L’Abenomics e le speranze dell’economia giapponese.

abenomics

Il termine Abenomics è un neologismo creato dai media con l’unione del nome del primo ministro giapponese Shinzo Abe con il termine Economics. Con esso si intende un programma economico annunciato all’inizio del 2013 avente l’obiettivo di rilanciare l’economia del Giappone e fare uscire il Paese uscire dalla stagnazione economica in cui si trova da qualche anno. Questo piano economico rappresenta una vera svolta rispetto alle politiche economiche intraprese negli ultimi anni ed alla cultura economica di cui erano espressione.

Contesto economico precedente alle riforme.

La performance dell’economia giapponese negli ultimi anni è state piuttosto modesta. A partire dall’inizio degli anni ’90 infatti il Giappone è entrato in un periodo di stagnazione caratterizzata da bassi tassi di crescita del Pil e da una deflazione cronica. Il dinamismo mostrato dall’economia giapponese negli anni ’60 e ‘70 si era improvvisamente arrestato. Attualmente l’economia del Giappone sconta gli effetti di una deflazione prolungata, che ha portato l’economia in una “trappola deflazionistica”; in tale circostanza, la deflazione attesa, nell’impossibilità di effettuare abbassamenti del tasso d’interesse nominale, perché ha raggiunto il suo limite inferiore, comporta un aumento del tasso reale scoraggiando consumi e investimenti. Le esportazioni giapponesi sono penalizzate dall’apprezzamento dello yen, facendo registrare un forte deficit della bilancia commerciale. Inoltre, il Paese ha un altissimo debito pubblico lordo, stimato attorno al 243 % del Pil (134 % è invece la percentuale del debito pubblico netto)[1]. Il tendenziale aumento del debito di questi anni si è aggravato a seguito degli interventi di spesa per la ricostruzione effettuati in occasione dello tsunami del 2011 e del disastro di Fukushima. Il Giappone deve anche far fronte al declino demografico e all’invecchiamento della popolazione, che comporterà nel medio-lungo periodo un calo della popolazione attiva.

Le misure adottate dal governo.

Il programma adottato dal governo è intervenuto principalmente in tre ambiti: politica monetaria, politica fiscale e strategia di crescita tramite riforme strutturali. Queste rappresentano le “tre frecce” nell’arco di Shinzo Abe. Per quanto riguarda la politica fiscale, il governo ha adottato un pacchetto di stimoli alla crescita di circa 10mila miliardi di yen (circa 85 miliardi di euro). Oltre ai piani di ricostruzione post-tsunami, lo stimolo fiscale verrà utilizzato per promuovere progetti di infrastrutture e opere pubbliche e investimenti nel settore della ricerca e sviluppo. Nel dicembre scorso il governo Abe ne ha annunciato uno stanziamento di altri 5mila miliardi (circa 38 miliardi di euro) necessari a compensare l’aumento previsto dell’imposta sui consumi.

In contrasto con l’approccio conservatore degli ultimi anni, l’amministrazione Abe assocerà alla politica fiscale espansiva una politica monetaria espansiva, consistente nell’immissione di liquidità all’interno del sistema economico. Tale politica è portata avanti principalmente attraverso un poderoso piano di quantitative easing attuato dalla Banca Centrale del Giappone (Bank of Japan – BoJ), ossia un massiccio acquisto di titoli del debito giapponese e di altri titoli obbligazionari; d’ora in avanti, la BoJ potrà acquistare titoli di stato in maniera discrezionale stampando moneta e senza dover rispettare il limite costituito dalla quantità di banconote in circolazione. A ciò va affiancato l’aumento della base monetaria, generando uno stimolo monetario complessivo pari a 1.400 miliardi di dollari per la fine del 2014. Lo scopo finale è quello di immettere una maggiore quantità di moneta in circolazione nell’economia. A tal fine il primo ministro ha nominato un nuovo governatore della Banca centrale, Haruhiko Kuroda, conosciuto per l’atteggiamento critico nei confronti delle precedenti misure economiche. L’acquisto di titoli del debito e l’emissione di moneta dovrebbero essere sufficienti a finanziare la spesa pubblica finalizzata all’aumento degli investimenti e della domanda interna. Inoltre, tale politica monetari consente il perseguimento di una politica di “inflation targeting”. Il governo infatti si è posto l’obiettivo di raggiungere un livello di inflazione stabile pari al 2 %. Tale misura farebbe uscire il Paese dalla deflazione cronica, consentendo un abbassamento del tasso di interesse reale, offrendo un incentivo all’attività economica; l’aspettativa dell’inflazione spingerebbe gli investitori a impiegare maggiormente il capitale in maniera più remunerativa per evitare una erosione del suo valore. Inoltre, l’aumento dell’inflazione potrebbe determinare un alleggerimento del peso del debito, in quanto verrebbe a diminuire il suo valore reale.

