La tesi dello “scontro delle civiltà” di Samuel P. Huntington.

Sconto civiltà

http://www.yallaitalia.it/2012/03/scontro-di-civilta-si-o-no-il-caso-huntington-parte-seconda/

Aspetti generali della tesi di Huntington.

Il tema dello scontro di civiltà trae origine da un articolo di Samuel P. Huntington pubblicato sulla rivista “Foreign Affairs” nel 1993 e in seguito sviluppato in un libro, The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order (Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine internazionale). La sua tesi si presenta per certi versi in maniera antagonista rispetto a quella relativa alla “fine della storia”, sostenuta da Francis Fukuyama. Difatti, secondo Huntington, la fine del mondo bipolare non ha segnato la “fine della storia” né la vittoria definitiva della democrazia liberale; al contrario, la fine della Guerra Fredda sembra aver rimesso in moto la storia, bloccata dall’esistenza di un ordine bipolare in cui le due superpotenze riuscivano a controllare le spinte centrifughe all’interno dei blocchi e allo stesso tempo ad evitare un loro confronto diretto. Mentre in precedenza il confronto ideologico prevaleva sulle rivendicazioni di natura culturale e socio-economica, la crisi delle ideologie ha favorito una rivalutazione dei fattori dinamici della geopolitica come gli interessi nazionali degli Stati e l’identità dei popoli. Società unite da ideologie o da circostanze storiche ma appartenenti a differenti civiltà finiscono con lo sgretolarsi, com’è accaduto all’Unione Sovietica, alla Jugoslavia, alla Bosnia, oppure sono scosse da violente tensioni, come ad esempio in Ucraina, Nigeria, Sudan, India, Sri Lanka e in molti altri luoghi. Di conseguenza, i principali raggruppamenti di Stati non sarebbero più i tre blocchi della Guerra fredda (Occidentale, Orientale e dei cd. Non-allineati), ma le sette o otto maggiori civiltà presenti oggi nel mondo.

La tesi di fondo del saggio di Huntington è, quindi, che la cultura e le identità culturali – che al livello più ampio corrispondono a quelle delle rispettive civiltà – sono alla base dei processi di coesione, disintegrazione e conflittualità che caratterizzano il mondo post-Guerra Fredda. L’attuale Sistema Internazionale sarebbe diviso, infatti, in varie civiltà. Per civiltà, Huntington intende “la più alta organizzazione di gruppi di persone e il più ampio livello di identità culturale che gli individui abbiano, esclusa quella che li distingue dagli esseri di altre specie”. Un elemento determinante delle civiltà è costituito dalla religione. Le civiltà individuate da Huntington sono: quella Occidentale, con il cristianesimo come religione di riferimento, quella Ortodossa, quella Islamica, Confuciana , Buddista, Indù, la civiltà Giapponese, la civiltà Latino-americana e quella Africana. All’interno di ogni civiltà, gli Stati tendono ad aggregarsi attorno ad uno Stato-guida. La civiltà occidentale comprendente Europa Occidentale e l’America Settentrionale ha come Stato-guida gli Stati Uniti . La civiltà ortodossa ha come guida la Russia, la civiltà sinica o confuciana è guidata naturalmente dalla Cina. Le civiltà Latino-americana, Islamica e Africana difettano, almeno per il momento, di uno Stato-guida.

Per Huntington, pertanto, il sistema post-bipolare è tendenzialmente multipolare e caratterizzato da eterogeneità culturale. In verità, Huntington non ignora il fatto che gli Stati Uniti siano l’unica superpotenza rimasta, tuttavia restringe il primato al piano militare. Sotto questo punto di vista, Huntington opera una sintesi tra due tesi, quella del primato americano e quella dello scontro di civiltà, sostenendo che il mondo nato dalle ceneri del bipolarismo è “uni-multipolare”: unipolare dal punto di vista militare, multipolare dal punto di vista culturale ed economico.

Modernizzazione e globalizzazione.

