La « questione catalana » si riaccende dopo le elezioni.

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Alla elezioni del 27 settembre in Catalogna i partiti favorevoli all’indipendenza sono riusciti ad ottenere la maggioranza dei seggi al Parlamento regionale (72 seggi su 135), sebbene non abbiano vinto in termini di consenso; infatti i separatisti non hanno ottenuto la maggioranza dei voti, facendo pensare che non sia presente nella regione una maggioranza favorevole all’indipendenza.

Le formazioni che hanno partecipato alle elezioni sono « Junts pel si” (Ensemble pour le oui) una coalizione trasversale che unisce sia conservatori che indipendentisti con posizioni chiaramente di sinistra che condividono l’obiettivo dell’indipendenza; il suo leader è Raul Romeva. Questa coalizione ha ottenuto 62 seggi, gli altri 10 sono stati conquistati dall’altro partito indipendentista CUP. I leader della coalizione affermano di avere ormai la legittimazione necessaria ad avviare il processo di indipendenza, ricorrendo in ultimo alla proclamazione unilaterale. Altra coalizione presente alle elezioni è stata “Catalunya Sì que es Pot” (Catalogna si può) che unisce partiti di sinistra, vicini a Podemos, favorevoli ad un aumento dell’autonomia della Catalogna, ma non alla sua indipendenza totale dalla Spagna. Il partito di orientamento liberale Ciutadans (versione catalana di Ciudadanos) ha invece ottenuto 25 seggi.

Il risultato elettorale pone una grossa sfida al governo conservatore di Mariano Rajoy, che ha già ammonito i catalani di non procedere con iniziative unilaterali. Nel 2013 i partiti indipendentisti riuscirono ad approvare una dichiarazione che affermava il diritto all’autodeterminazione della Catalogna, dando avvio a un processo che aveva l’obiettivo di indire un referendum sull’indipendenza. La corte costituzionale spagnola, tuttavia, ha dichiarato nulla e anticostituzionale tale dichiarazione, bloccando di fatto l’iniziativa del referendum. Dal punto di vista legislativo, un eventuale referendum in Catalogna può essere legalmente vincolante solo dopo che il governo centrale ha effettuato un trasferimento d’autorità alla regione. Il fallimento nell’indizione del referendum ha in effetti spinto il Presidente uscente della Catalogna Artur Mas ad anticipare le elezioni, previste per il 2016, attribuendogli il valore di referendum sull’indipendenza. Non si può dire che in termini di voti la prova sia stata superata, non avendo ottenuto la maggioranza assoluta. Il governo centrale si opporrà con forza a qualsiasi tentativo di secessione.

Sicuramente, perciò, con le ultime elezioni si è aperta una fase di forte incertezza politica, dagli esiti poco prevedibili. Inoltre, la « questione catalana » è suscettibile di produrre conseguenze anche in altri contesti caratterizzati da nazionalismi più o meno latenti. L’idea di un precedente darebbe nuova linfa a quei territori che aspirano da tempo ad una maggiore autonomia (es. Paesi Baschi, Scozia, Fiandre). Una dinamica che coinvolge, perciò, altri Paesi, e per tale motivo bisogna pensare alle rivendicazioni catalane anche in una prospettiva europea, pensando alla capacità dell’Unione Europea di contemplare e gestire tali forme di indipendentismo. Se l’Europa dovesse mostrarsi insofferente e indisposta a inglobare le istanze separatiste, diventerà difficile gestire queste forze centrifughe.

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