Il significato in termini teorici dell’Abenomics.

Le iniziative economiche del governo Abe possono essere ricondotte ad un modello macroeconomico keynesiano, e per questo si pone in contrasto rispetto all’approccio conservatore che il Giappone aveva finora seguito. Il modello (neo)keynesiano parte dal presupposto che la domanda aggregata possa essere aumentata attraverso misure di spesa pubblica, ossia attraverso politiche fiscali espansive. Se si prende come riferimento il modello IS-LM in assenza di rapporti con l’esterno, si può vedere come l’aumento della spesa pubblica sposti in alto la IS (la curva che associa i livelli di reddito e tassi d’interesse che mettono in equilibrio il mercato dei beni e servizi), portando ad un aumento della produzione. Questa misura però può comportare un aumento del tasso di interesse con il rischio di generare un fenomeno di spiazzamento degli investimenti privati, per questo le autorità spesso accompagnano le manovre fiscali con delle misure monetarie espansive, ossia attraverso l’immissione di liquidità nel sistema economico. L’offerta di moneta da parte delle autorità monetarie sposta la LM (la curva che raccoglie i livelli di tassi di interesse e reddito che mettono in equilibrio il mercato della moneta) verso il basso, facendo diminuire il tasso d’interesse e favorendo di conseguenza la ripresa degli investimenti. Un politica monetaria accomodante quindi consente di evitare un aumento del tasso di interesse e permette al meccanismo del moltiplicatore di dispiegare tutti i suoi effetti. Il mix di politiche economiche può essere efficace nel produrre un aumento del reddito. Tuttavia va detto che tale politica rischia di produrre inflazione nel momento in cui il sistema di trova in una condizione di piena produzione. In questa circostanza, la crescita del Pil sarà solo nominale e non reale. Ciò però non costituisce un freno dal momento in cui uno degli obiettivi del governo è quello di uscire dalla trappola deflazionista e conseguire un aumento del livello di inflazione. Inoltre, il governo prevede di aumentare la capacità produttiva del Paese attraverso una serie di riforme strutturali e di misure di liberalizzazione economica; in questo modo la produzione Y limite (Y*), oltre il quale si genera inflazione, diventa più elevata.

IS-LM

R: Tasso di interesse
Y: Reddito (uguale alla produzione in base al alcune ipotesi semplificatici)

Se si ragiona in un sistema aperto, vale a dire si tiene conto anche del settore estero, si possono valutare le conseguenze delle misure adottate in relazione alle esportazioni ed importazioni. Aggiungiamo quindi la curva BP al grafico precedente; essa mette in relazione i livelli di tasso d’interesse e reddito in cui la bilancia dei pagamenti è in pareggio. La svalutazione dello yen decisa dalle autorità giapponesi mira a rendere le esportazioni più competitive, riducendo il deficit commerciale e fornendo uno stimolo all’economia reale. In questo modo la BP trasla verso il basso, raggiungendo il punto di equilibrio generale, in cui vi è pareggio di bilancio e un livello di produzione più elevato.

