La rischiosa partita con Pyongyang. Considerazioni sulla crisi nordcoreana.

 

http://edition.cnn.com/2015/05/08/asia/north-korea-missile-test/

 

La Repubblica Democratica Popolare di Corea (Corea del Nord) può essere considerato uno degli ultimi regimi in stile comunista del mondo, retto da Kim Jong-un, figlio del precedente dittatore Kim Jong-il. Egli ha proseguito la strategia impostata da padre, che mise in piedi sostanzialmente una politica di cd. brinkmanship, la quale, puntando sulla minaccia di una proliferazione nucleare e alla conseguente alterazione degli equilibri militari nell’Asia Orientale, ha l’obiettivo di assicurarsi quante più risorse possibili per il mantenimento del proprio regime dittatoriale e del rigido modello di organizzazione della società.

Col tempo questa strategia di continua minaccia di destabilizzazione ha reso la Corea del Nord uno stato scomodo, un “paese solitario”, senza amici, completamente dipendente dagli aiuti esterni, che cerca di sopravvivere attraverso una politica del ricatto e del rischio calcolato. Una Corea del Nord più minacciosa potrebbe avere come effetto immediato quello di una militarizzazione dell’area. I principali avversari del regime sono la Corea del Sud, con la quale vi è solo un armistizio e non un trattato di pace, per cui i due Paesi sono formalmente ancora in guerra, e il Giappone. Questi ultimi di fronte alla minaccia strategica di Pyongyang potrebbero decidere di attivare una politica di riarmo per aumentare la propria sicurezza. Ciò potrebbe, a sua volta, spingere la Cina ad incrementare ulteriormente le spese per la difesa. Il rischio ultimo consiste in una proliferazione nucleare a livello regionale, con evidenti ripercussioni in termini di instabilità strategica dell’area. Per giunta, anche un suo eventuale collasso creerebbe molti problemi ai suoi vicini asiatici.

Gli Stati Uniti, la superpotenza militare, hanno ovviamente interesse a stabilizzare e a denuclearizzare l’area, per cui hanno sempre puntato, insieme al Giappone e alla Corea del Sud, allo smantellamento del suo programma nucleare e missilistico. Essi sono ancora i garanti dell’equilibro estremo-orientale e si preoccupano di preservare la stabilità di quell’area geografica. Per la Cina la Corea del Nord non rappresenta dal punto di vista strategico una minaccia diretta. Al contrario, il governo di Pechino è da sempre considerato sostenitore del regime nordcoreano, rapporto contraddistinto anche da una certa penetrazione economica cinese nel Paese (i due paesi sono uniti dal Trattato di Amicizia, Cooperazione e di Assistenza reciproca del 1961; inoltre Pechino è il principale fornitore di aiuti al Paese e ospita sul suo territorio un considerevole numero di profughi nordcoreani). Tuttavia, anche Pechino non trova auspicabile un Paese confinante dotato di armi atomiche, avendo come interesse quello di stabilizzare la regione per assumerne un ruolo primario. Il fatto è che, come dimostra il tentativo cinese di riportare la Corea del Nord al dialogo, la Cina può utilizzare la questione come carta da giocare a livello internazionale, ad esempio per ridurre le pressioni statunitensi sulla questione dello status di Taiwan. A parte un legame di strumentalizzazione, perciò, la Cina è in sintonia con gli Usa per quanto riguarda l’obiettivo di una denuclearizzazione dell’area.

