La presenza della Turchia nel groviglio siriano.

 

 

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Foto: www.turkeydefence.com

 

Il fallito golpe in Turchia e la politica di Erdoğan.

Nel corso dell’ultimo decennio, la Turchia ha subito enormi cambiamenti nel suo sistema politico. Ciò è stato dovuto in primo luogo all’ascesa al potere di Recep Tayyip Erdoğan e del suo partito (AKP – Partito Giustizia e Progresso). Sotto la sua guida, prima come Primo ministro (2003-2014) e poi come Presidente, il Paese ha via via modificato alcuni elementi che l’avevano caratterizzata a partire dalla fondazione della Turchia moderna nel 1923 ad opera di Mustafa Kemal (Atatürk), quando i turchi misero da parte la loro identità ottomana per inventarsi quale Nazione moderna sulla scorta delle Nazioni europee. Innanzitutto, Erdoğan ha ridato spazio alla identità islamica, nella sua variante sunnita, quale religione che accomuna la quasi totalità della popolazione turca, costruendo un modello di democrazia islamica moderna, con il quale porsi come riferimento per tutto il mondo musulmano. Inoltre, per ciò che riguarda i rapporti della Turchia con i vicini, Erdogan ha dato un taglio piuttosto revisionista alla politica estera. Cessato il confronto bipolare, con il conseguente crollo dell’URSS, ed emersi vuoti di potere a causa degli interventi occidentali in Medio Oriente, il governo Erdoğan ha intravisto nuovi spazi di manovra per una politica estera turca più autonoma e attiva. Architetto del nuovo approccio di politica estera è stato Ahmet Davutoğlu, ex Ministro degli Esteri e vero stratega dell’islamismo politico. Egli ha impostato una politica multi-direzionale, ponendo la Turchia quale crocevia diplomatico e come punto di discussione di contenziosi internazionali. L’obiettivo è quello di raggiungere la posizione di potenza regionale, decisivo per gli equilibri e  la stabilità dell’area. Egli ha coniato la cosiddetta politica del ‘zero problemi con i vicini’, volta a risolvere i suoi problemi come precondizione per la soluzione dei contenziosi altrui. Naturalmente molti vedono dietro questo slogan una specie di programma neo-imperiale, una forma moderna di Pax ottomana.

Con il fallito golpe del 15 luglio ed il conseguente contro-golpe, il Presidente Erdoğan ha aumentato la sua presa sul sistema politico. In questa fase si è giocata una partita per il controllo dello Stato profondo, quel substrato di poteri in competizione tra loro per il controllo delle istituzioni turche. Il fulcro di questi poteri è rappresentato dalle Forze armate, difensore di ultima istanza della laicità dello stato e della eredità kemalista. Questa partita ha visto presumibilmente opporsi il Presidente Erdoğan all’imam Fethullah Gülen. Quest’ultimo si è stabilì nel 1999 negli Stati Uniti, allacciando una serie di legami con parti importanti dell’amministrazione USA e costruendo una struttura segreta con lo scopo ultimo di infiltrarsi nello Stato profondo turco e promuovere un cambiamento radicale della Turchia in senso islamico e neo-imperiale. I progetti dei due leader progetti non erano alternativi, al contrario si ponevano sulla stessa traiettoria, tuttavia lo scontro appariva inevitabile dal momento che al termine della disputa solamente uno di essi sarebbe rimasto al potere. Si è trattato, perciò, di uno scontro interno al campo islamista, dal quale Erdoğan è uscito vittorioso e addirittura rafforzato. Egli ha di fatto attuato un contro-golpe con il quale è riuscito a smantellare la rete “gulenista” e a ridurre il prestigio delle Forze armate, accrescendo al contempo la propria popolarità.

In questo modo, può portare avanti con maggior convinzione il suo progetto politico. Tuttavia, la sua diventerà sempre più difficile, a mano a mano che crescerà l’influenza turca. Il quadro infatti si è progressivamente complicato e attualmente la Turchia ha visto aumentare i suoi problemi con gli attori confinanti.Il governo turco sta prendendo consapevolezza del fatto che una grande potenza regionale si troverà ad un certo punto costretta a dover scegliere amici e nemici, e non potrà risolvere tutte le questioni senza incorrere in contraddizioni sul piano strategico. Della serie: tutti i nodi vengono al pettine. In effetti, il conflitto esploso in Siria ha mostrato tutti i limiti di questa politica, spingendo il governo turco ad agire con un certo avventurismo che lo ha condotto nell’intricata situazione siriana.

 

I punti di attrito tra Turchia e Siria.

