Osservazioni sul concetto di Soft Power.

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Il concetto di Soft Power è entrato nel linguaggio delle Relazioni Internazionali a partire dagli anni ’90 grazie ai lavori di Joseph S. Nye Jr., professore della Kennedy School of Government all’Università di Harvard ed ex sottosegretario alla Difesa dell’amministrazione Clinton. Nel libro del 1990 Bound to Lead: The Changing Nature of American Power , egli espose l’idea di soft power rielaborando un articolo che aveva scritto in precedenza; successivamente lo studioso americano ripropose il concetto nei libri Il paradosso del potere americano del 2002 e Soft Power del 2004.

Il soft power è stato definito come la capacità di persuadere, convincere, attrarre e cooptare. Più precisamente, nelle parole del suo teorizzatore, il soft power consiste nella “capacità di influenzare gli altri cooptandoli mediante l’impostazione del programma, la persuasione e l’attrazione positiva, allo scopo di ottenere i risultati desiderati”[1]. Tuttavia, quello di soft power rimane un concetto alquanto fumoso ed elastico, difficile da inquadrare e in molti casi frainteso. Spesso esso è stato ricondotto al potere culturale, altre volte è stato equiparato al potere economico, nella forma di sanzioni internazionali; in altri casi ancora si è sostenuto che il soft power, in quanto forma di potere antitetica all’hard power, non riguardi in alcun modo la forza militare, oppure che sia una forma di potere migliore dal punto di vista etico. Si tratta di considerazioni forvianti che discendono dall’utilizzo di un concetto nei suoi aspetti più immediati senza tener conto della concezione di fondo nella quale esso si inserisce. Per questo motivo, di seguito si cercherà di chiarire alcuni aspetti di questo concetto, riprendendo la visione delle Relazioni Internazionali adottata dall’autore.

Le modalità di azione del potere.

Innanzitutto va detto che si tratta di analizzare un tipo di potere. Quest’ultimo rappresenta di per sé un concetto controverso nell’ambito delle Relazioni Internazionali, che ha generato ampi dibattiti teorici, e la cui definizione dipende fortemente dagli interessi e dalla visione presi in esame da uno studioso. Secondo Joseph Nye, il potere consiste in generale nella capacità di modificare il comportamento degli altri per ottenere ciò che si vuole. Il potere può essere utilizzato per costringere, comprare/ricompensare o attrarre. Nel momento in cui a prevalere è la coercizione oppure un sistema di ricompense si può dire che si è in presenza di hard power, un potere che quindi si impone con la forza costringendo gli altri ad agire in un determinato modo. Diversamente, nel momento in cui il potere è utilizzato per attrarre/persuadere allora si tratta di soft power. Inoltre, Joseph Nye specifica il modo in cui si manifesta un potere, andando a definire, prendendo spunto dai contributi di altri studiosi di Relazioni Internazionali, i cosiddetti “volti del potere”. Rifacendosi alle idee di Robert Dahl, egli evidenzia il primo aspetto del potere ossia la capacità di indurre gli altri a fare ciò che altrimenti non farebbero, ossia di indurli ad agire in maniera contraria alle loro preferenze e strategie iniziali. Il secondo aspetto, invece, attiene all’impostazione dei programmi, in modo tale da far apparire irrilevanti o non legittime le preferenze di altri. Il terzo volto riguarda, infine, la capacità di plasmare le preferenze iniziali altrui. Questi tre aspetti del potere possono prendere forma sia attraverso strumenti “hard”, di coercizione/imposizione, sia attraverso strumenti “soft”, di attrazione/persuasione. Naturalmente l’hard power, cioè la capacità di ottenere i risultati desiderati attraverso la coercizione e la ricompensa, sarà suscettibile di essere impiegato in relazione al primo aspetto del potere, laddove i poteri relativi al secondo e terzo volto sono più affini al soft power, in quanto capacità di ottenere i risultati preferiti mediante l’impostazione del programma, la persuasione e l’attrazione. Ne emerge una definizione di potere di tipo relazionale, in cui il discrimine diviene la modalità con cui il potere agisce per raggiungere lo scopo di modificare i comportamenti altrui.

La distinzione tra risorse e potere.

