La svolta di Trump sulla questione di Gerusalemme.

 

Il 6 dicembre scorso il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato la decisione di riconoscere Gerusalemme quale capitale dello Stato di Israele, dando seguito ad una promessa elettorale effettuata durante la campagna elettorale. L’annuncio è stato accompagnato dall’ordine di trasferire l’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme. La questione di Gerusalemme è uno dei temi più sensibili del negoziato di pase tra israeliani e palestinesi, un argomento che oltre ad avere una valenza politica ha un alto contenuto simbolico-religioso. La decisione di Trump rischia di riaccendere la tensione nel Medio Oriente e di ridurre le prospettive di successo del negoziato di pace. Israele rivendica Gerusalemme come capitale del proprio Stato. La parte orientale di Gerusalemme fu occupata dagli israeliani durante la guerra del 1967, e da allora è rimasta una questione aperta.

La mossa di Trump ha sollevato anche l’opposizione di Paesi alleati degli Stati Uniti; il regime saudita ha reagito affermando che questa decisione farebbe perdere la posizione di imparzialità degli Stati Uniti in relazione al processo di pace, di fatto compromettendolo. Il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha mostrato il suo disappunto facendo presente agli Stati Uniti che laddove si verificasse quanto annunciato da Trump la Turchia interromperebbe i rapporti diplomatici con Israele. A seguito della dichiarazione dei Trump,  la Turchia, insieme allo Yemen, presentò all’Assemblea delle Nazioni Unite una risoluzione che chiedeva il non riconoscimento di Gerusalemme come capitale dello Stato di Israele. La risoluzione è stata approvata il 21 dicembre scorso con il voto favorevole di 128 Paesi (tra i quali Italia, Francia, Germania e Gran Bretagna), nonostante il Presidente statunitense avesse minacciato di tagliare i finanziamenti all’organizzazione. La risoluzione chiede a tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite di rispettare le risoluzioni del Consiglio di sicurezza riguardo alla Città Santa di Gerusalemme e dichiara che qualsiasi azione mirante a modificare lo status e il carattere di Gerusalemme “non ha effetto legale” ed è da considerarsi pertanto “nulla” (null and void). Inoltre, nella Risoluzione si invitano tutti gli Stati membri a non stabilire missioni diplomatiche nella Città Santa di Gerusalemme. Tale risoluzione non ha valore vincolante, ma naturalmente assume un valore esortativo forte ed esprime la richiesta di una parte della Comunità Internazionale rivolta al governo statunitense di rivedere la propria decisione. L’ONU si è fatta promotrice della “soluzione del due Stati” in relazione al conflitto israelo-palestinese, e considera azioni di questo tipo come tendenze decisamente contrarie a questa soluzione.

In seguito all’approvazione della Risoluzione dell’Assemblea Generale, la rappresentante degli Stati Uniti alle Nazioni Unite Nikki Haley ha annunciato che gli Usa ridurranno di 285 milioni di dollari il loro contributo al bilancio Onu. Mentre, sempre per reazione alla risoluzione, il governo israeliano ha comunicato la decisione di ritirare il proprio Paese dall’UNESCO. La decisione era stata annunciata nell’ottobre del 2017, cui ora ha fatto seguito la nota ufficiale al Presidente dell’organizzazione in cui viene confermata la decisione israeliana, la quale diventerebbe effettiva dal 31 dicembre 2018. Gli israeliani non hanno intenzione di cedere parte di ciò che considerano la loro capitale legittima e affermano che la decisione riporta indietro il negoziato di anni. Dal canto loro, i palestinesi i palestinesi vedono Gerusalemme Est come la futura capitale di un prossimo Stato Palestinese e sostengono che questa decisione rischia soltanto di generare una nuova fase di guerre a sfondo religioso nell’area, allontanando le prospettive di pace.  Il 3 gennaio il Presidente Trump ha minacciato di tagliare gli aiuti economici all’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), confermando la sua decisione di sostenere la causa israeliana, a dispetto delle proteste della Comunità Internazionale. Ancora una volta la politica di Trump sembra essere piuttosto disordinata e probabilmente mossa più da slanci ideologici che da responsabilità di grande potenza e coerenza politica. L’idea di assumere una politica apertamente filo-israeliana, portando alla luce il rapporto stretto tra Stati Uniti e Israele, fa perdere agli Stati Uniti un ruolo autorevole e imparziale nel negoziato di pace e genera l’opposizione di alleati importanti come Turchia e Arabia Saudita.  Di fronte a questo interventismo il mondo arabo potrebbe sostenere con maggiore forza l’idea di un Medio Oriente senza gli Stati Uniti.

Please follow and like us:

LEAVE A COMMENT

Condivisione Social

error: Content is protected !!