Le relazioni tra la Turchia e la Siria non sono mai state serene. Al contrario esse sono state sempre caratterizzate da alcune questioni aperte; esiste un vecchio contenzioso territoriale relativo alla provincia di Hatay (nome turco dell’ex sangiaccato di Alessandretta) che le vicende della decolonizzazione staccarono dalla vilayet ottomana di Siria per assegnarla alla Turchia, passaggio mai riconosciuto dalla Siria. Vi è poi un contenzioso riguardante le acque dell’Eufrate, che coinvolge anche l’Iraq, generatosi a causa delle grandi opere idrauliche che sono da tempo in corso nell’Anatolia sud-orientale; in conseguenza di questi progetti e dello sfruttamento intensivo delle terra irrigata il flusso d’aqua dell’Eufrate verso la Siria e l’Iraq diminuirà notevolmente. Inoltre, vi è la questione curda, che al posto di essere elemento di collaborazione è molto spesso un fattore di forte attrito, dal momento che essa viene usata dai entrambi i Paesi come arma nei confronti dell’altro. In particolar modo, il governo di Damasco ha dato rifugio e molto probabilmente appoggio al Partito Curdo dei Lavoratori (il Pkk), che è l’anima della guerriglia curda in Turchia. In più, il Partito di Unione Democratica (PYD), frutto di un processo di “regionalizzazione” del PKK, era riuscito a ritagliarsi un suo spazio di manovra in Siria. Il regime di Damasco tollerava la presenza dell’organizzazione, permettendole di portare avanti le proprie iniziative anti-turche in cambio dell’impegno curdo a non intraprendere azioni contro il regime alle prese con la componente sunnita. In tal modo, i curdi hanno potuto rafforzarsi anche dal punto di vista militare, con la costituzione della Forza di Difesa Popolare (YPG), una sorta di braccio armato del PYD. Per il governo turco la questione curda rappresenta una questione di separatismo ed assume un peso rilevante nelle scelte internazionali.

 

Lo scoppio della crisi e il problema curdo.

Quando le rivolte della cd. Primavera araba arrivarono in Siria, il governo di Ankara, dopo aver richiamato più volte il regime siriano del Presidente Bashar al-Assad per la violenta repressione decise di interrompere i contatti diplomatici e di partecipare alle sanzioni a carico della Siria. Successivamente, la Turchia permise l’installazione sul proprio territorio del Free Syrian Army (Esercito Libero Siriano), un gruppo militare composto da membri dell’esercito di confessione sunnita e di altri militari che avevano lasciato il Paese (ric. che l’apparato militare siriano è dominato dalla minoranza alawita presente nel Paese). Il gruppo stabilì una base per le operazioni contro il regime di Assad nel sud-est della Turchia e annunciò la formazione di un consiglio militare provvisorio per estromettere il presidente siriano. Il governo turco e il PKK avevano avviato nel gennaio del 2013 un processo di pace, molto probabilmente proprio per consentire ad Ankara di coprirsi il fianco da possibili azioni terroristiche da parte dei curdi nel momento in cui si stava impegnando maggiormente nella crisi siriana.

Le autorità di Ankara sono profondamente preoccupate circa i propositi di indipendenza dei Curdi siriani del PYD (Partito dell’Unione Democratica); il conflitto siriano tuttavia ha spinto il PYD a tentare di ritagliarsi una propria zona autonoma nella parte nord-orientale del Paese, collegata alle regioni dell’Iraq a maggioranza curda.Nel giro di qualche anno le milizie curde hanno combattuto duramente per respingere i terroristi islamici e sono giunti a conquistare quasi tutte le province settentrionali di Hasaka e Raqqa. Ankara teme che i curdi siriani possano, magari con l’aiuto del governo regionale curdo iracheno, costituirsi in una sorta di nuova enclave all’interno della Siria, proprio sul modello dei loro vicini orientali. Sopratutto, il governo turco tenta in tutti i modi di impedire che le forze turche arrivino a controllare la frontiera turco-siriana. L’Operazione „Scudo dell’Eufrate“ (Euphrates Shield – 24 agosto 2016) è finalizzata non tanto a combattere lo Stato Islamico quanto a contenere l’avanzata delle milizie curde del YPG, dirette verosimilmente verso il Nord della Siria per estendere il proprio controllo della regione curdo-siriana di Rojana, embrione di un eventuale Stato curdo.

 

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L’appoggio turco ai movimenti radicali e gli ostacoli agli obiettivi di Ankara.