IS-LM 2

Gli effetti dell’Abenomics e le critiche avanzate nei suoi confronti.

L’Abenomics sembra dare qualche buon risultato, almeno nel breve periodo. La crescita percentuale del Pil nel 2013 è stata dell’1,5 % e le previsioni per il 2014 sono dell’1,3 %. La disoccupazione è prevista per il 2014 al di sotto del 4%. e la spesa delle famiglie è aumentata del 5,2%. L’inflazione attesa per il 2014 è del 2,8 %[2]. L’espansione monetaria, inoltre, comporta un effetto rilevante sul mercato dei cambi, con una sostanziale svalutazione dello yen. Nell’arco di un anno, lo yen si è svalutato di circa il 16 % nei confronti del dollaro e del 20 % rispetto all’euro. Le esportazioni giapponesi sono aumentate, fornendo uno stimolo per l’economia reale, sebbene il saldo della bilancia commerciale continui a peggiorare.

Tuttavia, risulta al momento difficile stabilire l’effetto netto finale del nuovo corso dell’economia giapponese. Ciò che si realizza in concreto si discosta molto spesso dai modelli teorici. A riguardo, sono state avanzate alcune critiche al programma economico del primo ministro giapponese. Alcune critiche sono di natura tecnica altre sono mosse da valutazioni di ordine politico. Anzitutto, va detto che la politica fiscale espansiva, nell’aumentare la produzione (e quindi il reddito) può causare un aumento delle importazioni giapponesi. La diminuzione del tasso di interesse, conseguente ad una politica monetaria accomodante, non favorisce l’afflusso di capitali dall’estero. Questi due elementi finiscono col pesare sulla bilancia dei pagamenti, andando a contrastare gli effetti della svalutazione della valuta.

Alcuni mettono, inoltre, in evidenza il problema della sostenibilità del debito pubblico giapponese. Finora il debito è stato tenuto sotto controllo grazie alla presenza di tassi di interesse bassi e al fatto che il debito è tenuto in buona parte dai cittadini giapponesi. Tuttavia, l’aumento della spesa pubblica contrasta con l’esigenza di ridurre il debito sovrano. Inoltre la maggiore disponibilità di liquidità potrebbe indurre gli investitori e i risparmiatori giapponesi a destinare le risorse verso titoli del debito di altri Paesi, in particolare quelli europei. In questa circostanza una svalutazione eccessiva dello yen potrebbe generare dubbi circa la tenuta finanziaria del Paese.

Altri ancora avanzano dubbi circa l’efficacia delle politiche di svalutazione monetaria e pongono l’accento sui rischi connessi ad una possibile guerra valutaria (currency war). Le politiche monetarie di Abe puntano sulla svalutazione dello yen per ridare competitività alle esportazioni giapponesi. Ciò in parte si sta verificando, nel 2013 le esportazioni di beni e servizi è aumentata dell’1,6 %. Tuttavia, insieme alle esportazioni sono cresciute anche le importazioni (3,3 %)[3], e con l’aumento dei prezzi delle merci importate il valore complessivo di queste ultime diventa maggiore. In effetti, liberare risorse per i cittadini e aumentare il loro reddito attraverso programmi di spesa pubblica non sempre si traduce in maniera automatica in un aumento dei consumi interni, ben potendo al contrario alimentare la domanda di prodotti stranieri.