Un ulteriore passaggio importante dal punto di vista teorico consiste nella separazione concettuale tra risorse e potere. Secondo Joseph Nye, il soft power di un Paese deriva essenzialmente da tre risorse fondamentali: la sua cultura, i suoi valori politici, le sue politiche estere (purché vengano considerate legittime e moralmente autorevoli)[2].Tuttavia, sebbene questi elementi costituiscano la base del soft power, quest’ultimo può provenire anche dalle risorse economiche e persino dalla forza militare. Per questo è importante aver differenziato dal punto di vista concettuale risorsa e potere. La risorsa economica, così come la forza militare, può essere utilizzata per creare soft power. Ad esempio, il successo di un modello economico può costituire una fonte di soft power. Analogamente, una forza militare efficiente e competente può creare soft power, così come la cooperazione militare e i programmi di addestramento.

Inoltre, nel separare risorse e potere Joseph Nye mette in evidenza come le risorse non si traducano automaticamente in potere. Si tratta di precisazioni attraverso le quali Nye intende risolvere alcune questioni problematiche della definizione di potere e chiarire la sua visione delle Relazioni Internazionali. Come Nye ha modo di rimarcare, le autorità politiche sono inclini a fondare le proprie azioni su qualcosa di tangibile, grazie al quale poter fare previsioni, per questo tendono a basare i propri calcoli sull’equazione potere=risorse (popolazione, territorio, risorse economiche, forze militari). Tuttavia, questo approccio risulta parziale in quanto si finisce col prestare troppa attenzione alle risorse tangibili trascurando fattori che potrebbero costituire fonti altrettanto importanti di potere. Inoltre, va detto che non sempre le risorse, anche quelle materiali, garantiscono i risultati desiderati. Più importante è la possibilità di ottenere con le risorse le modifiche comportamentali degli altri, dunque la trasformazione delle risorse in potere che sia “hard” o “soft”. È importante, dunque, il modo in cui è possibile ricavare il soft power da una risorsa. Per questa ragione la conversione delle risorse in potere diventa un elemento cruciale. In questo processo diventa fondamentale il ruolo della diplomazia pubblica, ossia quella che riguarda il modo in cui i governi si relazionano con i cittadini degli altri Paesi.

Il ruolo della diplomazia pubblica.

Joseph Nye individua due modelli per descrivere il modo in cui il soft power agisce sui soggetti destinatari: uno diretto e l’altro indiretto. Nella forma diretta, un leader può essere attratto e persuaso della benevolenza, la competenza o il carisma di un altro leader. Nel modello indiretto a due stadi un governo tenta di influenzare il pubblico e gli osservatori esterni, i quali a loro volta condizionano i leader di altri Paesi. Questa forma indiretta di diplomazia è oggi nota come diplomazia pubblica[3]. Come ricorda l’autore i tentativi di esercitare influenza sui pubblici non sono nuovi; ad esempio, “dopo la rivoluzione francese, il nuovo governo inviò emissari in America per cercare di condizionare direttamente l’opinione pubblica”[4]. Oggi la diplomazia pubblica è diventata più complessa anche perché i canali di comunicazione sono divenuti più articolati, coinvolgendo una serie di attori e organi non statali che in precedenza erano esclusi e che condizionano l’opinione pubblica e le classi dirigenti di altri Paesi; questi attori possono creare un ambiente favorevole o ostile alle politiche pubbliche. L’informazione tende ad essere sempre più diffusa e la sua struttura decentralizzata, per questo il modello di comunicazione unidirezionale deve evolvere verso un modello che utilizzi i network comunicativi in grado di coinvolgere gli attori non statali nella costruzione del messaggio politico.

Alcune concezioni errate del soft power.

Le indicazioni fornite finora consentono di valutare le varie concezioni errate relative al soft power. In primo luogo, come ricordato sopra, spesso l’idea di soft power viene tradotta, soprattutto in ambito giornalistico, quasi esclusivamente come una forma di potere culturale. Per questo motivo alcuni ne sottovalutano l’importanza. In realtà, come si è avuto modo di vedere, la cultura è solo una delle componenti del soft power. Inoltre, la risorsa culturale va convertita in potere attraverso la diplomazia pubblica. La vittoria dell’Oscar da parte di Sorrentino per “La Grande Bellezza” ha sicuramente contribuito ad accrescere le risorse culturali dell’Italia, ma occorre trasformare questa risorsa in una fonte di attrazione. Allo stesso modo, la diffusione della Coca-Cola o dei fast food non determina automaticamente l’accettazione delle politiche degli Stati Uniti, né significa che questi ultimi esercitino un potere sulle persone che usano quei prodotti. L’accentuazione dell’aspetto culturale può, inoltre, portare a considerare il soft power come un potere “debole”; come ricorda Joseph Nye, vi sono naturalmente ambiti in cui il soft power risulta insufficiente, ad esempio “è difficile immaginare come il soft power possa risolvere la controversia sulle armi nucleari della Corea del Nord”[5], ma questa circostanza non deve portare a ritenere il soft power uno strumento inefficace. L’utilità e l’efficacia di un potere dipendono dal contesto in cui viene utilizzato e dalla natura dell’obiettivo che si intende perseguire.

