L’accordo sul nucleare iraniano dopo la sostituzione di Tillerson.

Il 13 marzo scorso il Presidente statunitense Donald Trump ha annunciato la sostituzione di Rex Tillerson come segretario di Stato, nominando al suo posto il direttore della CIA Mike Pompeo. I rapporti tra Trump e Tillerson non sono mai stati idilliaci e in più occasioni essi sono entrati in contrasto. Rex Tillerson, di origine texana, è un ingegnere civile salito ai vertici della Exxon Mobil. Tillerson aveva lavorato con l’ex segretario alla Difesa Robert Gates mentre era Presidente nazionale dei Boy Scouts. Fu lo stesso Robert Gates, invitato ad incontrare il Presidente eletto Trump da Michael Flynn, ad indicare a Trump il nome di Tillerson come possibile segretario di Stato. Come capo della Exxon Mobil Tillerson si era accerchiato di persone fidate che seguivano senza esitare le sue direttive. Durante la sua carriera nella Exxon ha incontrato tantissimi leader politici e stipulato contratti petroliferi miliardari, inserendosi molto bene nelle dinamiche geopolitiche. Tillerson era anche noto per i suoi legami con il Cremlino. I suoi contatti con la Russia iniziano negli anni ’90, quando era responsabile delle operazioni in Russia e nel Mar Caspio per conto della Exxon. Nel 2013, nel corso di una cerimonia a Mosca, il Presidente russo Vladimir Putin lo insignì dell’Ordine dell’Amicizia, una onorificenza che il Cremlino riserva ai cittadini stranieri che abbiano contribuito a migliorare le relazioni con la Russia. Quando nel 2014 il Presidente Obama impose sanzioni economiche alla Russia in seguito alle manovre russe in Crimea, la Exxon temette per le sue operazioni di esplorazione nel Mar di Kara. Tillerson si attivò per una pressante azione di lobbying nei confronti della Casa Bianca. Egli riuscì a mantenere i legami con la Russia nonostante le sanzioni.

Le difficoltà di Rex Tillerson.

L’incarico di Tillerson è stato segnato da svariati momenti di confusione e imbarazzo. A più riprese, il Presidente Trump ha posto l’accento sulla possibilità per gli USA di ricorrere alla forza per risolvere le crisi, sminuendo evidentemente la stessa funzione della diplomazia e gli stessi sforzi di Tillerson. Inoltre, il Presidente Trump aveva assegnato al suo genero Jared Kushner una serie di competenze in ambito internazionale solitamente riservate al segretario di Stato. La campagna elettorale di Trump è stata improntata ad una lettura nazionalistica degli interessi americani. Il ruolo della NATO e di altri alleati degli Stati Uniti venne considerato meno importante. Gli interessi americani vennero ridefiniti in maniere più ristretta e gli accordi internazionali andavano conservati solamente se producevano benefici concreti e si rivelavano rispondenti ai reali interessi del Paese. La visione di Tillerson era meno definita. Evidentemente la sua esperienza di manager lo rendeva più pragmatico ed incline a puntare al risultato più che agli obiettivi incerti. Egli riaffermò l’impegno degli Stati Uniti nei confronti delle istituzioni internazionali e nei confronti degli alleati tradizionali. Per Tillerson la stabilità internazionale e la prosperità economica dipendevano dal ruolo positivo assunto dagli Stati Uniti e questo elemento non andava modificato.

Tuttavia, anche Tillerson non aveva una piena consapevolezza delle dinamiche interne alla diplomazia americana.  Appena ricevuto l’incarico, egli si adoperò per eliminare un taglio consistente del budget relativo al Foreign Service, riducendo il numero di diplomatici all’estero e sospendendo le nuove assunzioni. In questa sua iniziativa fu sostenuto dal Presidente, il quale procedette ad un taglio dei fondi destinati al Dipartimento di Stato, proponendo allo stesso tempo un aumento dei finanziamenti per la difesa. Una decisione che rifletteva l’idea che lo strumento principale della politica estera statunitense sarebbe dovuta essere la forza militare e non la diplomazia. Tillerson notò in seguito, però, che al taglio di fondi non corrispondeva una riduzione degli impegni americani all’estero. Inoltre, Tillerson incontrò notevoli difficoltà a far approvare la nomina di alcuni suoi collaboratori. Iniziò a comprendere come fosse difficile replicare all’interno dell’amministrazione di governo statunitense il modello aziendale nel quale era abituato ad operare senza ostacoli. Per lui il governo presentava dinamiche più caotiche e numerose resistenze e condizionamenti a cui non era abituato.

