Le radici della divisione della penisola coreana e dei rapporti ostili tra le due Coree.

Fino al 1945 la penisola coreana era considerata come un’area culturale unitaria, con una popolazione culturalmente ed etnicamente omogenea, con una lingua e una scrittura comune, l’Hangul. Nel corso dei secoli, il territorio coreano è stata caratterizzato da tre regni, il regno di Koguryo (37 a.C. – 668 d.C.) al Nord, quello di Paekche (18 a.C. – 660 d.C.) e quello di Silla (57 a.C. – 935 d.C.) a Sud. L’unificazione politica è fatta risalire al 668 d.C. sotto la monarchia Silla, la quale riuscì a sottomettere gli altri regni e ad unificare le tribù coreane. Questa unificazione inaugurò un periodo di relativa pace, consentendo al Paese di fiorire economicamente e culturalmente e di preservare l’integrità culturale e territoriale della Corea. Tuttavia, data la sua posizione geografica, quale appendice del continente asiatico con alle spalle due vasti imperi, quello cinese e quello russo, e davanti l’arcipelago giapponese, il suo territorio è stato sovente oggetto di mire da parte dei Paesi dell’area in particolare appunto di Cina, Giappone e Russia. Dopo aver resistito per secoli alle aggressioni dei mongoli e dei cinesi, all’inizio del Novecento l’ascesa dell’Impero giapponese pose fine alla sua indipendenza. Infatti, il Giappone, in seguito al rifiuto dell’Impero zarista di accordarsi per una spartizione di zone di influenza, iniziò delle manovre militari contro quest’ultimo dando il via alla guerra russo-giapponese del 1904. Il conflitto terminò con la sconfitta dell’Impero zarista e la firma del Trattato di Portsmouth del 1905, con il quale il Giappone ottenne la penisola del Liaodong, incluse le basi di Dairen e Port Arthur, la parte meridionale dell’isola di Sachalin e il riconoscimento dell’influenza giapponese sulla penisola coreana. Il controllo giapponese sulla Corea divenne pieno nel 1910 con l’annessione della penisola all’Impero.

La fine del dominio giapponese e la Guerra di Corea.

Il dominio giapponese è durato sino alla resa del Giappone nella Seconda guerra mondiale, il 15 agosto 1945. A seguito della sconfitta giapponese, infatti, il nord della penisola coreana venne occupato dall’Armata Rossa sovietica, mentre il sud venne occupato dagli Stati Uniti, formando due entità sotto occupazione straniera separate all’altezza del 38° parallelo. L’accordo tra USA e URSS prevedeva l’istituzione di una commissione bilaterale che avrebbe dovuto costituire un governo provvisorio per la riunificazione della penisola, ma ciò non ebbe seguito. Il confronto tra le due Superpotenze era ormai emerso e così come in Germania la divisione in zone di occupazione pareva una soluzione rispettosa degli equilibri strategici. Le elezioni si tennero nella sola Corea del Sud, sotto la supervisione dell’Onu: Il 12 dicembre 1948, nella Corea del Sud, si tennero le elezioni sotto la supervisione dell’ONU e Syngman Rhee divenne presidente della Repubblica di Corea. Contemporaneamente al Nord sorse la Repubblica Democratica Popolare di Corea, retta da un governo comunista presieduto da Kim Il-Sung, il “Grande Leader”, eroe della resistenza anti-nipponica durante la Seconda guerra mondiale, creatore dell’ideologia del Juche (autosufficienza). Quest’ultimo pensava fosse possibile procedere alla riunificazione della penisola coreana con la forza, sicuro forse di ottenere l’appoggio dei sovietici. Infatti, il 25 giugno 1950, dopo una serie di scaramucce lungo il confine, le truppe nordcoreane ricevettero l’ordine di passare il 38° parallelo. Rimane il dubbio circa il contributo sovietico a questa decisione della Corea del Nord; sebbene la logica del confronto bipolare abbia spinto a imputare l’iniziativa al leader sovietico Stalin, è molto probabile che al di là di un supporto materiale sovietico, l’iniziativa nordcoreana sia stata presumibilmente presa in maniera autonoma. Anche perché l’obiettivo della riunificazione della penisola coreana con la forza era una priorità dell’agenda di Kim Il-Sung, non dell’URSS; piuttosto quest’ultima si è trovata costretta ad assecondare l’iniziativa del leader nordcoreano, temendo di perdere il ruolo di riferimento del campo comunista a vantaggio della Cina. Senza contare il fatto che la mossa nordcoreana rischiava di condurre i sovietici a scontrarsi con gli Stati Uniti. L’esercito sud-coreano, mal addestrato ed equipaggiato, venne rapidamente sconfitto e la stessa capitale Seul fu occupata dai nord-coreani. Gli Stati Uniti videro in questa prova di forza il pericolo di un’avanzata comunista in Asia e per tale ragione, immediatamente dopo l’invasione, essi inviarono delle forze di terra in difesa della Corea del Sud e mobilitarono la VII flotta al largo di Formosa per tenere a freno la Cina; inoltre, il governo statunitense inviò una risoluzione al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, cui la Corea del Sud fece appello, confermando l’aggressione da parte della Corea del Nord e chiedendo l’invio di forze militari per respingere l’invasione. Il Consiglio di Sicurezza approvò la risoluzione e autorizzò l’impiego di contingente internazionale, la cui guida venne affidata al generale Douglas MacArthur. L’operazione era stata approvata durante l’assenza dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite del rappresentate sovietico, che in quel periodo stava boicottando l’organizzazione internazionale per protestare contro l’assegnazione del seggio permanente cinese nel Consiglio stesso al governo di Taiwan anziché alla Repubblica popolare di Mao. Dopo una prima pesante avanzata dell’esercito nordcoreano, il generale MacArthur effettuò uno sbarco con mezzi anfibi a Incheon aggirando le forze nemiche, riconquistando Seul e riportando le forze lungo la linea divisoria del 38° parallelo.