La svalutazione può condurre solo ad un aumento dell’inflazione se non accompagnata da misure rivolte a migliorare la produttività delle imprese esportatrici. Difatti, solitamente una misura di svalutazione è accompagnata da una politica fiscale o monetaria restrittiva, in quanto è necessario ridurre l’acquisto di merci estere, diventate più costose, e frenare fenomeni inflattivi. L’inflazione può, infatti, annullare gli effetti positivi della svalutazione, per cui i beni nazionali possono risultare ugualmente costosi all’estero nonostante la svalutazione. Probabilmente, proprio tenendo conto di questa possibilità, oltre che per recuperare una quota del gettito fiscale, il piano di stimolo sarà accompagnato da un aumento della tassa sui consumi che passerà dal 5 all’8% nel 2014 e al 10% nel 2015. Inoltre, gli effetti delle misure di svalutazione vanno valutate alla luce delle relazioni economiche internazionali. Nel senso che in teoria alcune politiche di svalutazione sono più o meno efficaci a seconda che risulti o meno complementare a politiche di altre economie che invece sperimentano una fase di sovraoccupazione con fenomeni inflattivi. Inoltre, l’atteso miglioramento delle esportazioni dipende dal comportamento delle altre economie; gli Stati Uniti e la Cina rappresentano due importanti sbocchi per le merci giapponesi, e il loro atteggiamento condizionerà il risultato della svalutazione.

Molti intravedono nella decisione del governo giapponese un ulteriore segnale di una dinamica che spinge le varie economie in una fase di difficoltà economica a livello internazionale a svalutare le propria moneta allo scopo di stimolare le esportazioni e la crescita. Si tratta di una dinamica che, in assenza di un meccanismo di coordinamento internazionale, potrebbe avere effetti destabilizzanti per il sistema monetario internazionale. Gli altri Paesi potrebbero reagire a tale strategia con misure restrittive del commercio o attuando al loro volta svalutazioni competitive. Si presenterebbe il rischio di un contesto di rivalità valutaria, come quello degli anni Trenta del 900, con l’adozione di atteggiamenti di beggar thy neighbor.

In questo quadro le riforme strutturali annunciate assumono una grande importanza. I piani di stimolo possono avere effetti solamente temporanei e non generare un processo di crescita dell’economia. Allo stesso modo gli effetti della svalutazione possono essere vanificati dall’inflazione e generare un processo di cosiddetta inflazione importata se non si migliora la competitività delle merci giapponesi migliorando la produttività delle imprese. Le riforme strutturali possono essere il fattore determinante per la riuscita o meno del programma economico di Abe. Tuttavia, tali misure rischiano di scontentare una parte della popolazione giapponese e di intaccare gli interessi dei gruppi che costituiscono la base elettorale di riferimento del Partito Liberaldemocratico (Pld) cui appartiene Abe. Quest’ultimo vorrebbe far entrare il Paese nel Trans Pacific Partnership (TPP), creando un volano per le riforme economiche interne e per favorire il commercio estero. La partecipazione al TPP andrà a toccare gli interessi di pescatori e contadini, che attualmente godono di una certa protezione grazie ai dazi all’importazione; l’adesione al TPP comporterà quasi sicuramente un abbassamento di questi dazi con una conseguente diminuzione dei profitti per queste due categorie. Inoltre, la liberalizzazione economica potrebbe andare a scontrarsi con la struttura economico-produttiva giapponese, organizzata intorno agli agglomerati finanziari-industriali, i keiretsu, caratterizzati da imprese collegate tra loro tramite partecipazioni azionarie incrociate.

Conclusione.

Si può affermare che la ricetta economica proposta da Abe è un mix di politiche piuttosto potente, che si propone di dare una scossa all’economica moribonda del Giappone. Ciò detto, l’effetto finale dipenderà da una serie di circostanze e dal modo in cui le misure verranno attuate. Alcuni effetti potrebbero contrastare con altri obiettivi economici desiderati. Un elemento che potrebbe ridurre il rischio di avere effetti indesiderati e contrastanti è quello dell’attuazione delle riforme strutturali; con esse il Paese potrebbe restituire competitività all’economia giapponese e rendere efficaci le politiche adottate.

[1] Dati Fondo Monetari Internazionale (IMF). http://www.imf.org/external/pubs/ft/weo/2014/01/weodata/

[2] Dati Fondo Monetario Internazionale (IMF). http://www.imf.org/external/pubs/ft/weo/2014/01/weodata/

[3] Dati Fondo Monetario Internazionale (IMF).

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