma avrebbe interessato anche altri territori, facendo divenire impraticabile il progetto di Napoleone III, il quale aveva scommesso sulla possibilità di circoscrivere l’eventuale conflitto. A questo punto seguì la fase in cui Cavour si adoperò per rendere operativo il patto con la Francia e creare un valido casus belli in modo da provocare l’attacco austriaco. Il Piemonte tentò di indurre l’Austria a reagire infoltendo il proprio esercito, il quale, dopo la riforma effettuata da Cavour smise di essere composta da mercenari per accogliere i volontari mossi dal desiderio di difendere la patria; a tale ingrossamento dell’esercito l’Austria rispose inviando un ultimatum che il Piemonte rigettò contestando l’ingerenza di Vienna negli affari interni del Paese, provocando l’intervento armato austriaco e dando il via alla Seconda guerra d’indipendenza dell’Italia.

Gli eventi, a quel punto, evolsero nel verso previsto da Cavour, vale a dire che l’azione si dimostrò difficile da contenere entro i confini del Lombardo-veneto, finché Napoleone III, prese atto del fallimento del suo progetto e ritirò il suo esercito e concluse con l’Austria l’armistizio di Villafranca. Il suo contenuto fu recepito dall’Italia con la ratifica della Pace di Zurigo. In base ad essa la Lombardia sarebbe stata assegnata al regno Sabaudo mentre il Veneto e le fortezze di Peschiera e Mantova restavano all’Austria. Cavour, sulla scia del tradimento francese, lasciò il governo, ma cambiò idea quando i territori dell’Italia centrale si pronunciarono tramite i plebisciti a favore dell’annessione al Regno di Sardegna, e decise di riprendere l’iniziativa diplomatica. La sua azione ripartì proprio con Napoleone III al quale offrì Nizza e Savoia in cambio del riconoscimento dei plebisciti. In seguito, Cavour tentò di affrontare la questione pontificia, che avrebbe potuto dare un motivo alla Francia per intervenire. Per cui divenne necessario frenare l’azione di Garibaldi e addivenire ad un accordo col Papa; il Presidente del Consiglio tentò anche il dialogo diretto con Pio IX ma quest’ultimo, confidando in un possibile intervento francese rifiutò la proposta di Cavour di cedere il potere temporale, in cambio di garanzia per l’esercizio di quello spirituale. Cavour non poté fare altro che proclamare il 17 marzo 1861 il Regno d’Italia, senza il Veneto, lo Stato pontificio e senza Trento e Trieste. Nonostante ciò, Roma venne proclamata capitale come a voler annunciare il prossimo obiettivo del nuovo Regno d’Italia. L’Italia, vide realizzata la propria unificazione non già tramite una iniziativa dal basso, ma grazie all’azione diplomatica e alla lungimiranza di Cavour, il quale mise in pratica l’indirizzo espresso dal Balbo. Tale avvenimento costituì un primo importante mutamento dell’assetto territoriale di Vienna, che però non alterò l’equilibrio tra le potenze, anche perché l’Italia rimase ai margini della politica europea, impegnata nel consolidamento dell’unità e nella ricerca dei riconoscimenti internazionali. In seguito l’Italia seppe nuovamente inserirsi nelle dinamiche europee per portare a compimento la propria unificazione, approfittando dello scontro austro-prussiano per ottenere il Veneto (Terza guerra di indipendenza del 1866) e dello scontro franco-prussiano per estendere la sovranità su Roma (1870).

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