La politica coloniale dell’Italia post-unitaria.

 

giiornale

http://www.lacasadinando.org/2012/06/01/gli-anni-nobili-le-guerre-prima-parte-la-guerra-italo-turca-e-la-conquista-della-libia/

 

All’indomani dell’unità, l’Italia si trovava impegnata nel completamento e consolidamento dell’unificazione e non aveva i mezzi sufficienti per condurre una politica coloniale; ciononostante non mancavano le premesse per una espansione di tipo coloniale, ad esempio, vi era una cospicua presenza di italiani in Africa settentrionale, con la Tunisia considerata come la naturale estensione del territorio italiano. L’Italia con la Sinistra al potere nel 1876 tentò di avviare una collaborazione con la Germania, tuttavia la missione di Crispi a Berlino non ebbe successo e l’Italia fu costretta a subire la diplomazia di Bismarck. Difatti, nel 1878 la delegazione italiana al Congresso di Berlino guidata dal ministro degli esteri Luigi Corti si presentò a “mani nette” e vide negata l’influenza italiana in Tunisia, che venne alla fine assegnata alla Francia. Questa privazione convinse l’Italia che la politica coloniale andava necessariamente supportata diplomaticamente attraverso il meccanismo dei riconoscimenti. A partire da quel momento, il governo italiano tentò di inserirsi nel gioco delle Grandi potenze con l’obiettivo di vedersi riconosciuti i propri interessi.

In seguito al Trattato del Bardo del 1881 tra la Francia e la Tunisia, e l’istituzione del protettorato francese, evento che causò la caduta del governo Cairoli, in Italia si rafforzò la conclusione circa la necessità di un accordo con le potenze. L’anno seguente venne stipulata la Triplice Alleanza, la quale, sebbene ignorasse gli obiettivi italiani nei Balcani e nel Mediterraneo, significò l’uscita dall’isolamento diplomatico dell’Italia e l’inserimento nella politica delle Grandi potenze. Compiuto questo primo importante passo, l’Italia realizzò presto che l’Alleanza da poco stipulata non poteva essere uno strumento efficace per garantire i propri interessi; l’Italia, infatti, si vide costretta al “gran rifiuto” di fronte alla richiesta britannica di un intervento congiunto in Egitto per sedare la rivolta nazionalista del governo Arabi, sulla base del fatto che ciò avrebbe potuto provocare la reazione francese; in tal caso l’Italia si sarebbe trovata di fronte alla Francia sprovvista di coperture dato che Bismarck aveva categoricamente escluso l’estensione del casus belli all’ambito mediterraneo, ribadendo che l’accordo si riferiva all’ambito continentale. Qualche anno dopo, nel 1885, Bismarck mostrò il suo disappunto in merito all’occupazione di Massawa effettuata dall’Italia con l’appoggio britannico; iniziativa che diede il via all’espansione italiana in Africa Orientale.

 

Il primo rinnovo della Triplice

 

La crisi bulgara e il momento di debolezza di Bismarck diedero all’Italia l’opportunità di far valere le proprie ragioni in occasione del rinnovo della Triplice Alleanza, riuscendo ad ottenere l’inclusione di un accordo italo-tedesco con il quale la Germania riconobbe gli interessi italiani in Libia ed estendeva il casus belli ad una minaccia francese in Libia o Marocco. Questa modifica segnò l’inizio della preparazione diplomatica dell’impresa libica. Va ricordato, inoltre, che pochi giorni prima il rinnovo della Triplice, l’Italia e la Gran Bretagna firmarono l’Accordo del Mediterraneo in cui si esprimeva il comune desiderio di mantenere lo status quo nel Mediterraneo. Probabilmente, anche in ragione di questo accordo, oltre che per i rapporti cordiali che Londra intratteneva con i membri della Triplice, che non si procedette al rinnovo della “dichiarazione Mancini”[1].