In secondo luogo, alcuni considerano le sanzioni economiche internazionali come una forma di soft power. Ma ciò non è proprio corretto. Se si riprende l’analisi dei tipi di potere, infatti, si vede come la sanzione economica rientra nella categoria di hard power sebbene di tipo economico, in quanto ha l’obiettivo di modificare l’azione di un governo attraverso la coercizione. Diverso sarebbe se si prendesse in considerazione l’economia intesa come modello economico di successo capace di esercitare attrazione e fascino su altri governi. In questo caso si tratta di soft power derivante da una risorsa economica.

Ancora, molto spesso con il termine soft power si vuole indicare tutto ciò che è estraneo alla forza militare. In realtà, riprendendo ancora una volta la distinzione tra risorsa e potere, si può affermare che il soft power potrebbe derivare anche dalla capacità militare di un Paese. Naturalmente, l’utilizzo della risorsa militare può ugualmente compromettere il soft power; ad esempio, il consenso e la vicinanza ideologica che una parte della popolazione in Occidente manifestava nei confronti dell’Unione Sovietica dopo la Seconda guerra mondiale venne ridimensionata a causa degli interventi militari in Ungheria e in Cecoslovacchia.

Alcuni considerano il soft power un tipo di potere da preferire dal punto di vista etico. Questa visione trascura la distinzione tra risorse e obiettivi. Sono questi ultimi che possono essere giudicati dal punto di vista etico, non essendo rilevante l’utilizzo di un mezzo piuttosto che un altro. Come ricorda Nye, il soft power è un concetto descrittivo e non prescrittivo. Che il soft power rappresenti un potere più “gentile” non significa necessariamente che non possa essere impiegato per obiettivi meno nobili. Ad esempio, Hitler, Stalin e Mao utilizzarono per i propri scopi il notevole soft power di cui disponevano e le stesse organizzazioni criminali esercitano talvolta un forte potere di attrazione.

Il problema della misurazione del soft power.

Alcuni sostengono che siccome il soft power è una forma di potere che deriva da risorse intangibili, come le istituzioni, le idee, la cultura, la legittimità delle politiche, esso sia difficilmente misurabile. Se è vero che il concetto di soft power si presta meno ai criteri di misurazione classici, è vero anche che in generale le risorse da cui esso proviene sono ugualmente quantificabili. Diversa è la misurazione della sua efficacia, sempre per via della differenza tra risorse e modifica del comportamento desiderato. Oltretutto anche la misurazione delle risorse alla base dell’hard power risulta a volte problematica, sebbene in generale le risorse materiali siano più facilmente individuabili e quantificabili. La rivista Monocle con sede a Londra stila da qualche anno una classifica dei Paesi con maggiore soft power. La Soft Power Survey del 2013 vede al primo posto la Germania, seguita da Gran Bretagna e Stati Uniti. L’Italia figura al decimo posto, mentre nel 2012 era al 14esimo; secondo la rivista londinese l’uscita di scena di Berlusconi ha favorito l’immagine del Paese, il quale, sebbene sia ancora caratterizzato da un sistema economico-finanziario fragile a da una volatilità politica, resta il principale sfidante della Francia in campo artistico, culturale e culinario, e vanta inoltre un’eccellente industria della moda.

L’utilizzo del soft power nelle strategie di politica estera.