Su molte questioni emerse una divergenza di vedute e di modalità di azione tra il Presidente Trump e il suo segretario di Stato. Anche la questione nordcoreana ha rappresentato una fonte di incomprensioni. Nel marzo dello scorso anno, Tillerson si recò a Pechino per la sua prima visita da segretario di Stato e cercò di spingere il Presidente cinese Xi Jinping ad unirsi agli sforzi americani di convincere il leader nordcoreano Kim Jong-un a dismettere il suo programma missilistico-nucleare, utilizzando se necessario la leva economica. L’ex segretario di Stato aveva esortato, inoltre, gli alleati degli Stati Uniti in Asia a cercare una soluzione pacifica alla crisi. Tuttavia, il Presidente Trump intervenne direttamente nella gestione del dossier nordcoreano, mettendo in crisi l’approccio e gli sforzi di Tillerson. Trump aprì un contatto diretto con il regime di Kim Jong-un, concedendo un dialogo di alto livello mai concesso in precedenza, per poi lanciarsi in esternazioni pesanti relative all’intenzione di “distruggere totalmente” la Corea del Nord. Nel settembre scorso, al rientro di Tillerson dalla Cina il Presidente Trump affermò in un tweet che il segretario di Stato non doveva sprecare tempo a negoziare con “l’uomo razzo” (Little Rocket Man) e che si sarebbe fatto quello che andava fatto. Il segretario di Stato Tillerson non ebbe un ruolo decisivo nell’inasprimento delle sanzioni nei confronti della Corea del Nord, il quale venne realizzato sostanzialmente grazie all’azione dell’ambasciatrice americana alle Nazioni Unite Nikki Haley.

In altre parole, Tillerson si era ritrovato in un meccanismo a lui non familiare, incaricato di gestire un complicato mondo post-crisi economica e con un Presidente mosso da intenti contraddittori e privo di una chiara politica estera. Gli sforzi di Tillerson non portarono molti frutti e si capiva, dunque, che il rapporto tra Trump e Tillerson non era basato sulla comprensione e la fiducia reciproca. Addirittura, nel luglio scorso, in un incontro al Pentagono tra funzionari della sicurezza nazionale, l’ex segretario di Stato pare si sia lasciato sfuggire  un commento in cui definiva il presidente degli Stati Uniti era un «fucking moron» (un fottuto idiota).

Le divergenze relative all’accordo sul nucleare iraniano.

Anche in merito all’accordo sul nucleare iraniano Trump e Tillerson mostrarono approcci differenti. L’accordo sul nucleare iraniano (Joint Comprehensive Plan of Action Joint Commission (JCPOA)) del luglio 2015 è stato definito un successo dell’amministrazione Obama; esso imponeva delle restrizioni al programma nucleare iraniano in cambio di un allentamento delle sanzioni che gli Stati Uniti e gli altri Paesi avevano adottato nei confronti di Teheran. Il Presidente Trump ha mostrato più volte segni di insofferenza circa l’accordo nucleare. Durante la sua campagna elettorale, il Presidente Trump si espresse in maniera molto critica nei confronti dell’accordo descrivendolo come l’accordo “più stupido” di sempre, dato che conferiva dei vantaggi all’Iran senza aver previsto realmente nulla di concreto in cambio. Egli ha affermato l’intenzione di ritirare gli Stati Uniti dall’accordo se non si dovesse arrivare alla revisione degli aspetti che secondo lui non andavano bene. Lo scorso ottobre il Presidente Trump comunicò al Congresso americano che non poteva certificare che l’accordo con l’Iran fosse rispettoso dell’interesse nazionale; Trump fece questa esternazione sulla base di una legge degli Stati Uniti che chiede al Presidente di verificare l’applicazione dei termini dell’accordo da parte del governo iraniano e la corrispondenza dell’accordo all’interesse nazionale. In quell’occasione in Congresso decise di proseguire con la sospensione delle sanzioni contro l’Iran. Nuovamente, nel gennaio scorso, Trump aveva ufficializzato di sospendere le sanzioni nucleari contro l’Iran “per l’ultima volta” per dar modo al Congresso e agli alleati europei di studiare i termini per una rinegoziazione dell’accordo sul nucleare.