Mentre proseguiva la preparazione dell’impresa libica, l’Italia diresse l’attenzione all’espansione coloniale in Africa Orientale, stimolata dall’attivismo di Crispi, chiamato al governo nel 1887, che si dedicò con fervore al progetto coloniale. L’eccidio di Dogali del 1887, in cui una colonna di truppe italiane fu sconfitta dalle forze abissine, spinse l’Italia a rafforzare i rapporti con il Negus Menelik II con il quale in seguito il governo italiano concluse il Trattato di Uccialli del 1889. Con quest’ultimo, l’Etiopia riconobbe l’Eritrea come colonia italiana; inoltre, Menelik riconosceva il protettorato italiano sull’Etiopia. In realtà, successivamente, l’imperatore etiope ricusò il protettorato asserendo che vi era stato un equivoco causato dalle diversità relative alle due versioni del trattato, quella in lingua italiana e quella in lingua amarica; ne nacque un aspro dissidio che sfociò nella guerra d’Abissinia del 1895, la quale si concluse con la pesante sconfitta di Adua e la Pace di Addis Abeba, che abrogò il trattato di Uccialli e riconobbe la piena indipendenza dell’Etiopia. L’umiliazione della sconfitta di Adua, dovuta anche al sostegno di Francia e Russia all’Etiopia, fece comprendere all’Italia che per garantire le proprie aspirazioni coloniali doveva rivolgersi alle potenze coloniali, in primo luogo a Francia e Gran Bretagna, poiché la Triplice era inefficace in simili contesti. Questa considerazione predispose l’Italia in modo favorevole al processo di riallineamento in atto nella politica europea.

 

La preparazione diplomatica per la Libia.

 

Le basi per un miglioramento delle relazioni con la Francia furono poste con la firma della Convenzione italo-francese del 1896, con la quale la Francia concedette privilegi e vantaggi economici agli italiani in Tunisia; esso equivaleva ad un riconoscimento italiano della Tunisia. Con la conclusione nel 1898 di un accordo commerciale tra Italia e Francia, che pose fine alla guerra tariffaria tra i due Paesi. Francia e Italia, in seguito, giunsero a un negoziato per la composizione dei loro dissidi nel Mediterraneo. In uno scambio di note Barrère- Visconti Venosta del dicembre 1900, i francesi dichiararono il loro disinteresse negativo riguardo al territorio libico in cambio del positivo riconoscimento italiano degli interessi francesi in Marocco; in base al testo delle note, tuttavia, l’azione italiana veniva legata all’iniziativa francese, cioè poteva avvenire solamente a seguito della modifica dello status quo in Marocco da parte di Parigi. Questo quid pro quo venne confermato attraverso lo scambio di note Prinetti-Barrère del 1902 in cui l’Italia ottenne di svincolare la sua azione da quella francese. Parallelamente a quest’ultimo accordo, al punto che si dovette postdatare la nota ministeriale per evitare l’imbarazzo dell’Italia, venne rinnovata la Triplice Alleanza e in quella circostanza il governo italiano ottenne l’impegno dell’Austria a non intraprendere azioni che avrebbero potuto ostacolare gli interessi italiani in Libia[2]. Contemporaneamente l’Italia si dedicò al rilancio della politica di espansione nel Corno d’Africa e arrivò a concludere con Francia e Gran Bretagna un accordo per la spartizione dell’Etiopia in zone d’influenza nel 1906.

 

La realizzazione dell’impresa libica.

 