Il coinvolgimento della Cina e l’armistizio.

Successivamente il Presidente Truman vide la prospettiva di avanzare nella penisola coreana, mettendo da parte l’idea di ristabilire la linea del contenimento e dando spazio all’ipotesi del respingimento del regime comunista. Le operazioni militari al di sopra del 38° parallelo furono approvate da Truman e ottennero l’autorizzazione da parte dell’ONU. L’iniziativa militare statunitense ebbe successo e per la fine di ottobre le forze militari raggiunsero il fiume Yalu, al confine tra Cina e Corea. Fu a questo punto che la Cina intervenne nel conflitto, costringendo le forze delle Nazioni Unite e ritirarsi a Sud del 38° parallelo. Il fiume Yalu rappresentava un limite psicologico invalicabile per la Cina che vedeva nella eventualità di una Corea riunificata sotto l’egida dell’Occidente come un pericolo alla sua sicurezza nazionale[1].
Sorse a questo punto per gli Stati Uniti il problema di evitare uno scontro militare aperto con la Cina; il Presidente Truman dovette tenere a freno le iniziative del generale MacArthur, il quale propendeva per una rimonta militare finalizzata a respingere i cinesi. Alla fine, nell’aprile del 1951, Truman richiamò il generale MacArthur e lo sostituì con il comandante Matthew Ridgway; contemporaneamente Truman aprì le trattative con la Corea del Nord, spinto anche dalla sempre più forte pressione internazionale e dell’opinione pubblica per una soluzione pacifica della crisi. Con questa decisione fu riabilitato l’intento di porsi in un assetto di contenimento del fronte comunista, puntando alla stabilizzazione della linea di separazione del 38° parallelo. Seguirono due anni di stallo militare e di duri negoziati. Nel frattempo il Presidente Truman perse le elezioni del 1952 e nel gennaio 1953 Dwight Eisenhower salì alla presidenza USA. Quest’ultimo favorì un cambio di approccio nella dottrina strategica statunitense, facendo intendere che  non avrebbe escluso l’utilizzo dell’arma atomica nel caso in cui i nordcoreani si fossero rifiutati di giungere ad un accordo[2]. L’azione decisa del Presidente Eisenhower unita alla circostanza della morte di Stalin favorirono lo sblocco dei negoziati e la stipula di un armistizio il 27 luglio 1953, che sancì il ritorno alla situazione precedente il conflitto e la creazione di una Zona demilitarizzata coreana. ( ZDC), una striscia di terra lungo il 38° parallelo che funge da zona cuscinetto tra le due Coree, lunga 248 km e larga 4 km, oggi considerato il confine più armato al mondo.

Dopo l’armistizio si tentò di organizzare una conferenza internazionale per risolvere definitivamente la questione coreana. Tuttavia, le iniziative diplomatiche furono del tutto infruttuose, con le Potenze interessate a mantenere lo status quo, e non si arrivò mai ad un vero e proprio trattato di pace. La situazione è rimasta inalterata fino ad oggi. La Corea rimane così divisa in Corea del Nord, un regime dittatoriale povero e isolato con capitale Pyongyang, e Corea del Sud, con capitale Seul, un Paese economicamente avanzato e legato strategicamente agli Stati Uniti. Attualmente, i due Paesi risultano formalmente ancora in guerra, tenuti buoni da quello che è considerato l’armistizio più lungo della storia.

 

 

 

Per approfondimenti:

Richard Crockatt, Cinquant’anni di Guerra Fredda, Salerno Editrice, Roma.

 

[1] Lo stesso motivo per cui la Cina continua a porsi tuttora come tutore della Corea del Nord, sebbene stia riscontrando sempre più difficoltà nel gestire il leader nordcoreano Kim Jong-un; se dovesse compiersi la riunificazione della Corea, la Cina rischierebbe di dover confinare con un nuovo potente Stato, legato ipoteticamente agli Stati Uniti, che potrebbe avanzare pretese territoriali ai confini con la Cina e stimolare un riarmo del Giappone, altro elemento che impensierisce il governo cinese.
[2] La minaccia relativa al possibile utilizzo dell’arma nucleare sarebbe stata comunicata ai cinesi dal Segretario di Stato John Foster Dulles, con il Primo Ministro indiano a fare da tramite.

 

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