Oltre a porsi come sostenitrice dell’opposizione siriana, la Turchia è accusata di aver favorito i jihadisti. Il governo turco avrebbe allentato i controlli ai confini dando ai terroristi la libertà di rifugiarsi sul territorio turco e di rifornirsi di armi. Il petrolio di cui i jihadisti sono in possesso viene molto probabilmente fatto entrare in Turchia per essere poi immesso nel circuito ufficiale. Anche questa scelta va compresa a partire dal problema curdo; infatti, le conquiste del YPG nella parte nordorientale della Siria e nelle province di confine, come Kobane, hanno indotto il governo turco ad adottare una politica di benevolenza nei confronti di numerosi jihadisti. Il governo turco, quindi, sostiene i terroristi islamici dello SI (Stato Islamico) in funzione anti curda e per combattere il regime siriano di Bashar al-Assad.

Il fatto è che questa linea di condotta non è a costo zero. Ankara rischia di ritrovarsi invischiata nel groviglio mediorientale. Il governo turco non può schierarsi con lo SI e non può esimersi dal prendere parte alla coalizione internazionale anti-terrorismo; in tal caso, però, si porrà anch’esso come bersaglio degli attacchi terroristici, come dimostrato negli ultimi mesi, e perderebbe quella importante leva anti-curda. A complicare il quadro vi è il fatto che i curdi sono sostenuti dagli Stati Uniti, i quali la considerano la forza principale sul terreno contro lo SI; le milizie curde sono addestrate e affiancate da militari statunitensi. Questa diversità di obiettivi tattici tra Turchia e Stati Uniti ha indotto il governo turco a ripensare alle relazioni con la Russia. Difatti, il recente intervento turco in Siria costituisce anche il frutto del riavvicinamento tra Ankara e Mosca, sancito anche dall’accordo sulla fornitura del gas russo e sulla costruzione del gasdotto Turkish Stream, importante per assicurare la fornitura di gas russo all’Europa meridionale via Balcani, completando l’aggiramento dell’Ucraina. Erdoğan e Putin sembrano aver trovato un accordo provvisorio per Aleppo, lasciando che russi e militari del regime intervengano a difesa di quest’ultima dalle forze jihadiste in cambio di un freno al sostegno dei curdi-siriani.

 

Conclusioni

Si è venuta a creare così una situazione di questo tipo: il governo turco condivide con i russi l’obiettivo tattico di contenere l’avanzata dello SI in Siria e Iraq, e di frenare l’attivismo militare curdo in queste aree; tuttavia i due Paesi sono in contrasto per quanto riguarda l’obiettivo di fondo dato che, al contrario di Ankara, che punta ad un rovesciamento del regime di Damasco, Mosca mira a mantenere al-Assad al potere. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, si può dire che il governo turco condivide con essi l’obiettivo di fondo, vale a dire l’estromissione di Assad e la formazione di un governo sunnita in Siria, ma si scontrano con essi sul piano militare dato che gli Stati Uniti si affidano e addestrano le forze curde che combattono il terrorismo islamico. Quella turca, pertanto, risulta una posizione piuttosto scomoda, perché frutto di obiettivi potenzialmente in contrasto. Per il momento a fare da collante è la lotta contro i combattenti dello Stato Islamico, ma i problemi potrebbero presentarsi in una seconda fase. Bisognerà, dunque, attendere gli eventi sul terreno di scontro per capire quale direzione prenderà la politica turca.

Se dovesse proseguire questo processo di territorializzazione da parte dei curdi, il PYD potrebbe propendere per una forma di autogoverno e la formazione di una eventuale zona ad amministrazione curda in Siria; risultato in parte in contrasto con l’obiettivo strategico del PKK. Questa zona curda sarebbe simile alla regione del Kurdistan iracheno, e ciò porterebbe a un nuovo tipo di rapporto con la Turchia. Il destino della Siria deve ancora delinearsi; la frantumazione del territorio siriano ha lasciato vuoti da riempire e aperto fronti di scontro. In questo scenario, i curdi sembra stiano sfruttando al meglio la situazione, guadagnandosi sul campo una maggiore voce in capitolo. Tuttavia, i turchi non intendono uscire facilmente dai giochi, al contrario puntano a mettere le mani su Aleppo, città siriana in precedenza parte dell’Impero ottomano e importante per la sua posizione strategica tra il mare e il fiume Eufrate; ma anche su Mosul su cui la Turchia ritiene di vantare diritti, in quanto antico vilayet turco ceduto in modo forzoso all’Iraq nel 1926. Ciononostante Ankara dovrà inevitabilmente tenere in considerazione gli obiettivi degli altri attori, in special modo quelli di Russia e Stati Uniti.

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