In questa fase, l’Italia si mostrò capace di sfruttare i contrasti tra le grandi potenze e la sua posizione mediana per ottenere vantaggi in ambito coloniale. Un ulteriore passo nella preparazione diplomatica della impresa libica fu compiuto dall’Italia nel 1909 in occasione della firma degli Accordi di Racconigi; lo zar riconobbe gli interessi italiani in Libia in cambio di un analogo riconoscimento degli interessi russi negli Stretti. Completata la preparazione diplomatica e sulla scia della seconda crisi Marocchina, l’Italia decise di procedere con l’occupazione della Libia. Questa ultima rimaneva l’unico territorio dell’Africa settentrionale in cui non si era verificata la penetrazione da parte delle grandi potenze e questa considerazione imponeva una certa urgenza all’azione, rendendola una questione di prestigio prima che di mero desiderio di espansione. Urgenza altrettanto giustificata dal fatto che l’Italia era sempre più preoccupata circa la concorrenza economica tedesca in Libia, che insieme alla resistenza turca ostacolavano continuamente le attività del Banco di Roma; in più vi era il timore di un possibile accordo tra Londra e Parigi per la spartizione della Tripolitania e della Cirenaica. Toccò a Giolitti, il quale non era un sostenitore della politica espansionistica italiana, prendere la decisione e la accompagnò dicendo che vi erano dei fatti che “si imponevano come una fatalità storica e a cui il Paese non poteva sottrarsi senza compromettere in modo irreparabile il suo avvenire”[3]. Ne derivò una guerra italo-turca e l’Italia fu oggetto di critiche per via dell’intempestività della sua azione, che rischiava di scatenare una guerra generale. Gli imperi centrali videro ostacolata la loro politica di collaborazione con l’Impero ottomano, mentre la Gran Bretagna reagì con nervosismo all’occupazione italiana del Dodecaneso tendente ad imprimere una svolta al conflitto. La vicenda finì per incrinare anche i rapporti con Parigi, specialmente per via della disputa conseguente al sequestro nelle acque a sud della Sardegna di due navi francesi, il Manouba e il Carthage, sospettate di fornire illegalmente le armi alla Libia. Lo scoppio della Prima guerra balcanica costrinse la Turchia ad arrendersi e a firmare la Pace di Losanna, con la quale la Sublime Porta rinunciò alla sovranità sulla Libia. L’Italia si poteva considerare, alla vigilia del conflitto mondiale, soddisfatta sul piano coloniale e, non potendo più trarre vantaggi dalla sua posizione mediane, puntò a consolidare le posizioni acquisite nel periodo prebellico.

A guerra iniziata, dopo aver esplorato la possibilità di trarre vantaggi dal suo legame con gli imperi centrali e dopo aver constatato l’indisponibilità austriaca a dare seguito alla richiesta italiana di compensi come presso della scelta neutralista del Paese, il governo italiano aprì i negoziati con le potenze dell’Intesa. Con il Patto di Londra del 1915, l’Italia si vide confermate le acquisizioni in Libia e nel Corno d’Africa, ossia Somalia italiana ed Eritrea, e la sovranità sul Dodecaneso. Data l’inopportunità di partecipare alla spartizione delle colonie tedesche in ragione dell’onere di gestione che ne sarebbe derivato, si accontentò di vedersi riconosciuti all’art 10 dei compensi lungo i suoi possedimenti in caso di ingrandimento coloniale di Gran Bretagna e Francia. All’art. 9 era invece previsto anche il diritto dell’Italia ad insediarsi nella zona di Adalia in caso di spartizione dei territori turchi. L’Italia riuscì a raggiungere i suoi obiettivi coloniali grazie ad una lunga e difficile preparazione diplomatica e dopo aver superato notevoli ostacoli. Ritenendosi soddisfatta e tentò di consolidare i suoi successi, ma alla fine le vicende belliche e le Grandi potenze finirono per ostacolare la sua azione, ridimensionandone i risultati.

 

Per approfondimenti:
Liliana Saiu, La politica estera italiana all’Unità a oggi. Editori Laterza, 2006.
Di Nolfo Ennio, Storia delle relazioni internazionali. Dal 1919 ai giorni nostri, Editori Laterza, 2008.

 

[1] In questa clausola si stabiliva che le disposizioni dell’accordo non andavano in alcun modo interpretate contro la Gran Bretagna; l’intento era quello di ottenere una garanzia circa il coinvolgimento dell’Italia in conflitti indesiderati.

[2] In precedenza nel 1891 si era proceduto al rinnovo con la fusione dei due trattati annessi in un unico documento.

[3] Cit. in Liliana Saiu, La politica estera italiana all’Unità a oggi. Editori Laterza, 2006

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