Molti sostengono che la risorse materiali e l’hard power siano di per sé sufficienti per il conseguimento degli obiettivi. Ad esempio, alcuni esponenti degli Stati Uniti sostengono che la loro superiorità militare gli possa consentire di trascurare le obiezioni che gli altri Paesi muovono nei confronti delle loro politiche. In questa prospettiva, il soft power assume un’importanza marginale. Questa osservazione può essere superata riprendendo il concetto di potere contestuale espresso da Nye. Egli afferma, infatti, che vi sono alcuni contesti in cui gli Stati Uniti non possono più raggiungere i propri obiettivi agendo da soli, ma devono per forza interagire con gli altri attori internazionali[6]. I cambiamenti che si stanno verificando nella politica mondiale impongono agli Stati Uniti di rivalutare il ruolo del soft power nelle strategie di politica estera. Il significato di smart power consiste proprio nel giusto utilizzo di hard e soft power per il raggiungimento di determinati obiettivi. Diversamente dagli Stati Uniti, l’Unione Europea dovrebbe invece aumentare le risorse di hard power dato che finora ha cercato prevalentemente di far leva sull’attrattività del suo sistema politico-economico.

L’importanza del soft power e il suo utilizzo dipendo anche dalla natura degli obiettivi internazionali. Ad esempio, la lotta al terrorismo per Joseph Nye deve essere combattuta sia con strumenti di hard power che di soft power. Questo perché il terrorismo non è la manifestazione di uno scontro di civiltà come profetizzato da Samuel Huntington, bensì il tentativo di una minoranza estremista di imporre il proprio sistema di dominio su una regione formata da una maggioranza islamica moderata, estromettendo l’influenza degli Stati Uniti e dell’Occidente in generale. In questa prospettiva, mentre l’hard power può essere utilizzato per sconfiggere sul campo gli estremisti, il soft power è necessario per ottenere il consenso e il supporto della maggioranza moderata. Come comprese il Presidente John F. Kennedy durante la Guerra Fredda, anche in questo caso gli Stati Uniti devono puntare a conquistare “il cuore e le menti” delle popolazioni.

Similmente, la promozione della democrazia non può essere effettuata con strumenti di hard power, ossia imponendola con la forza o attraverso operazioni di regime change, ma deve essere portata avanti prevalentemente con strumenti di soft power[7].

Conclusione.

Una volta chiariti alcuni aspetti relativi al soft power si può concludere affermando che i governi dovrebbero prestare maggiore attenzione a questa forma di potere, tenendo presente la sua natura complementare nell’ambito di ciò che in precedenza è stata definita una strategia di smart power. La presunta maggiore facilità di misurazione cui si prestano le risorse tangibili non deve indurre a trascurare le risorse intangibili e le strategie per convertirle in soft power. Le trasformazioni che si stanno verificando nella politica mondiale spingono a una rivalutazione dei questi fattori, che non erano ignorati dai realisti tradizionali, ma che un approccio troppo attento alla misurabilità dei fenomeni ha reso meno importanti. Nell’era dell’informazione globalizzata il soft power assume una maggiore rilevanza, e i governi devono impegnarsi nel costruire le proprie risorse di soft power, un potere che è “meno rischioso, ma più difficile da usare, facile da perdere e costoso da riottenere”[8].

 

Soft Power Survey 2013

  1. Germania
  2. Gran Bretagna
  3. Stati Uniti
  4. Francia
  5. Giappone
  6. Svezia
  7. Australia
  8. Svizzera
  9. Canada
  10. Italia

Traiettorie di ragionamento:

  • Dibattito sul declinismo: il potere degli Stati Uniti non è in declino se si considerano le potenzialità in termini di soft power.
  • I mezzi impiegati nella lotta al terrorismo internazionale.
  • Il concetto di potere nelle Relazioni Internazionali.

 

Riferimenti:

Joseph S. Nye Jr., Smart Power, Editori Laterza, 2012

Soft Power Survey 2013 http://monocle.com/film/affairs/soft-power-survey-2013/

Joseph S. Nye Jr., Think Again: Soft Power, Foreign Policy, February 23, 2006 http://www.foreignpolicy.com/articles/2006/02/22/think_again_soft_power

Joseph S. Nye Jr, The Decline of America’s Soft Power, Foreign Policy, May/June 2004. http://www.foreignaffairs.com/articles/59888/joseph-s-nye-jr/the-decline-of-americas-soft-power

[1] Joseph S. Nye Jr., Smart Power, Editori Laterza, 2012, p. 26

[2] Joseph S. Nye Jr., Smart Power, Editori Laterza, 2012

[3] Ibidem

[4] Ibidem, p. 123

[5] Joseph S. Nye Jr., Smart Power, Editori Laterza, 2012

[6] Ibidem,

[7] Joseph S. Nye Jr., Think Again: Soft Power, Foreign Policy, February 23, 2006

[8] Joseph S. Nye Jr., Smart Power, Editori Laterza, 2012

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