Con l’arrivo di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti, la tensione è ritornata alta. Il nuovo Presidente aveva dichiarato senza mezze misure di voler risolvere la situazione nordcoreana e di non essere più disposto a subire i ricatti di Pyongyang. Nonostante l’avvertimento di Trump il regime nordcoreano a continuato ad effettuare test missilistici e a minacciare di proseguire con la fabbricazione dell’arma nucleare. Infatti i test missilistici sono proseguiti durante i mesi di febbraio e marzo; ciò ha dato il via ad un innalzamento dei toni. Per molti osservatori, anche l’attacco ordinato da Trump in Siria dello scorso aprile in seguito all’attacco chimico condotto presumibilmente dall’esercito di Bashar al-Assad, era in fondo un velato messaggio di avvertimento per Kim Jong-un circa il fatto che gli americani non avrebbero tollerato il superamento di certi limiti. In occasione dell’incontro con il Presidente cinese Xi Jinping dello scorso aprile, Trump ha sollecitato i cinesi affinché si attivassero per convincere il giovane dittatore nordcoreano a porre fine alla sua politica di provocazioni e a rivedere il suo programma nucleare-missilistico. Il 15 aprile scorso il regime di Pyongyang ha effettuato un nuovo lancio di missili balistici in violazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Qualche giorno fa, in concomitanza con le celebrazioni in Nord Corea dell’85° anniversario dell’Esercito Popolare di Corea, il Presidente Trump ha inviato un sommergibile a reazione nucleare nella Corea del Sud. Inoltre, il Segretario di Stato americano Rex Tillerson ha chiesto ai membri del Consiglio di Sicurezza ONU, l’adozione di nuove sanzioni economiche contro il regime nordcoreano. In più, gli Stati Uniti hanno consegnato alla Corea del Sud le attrezzature per la costruzione del Terminal High Altitude Area Defense (THAAD), un sistema di intercettazione di missili balistici, il cui dispiegamento era stato concordato dalla precedente amministrazione Obama. Infine, lo scorso 28 aprile, in occasione di una intervista per i suoi primi cento giorni di presidenza, Trump ha affermato che vi è il rischio di un grave conflitto con la Corea del Nord.

 

Considerazioni:

 

Innanzitutto, come affermato sopra la strategia della Corea del Nord costituisce l’estremo tentativo di sopravvivenza di un regime, il quale sembra quasi agire come un calamaro che in preda alla paura spruzza il suo inchiostro nero come ultima difesa. La sua condotta da cane sciolto mette in agitazione i Paesi dell’area e rappresenta un fattore di forte tensione regionale. Tutti i Paesi hanno interesse a risolvere la questione nordcoreana impedendole di dotarsi dell’arma nucleare. Il problema è come porre un freno alle provocazioni del regime nordcoreano senza generare ulteriori situazioni conflittuali. Un primo fattore su cui ragionare riguarda la questione relativa alle regole internazionali e alla capacità di farle rispettare. O meglio ancora riguarda la struttura del sistema internazionale e i meccanismi di gestione della sicurezza. In un sistema internazionale si afferma sovente che non vi è un organo sovraordinato in grado di imporre per regole; si dice a tal proposito che si tratta di un sistema anarchico. Naturalmente ciò nel tempo ha subito delle attenuazioni, ma rimane valido il presupposto per cui sono gli stessi Stati appartenenti alla Comunità Internazionale che si impegnano a far rispettare le norme internazionali. Questa condizione strutturale può spesso rendere problematico la gestione delle situazioni di crisi. Nel caso della Corea del Nord, il suo programma nucleare missilistico costituisce una minaccia alla sicurezza internazionale, e per tale motivo il Consiglio di Sicurezza Onu ne ha chiesto la dismissione. Senza entrare in questioni più prettamente tecniche relative al diritto internazionale, si può dire che spesso considerazioni strategiche e divergenze di interessi possono bloccare l’azione di repressione nei confronti di coloro che sfidano le regole internazionali. La Corea del Nord ha nel tempo sfidato la Comunità Internazionale godendo di una sorta di protezione da parte della Cina e attivando una reazione da parte degli altri Stati consistente principalmente in un sistema di sanzioni e di pressioni diplomatiche. Ciò ha consentito a Kim Jong-un di perpetuare la strategia del regime, fino a ad avvicinarsi a possedere, e a minacciare di utilizzare, l’arma atomica e i vettori per lanciarla. La sua minaccia inizia ad essere sempre più credibile, per cui i Paesi interessati, in particolare Corea del Sud e Giappone, temono di ritrovarsi con un Paese dotato di armi nucleare puntate sulle proprie capitali. Gli Stati Uniti guidati dal Presidente Trump si sentono, dunque, in dovere di intervenire per eliminare la minaccia nordcoreana e riportare il regime di Pyongyang alla ragione. Naturalmente, si sta tentando di arrivare ad una soluzione negoziale; tuttavia, ciò può non risultare sufficiente se questo tentativo non è accompagnato da una minaccia credibile di un possibile intervento militare. Altro elemento, dunque, è quello relativo alla credibilità della minaccia a livello internazionale. Questa considerazione spinge gli Stati Uniti a fare la voce grossa tentando al tempo stesso di indurre la Cina a convincere Kim Jong-un a fare marcia indietro nel suo programma missilistico-nucleare.

