La Turchia spegne le speranze di autonomia dei curdi-siriani.

Immagine: https://www.edmaps.com/Battle_for_Afrin_January_21_2018a.png

 

Nel gennaio del 2018 il governo turco ha intrapreso una nuova offensiva nella parte nordoccidentale della Siria, muovendo l’esercito contro i soldati curdi del YGP (Unità di Protezione del Popolo), considerato da Ankara la costola siriana del PKK (Partito dei Lavoratori Curdo) attivo in Turchia. L’offensiva è stata intrapresa sotto il nome di “Operazione ramo d’olivo” ed ha come obiettivo quello di compromettere il tentativo dei curdi siriani di dare vita ad una regione autonoma lungo il confine turco-siriano. Inoltre, in questo momento il premier turco Erdogan è probabilemente mosso anche dalla necessità di rafforzare il proprio consenso elettorale e di tenersi stretta la componente nazionalista che lo sostiene. La formazione di una entità curda autonoma ai confini della Turchia, quale risultato dell’unione dei tre cantoni controllati dai curdi nella parte settentrionale della Siria, è considerata da Ankara come una potenziale minaccia alla sicurezza del Paese e una fonte di instabilità in quanto offrirebbe nuove prospettive al movimento nazionalista curdo in Turchia e potrebbe favorire il sorgere di nuovi scontri interni. 

I Paesi occidentali hanno reagito all’offensiva turca in maniera piuttosto mite, mostrando comprensione per le preoccupazioni turche relative alla propria sicurezza dei confini e limitandosi ad invitare  il governo turco ad agire in maniera proporzionata e nei limiti dell’obiettivo dichiarato. Per quanto riguarda gli Stati Uniti in particolare, a quanto pare non riescono ancora a sciogliere la loro posizione contraddittoria in termini di alleanze: difatti, se da un lato vorrebbero proteggere i guerriglieri curdi, dall’altro ammettono di comprendere le preoccupazioni della Turchia, membro della Nato e impegnato anch’esso nella lotta allo Stato Islamico. Per gli americani, i curdi siriani sono die preziosi alleati nel costesto siriano ed hanno fornito un contributo essenziale nella lotta contro lo Stato Islamico. Il governo turco sperava che il Presidente Trump modificasse la posizione degli Stati Uniti in merito ai partner mediorientali, in pratica che abbandonasse quell’alleanza tattico-militare con i combattenti curdi siriani. Tuttavia, ciò non è avvenuto; al contrario Trump a maggio dello scorso anno ha dato il consenso alla fornitura di armi ai curdi del YPG al fine di avere il loro contributo nella offensiva contro i terroristi dello Stato Islamico; questa decisione è stata avallata dal Dipartimento per la Difesa USA, che si pone come obiettivo primario la riuscita dell’operazione militare contro l’ISIS ed è consapevole del forte impegno manifestato in tal senso dai curdi. Ciononostante, a fronte di questo appoggio ai militari curdi, il Presidente Trump, dietro suggerimento del Segretario di Stato Tillerson, ha successivamente adottato parole più rassicuranti nei confronti di Ankara in merito all’alleanza militare con i curdi di Siria. Inoltre, Washington dirotta il discorso verso l’obiettivo più grande di contenere l’espansione geopolitica dell’Iran. Dal lato americano, dunque, non sembra da escludere un ripensamento circa il sostegno ai curdi, magari al fine di guadagnarsi l’impegno dell’alleato turco, specialmente laddove quest’ultimo dovesse allinearsi agli Usa nel contrastare l’influenza del governo iraniano.

Anche la Russia non ha posto obiezioni all’operazione militare turca, infatti Mosca ha ritirato il suo piccolo contingente da Efrin e consentito alle truppe turche di entrare nel territorio siriano da essi controllato. Putin ha interesse a mantenere la fragile intesa derivante dai negoziati trilaterali tra Russia, Turchia e Iran. Il Presidente russo non vuole, dunque, mettere a repentaglio l’intesa con Erdogan, che prevederebbe secondo alcuni anche una zona di influenza turca in Siria. Putin si preoccupa oltretutto di tenere buono anche il Presidente siriano Bashar al-Assad, il quale ha denunciato la violazione di sovranità da parte della Turchia; secondo alcune versioni, il Presedente Putin avrebbe promesso al regime siriano, in cambio della libertà di manovra turca, la possibilità di riprendersi la città di Idlib. Tutto suona, stando così le cose, ad un compromesso alle spese dei curdi, che ci andrebbero a rimettere dopo essersi spesi così tanto nella lotta contro l’ISIS. In definitiva, la Russia riuscirebbe a tenere buoni gli alleati mediante una serie di promesse e aggiustamenti, mettendo in secondo piano la collaborazione militare con i curdi e naturalmente i loro obiettivi politici. Il governo russo aveva invitato i curdi siriani a partecipare al prossimo round di negoziati di pace previsto a Sochi (Russia) alla fine del mese. Tuttavia, alla luce dell’azione turca e della compiacenza russa, difficilmente i membri del YGP accetteranno l’invito. 

Pertanto, ciò che emerge da questa iniziativa turca è che non vi è ancora un quadro preciso circa il futuro della Siria e che rimane un forte contrasto tra gli interessi dei singoli Paesi, cosa che naturalmente non giova alla soluzione della crisi. Mentre Russia, Turchia e Iran si sono fatti promotori del processo di pace in Siria, gli Stati Uniti restano piuttosto bloccati dalla complessità della questione e dalle contraddizioni relative alle alleanze. A questo punto, sarebbe auspicabile trovare in tempi rapidi una soluzione politica alla questione dei curdi in Siria, in primo luogo per evitare l’infiammarsi della situazione e per liberare le forze necessarie al contrasto dello Stato Islamico,  in secondo luogo per dare risposta alle legittime aspirazioni dei curdi.

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