Diversamente, l’ex responsabile della diplomazia USA sosteneva che l’accordo con l’Iran era riuscito in ogni caso ad imporre dei limiti ai piani nucleari di Teheran. Egli puntava dunque a rafforzare l’accordo mediante la negoziazione di accordi supplementari con l’Iran e con gli alleati europei. Naturalmente, non si può dire che fosse una colomba in termini di approccio negoziale con l’Iran: nel settembre dell’anno scorso egli riunì i rappresentanti dei Paesi firmatari dell’accordo nucleare, in quella sede rispose apertamente alle accuse avanzate dal ministro degli esteri iraniano Javad Zarif, secondo cui gli Stati Uniti non stavano rispettando l’accordo sul nucleare e mantenevano in piedi le restrizioni che avevano promesso di eliminare. Tillerson replicò dicendo che se gli Stati Uniti mantenevano un atteggiamento di chiusura nei confronti di Teheran era perché al di là dell’accordo l’Iran aveva assunto un ruolo aggressivo nella regione, con il sostegno ai gruppi terroristici e al regime di Bashar al- Assad, contribuendo alla instabilità regionale. In effetti, il punto era proprio questo, ossia che in seguito all’accordo l’Iran aveva posto un freno al suo programma nucleare, ma non alle sue ambizioni regionali, specialmente dal momento in cui la crisi siriana aveva offerto un nuovo fronte in cui inserirsi. Tillerson era consapevole di ciò e puntava a modificare l’accordo in modo da diminuire i vantaggi dell’Iran. Ciononostante, il suo obiettivo non era quello di eliminare l’accordo, in quanto  era consapevole che esso rappresenta comunque uno strumento per tenere a bada una delle principali minacce strategiche in Medio Oriente.

L’avvicendamento ai vertice della diplomazia USA rischia di ridurre ulteriormente le speranze di mantenere l’accordo sul nucleare con l’Iran e di aumentare il livello dello scontro tra quest’ultimo e gli Stati Uniti. Tillerson rappresentava in ogni caso un richiamo alla prudenza in tante questioni discusse dalla Casa Bianca. Il nuovo segretario di Stato Mike Pompeo è noto per le sue posizioni critiche nei confronti dell’Iran. Venerdì 16 marzo si sono riuniti a Vienna gli Stati firmatari dell’accordo nucleare (Regno Unito, Francia, Germania, Russia, Cina, Iran e Stati Uniti), Teheran ha ribadito che non considera l’accordo rinegoziabile, mentre gli Stati Uniti hanno riaffermato il loro obiettivo di procedere ad una revisione dell’accordo prima della prossima scadenza del 12 maggio. In quella data, il Presidente Trump deciderà se reintrodurre alcune sanzioni economiche nei confronti del governo iraniano. Se l’accordo sul nucleare non verrà modificato in maniera sostanziale è molto probabile che il Presidente Trump reintrodurrà alcune pesanti sanzioni economiche contro l’Iran, facendo in tal modo fallire l’accordo stesso. Il messaggio di Trump è che l’Iran deve offrire qualcosa in più per mantenere in vita l’accordo sul nucleare, oltre al mero rispetto formale dei termini del trattato.

I Paesi dell’Unione Europea hanno molto da perdere da questo indurimento della politica americana nei confronti dell’Iran. Essi hanno criticato l’approccio di Trump, sostenendo che l’accordo ha dato prova di funzionare in maniera efficace; essi potrebbero decidere di non seguire gli Stati Uniti nella reintroduzione delle misure e di proteggere gli investimenti delle società europee in Iran. Naturalmente le restrizioni statunitensi peseranno sulle attività economiche di queste imprese, per cui queste si troveranno di fronte ad un bel dilemma. Inoltre, L’affossamento dell’accordo renderebbe l’Iran maggiormente determinato a proseguire nel suo programma nucleare. Teheran potrebbe espellere gli ispettori ONU. L’Iran potrebbe puntare a rafforzare le sue relazioni con la Russia e ad accrescere il suo sostegno ai gruppi di combattenti sciiti ad esso vicini. Dato il clima di tensione in Medio Oriente, con la situazione critica e intricata della crisi in Siria e l’atteggiamento di avversione di Israele, vi è il rischio di una maggiore instabilità nella regione. L’Arabia Saudita potrebbe a sua volta decidere di dotarsi di armi nucleari. Israele, invece, potrebbe optare per una azione militare preventiva volta ad annientare  il potenziale nucleare dell’Iran. Una ipotesi molto preoccupante per le possibile implicazioni che tale iniziativa avrebbe.

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