Un elemento importante della tesi di Huntington è dato dalla tesi secondo cui la democrazia e la modernizzazione non necessariamente conducono alla occidentalizzazione e alla omogeneizzazione del mondo. Le caratteristiche che definiscono l’Occidente si sono formate prima della sua modernizzazione, risalendo all’antica Grecia, alla civiltà romana, al Cristianesimo e alle lotte contro l’assolutismo regio. Per questo la diffusione della democrazia non equivale alla diffusione delle caratteristiche occidentali. Anzi, Nei vari Paesi emergono movimenti che contestano il dominio culturale occidentale; nonostante ciò, essi non rifiutano la modernità e il progresso economico. Per questo, piuttosto che veicolo per l’universalizzazione dei valori occidentali, la democrazia potrebbe persino servire a legittimare il rifiuto dell’occidentalizzazione.

Inoltre, sembra che alla globalizzazione economica corrisponda una frammentazione culturale, determinata dalla rivalutazione delle identità e del senso di appartenenza dei popoli. Alla globalizzazione si contrappone una ricerca delle tradizioni e la formazione di tendenze localistiche. Queste nuove spinte identitarie possono assumere spesso connotazioni anti-occidentali. Si assistono perciò a fenomeni di islamizzazione, di rivalutazione dei cd. Asian values e della tradizione religiosa ortodossa. Anzi, in alcuni casi il progresso economico viene spiegato proprio facendo riferimento alla applicazione dei classici valori asiatici e confuciani al modello capitalista occidentale. Di conseguenza, nel momento in cui diffonde la modernità, la globalizzazione può allo stesso tempo produrre istanze sempre più anti-occidentali.

Aspetti teorici.

Dal punto di vista della teoria delle Relazioni Internazionali, la tesi di Huntington modifica l’analisi della realtà internazionale introducendo la variabile culturale. La cultura costituirebbe la variabile interveniente tra l’anarchia internazionale e il comportamento degli Stati. Tale variabile rappresenta il parametro che si aggiunge alla variabile classica dei realisti costituita dalla distribuzione del potere, rendendo “eterodosso” il modello realista di Huntington. La cultura diventa perciò un fattore determinante del comportamento degli attori internazionali. Gli Stati nazionali restano gli attori principali della scena internazionale. Benché le loro azioni continuino ad essere ispirate dal perseguimento del potere e della ricchezza, gli Stati valutano anche le preferenze, le comunanze e le differenze culturali. In altre parole, nel mondo Post-guerra fredda, gli Stati vanno sempre più definendo i propri interessi in termini di specificità culturale e di civiltà di appartenenza. Secondo Huntington, inoltre, l’analisi del mondo in termini di civiltà costituisce un approccio che coniuga bene realismo e norma. Non sacrifica il realismo all’aspetto normativo come fanno alcuni modelli come quello ottimistico di Fukuyama del mondo unico verso l’armonia tra Stati e la diffusione della democrazia, o quello pessimistico dei due mondi contrapposti che si rifà alle ipotesi di Kaplan e Paul Kennedy. Né, d’altronde, rinuncia alla proposizione di possibili rimedi alla conflittualità, come fanno il modello statalista e quello che prospetta un futuro caratterizzato dall’anarchia universale.

Aspetto prescrittivo della tesi di Huntington.

Huntington prevede un mondo alquanto conflittuale, in cui la rivalità tra le superpotenze è stata soppiantata dallo scontro di civiltà. Egli individua due possibili modelli di scontro. Il primo è quello dei “conflitti di faglia”, ossia quei conflitti che avvengono lungo le linee di faglia che dividono territorialmente due civiltà all’interno di uno Stato o tra due Stati confinanti. In secondo luogo, vi possono essere gli scontri di livello globale tra Stati-guida di diverse civiltà. Un esempio di questo tipo di conflitto potrebbe essere un eventuale conflitto tra l’Occidente e il Mondo islamico. Anzi, uno dei possibili scenari evidenziati da Huntington riguarda il rischio di uno scontro tra “l’arroganza occidentale, l’intolleranza islamica e l’intraprendenza sinica”. Gli equilibri di potere tra le varie civiltà stanno mutando. L’Occidente è, e resterà per gli anni a venire, la civiltà più potente. Il suo potere in relazione a quello di altre civiltà, tuttavia, si va progressivamente riducendo. L’influenza relativa dell’Occidente è in calo; le civiltà asiatiche accrescono la loro forza economica, militare e politica. Per questa ragione Huntington auspica un consolidamento dei rapporti tra l’Europa e gli Stati Uniti, sottolineando la loro comune appartenenza al mondo Occidentale. La sopravvivenza dell’Occidente dipende dunque dalla volontà degli Stati Uniti di confermare la propria identità occidentale, e dalla capacità degli occidentali di accettare la propria civiltà come qualcosa di peculiare e non di universale. Egli propone, inoltre, un’intesa tra l’occidente e la Russia, anche per contrastare la possibile collaborazione tra la Cina e l’Islam. Trae questa conclusione dall’appoggio dato dalla Cina al Pakistan, dai suoi legami con i Paesi con forte presenza islamica sia in Asia centrale che nel Sud-est asiatico. Ritiene però che le profonde differenze esistenti tra il cristianesimo e l’ortodossia rendano impraticabile una vera e propria alleanza tra la Russia e l’Occidente, pur non precludendone una collaborazione. Tuttavia, non sembra dare la stessa importanza alla separazione all’interno del mondo occidentale di una parte cattolica e di una protestante, cosa che dal punto di vista geopolitico potrebbe causare frizioni tra il mondo anglosassone e il mondo europeo continentale e mediterraneo.