Naturalmente, tali considerazioni fanno riflettere sul rischio di una crescita fuori misura di una crisi per certi versi abbastanza chiara nei suoi profili, nonostante i vari aspetti problematici. Proprio perché come detto prima l’azione repressiva internazionale spesso si scontra con considerazioni di ordine politico, la questione può rivelarsi di difficile soluzione. I principali problemi in tal senso riguardano le azioni militari e le conseguenze di un eventuale crollo del regime nordcoreano.
Per quanto riguarda la prima questione, va detto che nel momento in cui si decidesse di procedere ad un attacco diretto con armi convenzionali presumibilmente alle installazioni missilistiche della Corea del Nord, andrebbe considerato in primo luogo il potenziale di ritorsione del regime nei confronti della Corea del Sud; Kim Jong-un potrebbe ordinare di effettuare massicci bombardamenti su Seul. Ciò costituisce un parziale deterrente per la Corea del Nord. In secondo luogo, va tenuto in considerazione la difesa aerea nordcoreana; sembra infatti che Pyongyang si sia dotata di un sistema di missili terra-aria piuttosto efficiente, per cui un eventuale attacco convenzionale dovrebbe superare tale sistema difensivo. Inoltre, la Corea del Nord ha dimostrato di avere buone capacità di cyberwarfare, con il rischio per gli avversari di subire pericolosi attacchi informatici. Le difficoltà menzionate sarebbero decisamente maggiori qualora Kim Jong-un dimostrasse di aver già acquisito della tecnologia nucleare impiegabile in un conflitto; in quel caso il potenziale di ritorsione e il suo deterrente sarebbero decisamente più elevati, considerando che si trasformerebbe in una effettiva presa in ostaggio di Seul. In questo caso, qualora gli Stati Uniti decidessero di condurre un attacco preventivo nei confronti di Pyongyang, dovrebbero mettere in conto il sacrificio di Seul, e probabilmente anche di Tokyo. Ma a quel punto, non vi sarebbe alternativa all’annientamento di Pyongyang; portando allo sviluppo estremo la strategia nordcoreana, dunque, si arriverebbe alla distruzione del Paese, per tale ragione essa è altamente rischiosa e riconducibile a quella che molti definiscono una “madman theory”, consistente nel far credere agli avversari di essere agire in modo irrazionale, pronto a rischiare il tutto e per tutto.
Altra questione riguarda l’eventuale post-intervento; in questo caso le ipotesi sono molteplici, a partire dal cambiamento di regime graduale al collasso rapido del Paese. Uno dei punti riguarda l’assorbimento della popolazione ed eventualmente del territorio nella Corea del Sud, con imprevedibili conseguenze per la tenuta del sistema socio-economico. Altro aspetto riguarda gli equilibri nell’area; il crollo della Corea del Nord favorirebbe molto probabilmente gli alleati degli Stati Uniti, a scapito della Cina. Ciò non è scontato ovviamente, tuttavia al termine del conflitto Pechino potrebbe perdere una forte carta negoziale e vedere accresciuta la sfera di influenza americana in Estremo Oriente.

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