Huntington, tuttavia, individua anche alcune regole che consentirebbero agli Stati di attenuare la conflittualità derivante dalla diversità culturale. In primo luogo, la Regola dell’astensione nei confronti di situazioni di conflittualità interne a una singola civiltà. Poi, la Regola della mediazione congiunta per la soluzione di controversie che potrebbero trasformarsi in conflitti di civiltà. Infine, la Regola delle comunanze per l’individuazione di una serie di valori condivisibili sui quali basare una convivenza pacifica.

In conclusione, le relazioni tra le civiltà rimangono il fattore determinante per il futuro assetto del Sistema Internazionale. La conflittualità è elevata ma gestibile, e a tal fine gli Stati dovranno aumentare i sforzi destinati alla comprensione reciproca e alla gestione delle diverse identità culturali.

Critiche e strumentalizzazioni.

All’impostazione di Huntington sono state mosse alcune critiche. In primo luogo, dal punto di vista della teoria delle RI, si accetta con difficoltà l’idea che gli Stati possano valutare i propri interessi sulla base degli elementi culturali. Le valutazioni di ordine culturale, secondo molti studiosi, cederebbero di fronte alle preoccupazioni classiche relative alla sicurezza e all’economia. In più, alcuni autori mettono in evidenza il fatto che gli Stati che appartengono alla stessa religione hanno spesso interessi diversi. Ciò significa che a contare sono gli interessi di ordine strategico o economico e non l’appartenenza ad una civiltà. Solitamente si porta l’esempio della Francia del XVI sec. che si allea con l’Impero ottomano, con la Svezia e con i principi protestanti tedeschi per contrastare la cattolica Austria.

In secondo luogo, alcuni affermano che l’individuazione delle civiltà da parte di Huntington sarebbe alquanto arbitraria, e che il rapporto tra civiltà è Stato non è definito in maniera chiara. Inoltre, i movimenti di ritorno alla tradizione sono in fondo tributari della modernizzazione contro cui essi si oppongono. In più molti sostengono che questi fenomeni di rivalutazione culturale avvengono effettivamente all’interno di un processo di omogeneizzazione sul piano economico-istituzionale.

Infine, la teoria di Huntington sullo scontro di civiltà e l’importanza geopolitica delle religioni è stata accusata di aver formato una visione del mondo che ha allontanato le ipotesi di avvicinamento tra le civiltà, favorendo al contrario la reciproca diffidenza, dando una conferma teorica alle ipotesi relative all’inevitabile scontro tra le diverse culture. La tesi in questione si presta, perciò, alle varie strumentalizzazioni, in particolare da parte dell’Islam radicale. Tale teoria, infatti, è del tutto coerente e speculare rispetto al programma qaedista di una mobilitazione dell’umma contro i “crociati e gli ebrei” e con la proclamazione del jihad contro l’aggressione da parte dell’Occidente, alleato dei governanti corrotti e “apostati”[1] dei paesi musulmani, di cui l’Islam si considera vittima.

 

 

Per approfondimenti:

Samuel P. Huntington, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, Garzanti Editore.

Jean-Jacques Roche, Le relazioni internazionali. Teorie a confronto, Ed. Il Mulino

Franco Mazzei, Relazioni Internazionale. Teorie e problemi, L’Orientale editrice.

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