La partita nel Mar Cinese Meridionale: la carta Brunei del governo cinese.

 

Le isole del Mar Cinese Meridionale sono oggetto di rivendicazioni territoriali da parte di Cina e di alcuni Paesi del Sud-Est asiatico; l’importanza di questi territori consiste principalmente nella possibilità di sfruttare le risorse naturali che si trovano nelle profondità del mare circostante. Nella partita sono coinvolti principalmente Cina, Vietnam e Filippine, ma rivendicazioni sono avanzate anche da parte di Taiwan, Brunei e Malesia. La rivendicazione cinese si basa sul presunto controllo delle Isole goduto in passato dalla Cina, avallato da carte geografiche indicanti la linea che definiva le acque territoriali cinesi. Delle Isole contese da Pechino fanno parte gli arcipelaghi delle Isole Paracelso e delle Isole Spratly. Taiwan, Vietnam, Filippine e Malesia rivendicano porzioni di territorio e di acque sulla base del tradizionale possesso, uso e controllo di essi. Dal punto di vista legale, la Convenzione di delle Nazioni Unite sul diritto del mare (United Nations Convention on the Law of the Sea  – UNCLOS), un trattato internazionale che definisce i diritti e le responsabilità degli Stati nell’utilizzo dei mari e degli oceani, stabilendo anche delle linee guida che regolano la gestione delle risorse minerali. Tale accordo (che è stato ratificato dai Paesi in questione) preveda la creazione da parte degli Stati costieri di una Zona Economica Esclusiva (ZEE) della estensione di 200 miglia nautiche dalla costa, all’interno della quale esso vanta diritti in termini di sfruttamento delle risorse economiche. Questo elemento ha dato maggiore forza a Paesi come Vietnam e Filippine di avanzare le proprie pretese in relazione delle terre in questione. Le Filippine sono anche ricorse al tribunale internazionale del Mare, il quale si è pronunciato nel 2016 a sostegno delle argomentazioni di Manila. A complicare ulteriormente la questione vi è il contributo in funzione anti-cinese di India e Stati Uniti, con quest’ultimo che mira alla ricerca di alleanze per contrastare l’egemonia cinese nell’area. Per i cinesi il controllo del Mar Cinese Meridionale rappresenta un elemento importantissimo perché in esso si sviluppano le vie di comunicazione marittima vitali per l’economia cinese; il suo controllo è fondamentale per la creazione di una direttrice marittima della Nuova Via della Seta, l’iniziativa strategica di Pechino per potenziare i collegamenti e gli scambi con la massa euroasiatica.

L’approccio diplomatico della Cina.

Dal punto di vista diplomatico, rispetto a queste contese i Paesi del Sud-Est asiatico hanno spesso cercato di creare un fronte comune per presentarsi in maniera compatta nei confronti del gigante cinese. Essi hanno agito nell’ambito ASEAN (Association of South-East Asian Nations – Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico) al fine di mostrarsi con una posizione comune.  Al contrario il governo cinese ha sempre mostrato di preferire l’instaurazione di trattative bilaterali separate con i singoli Stati coinvolti, in modo da sfruttare la sua maggiore forza contrattuale. Pechino ha sempre tentato, perciò, di impedire che la questione venisse portata in discussione nei contesti multilaterali e di dividere i Paesi interessati intaccando la loro compattezza.

Per tale ragione, la Cina ha tentato in passato di muoversi facendo leva sugli Stati dell’ASEAN che non avevano rivendicazioni da avanzare nel Mar Cinese Meridionale, nello specifico Cambogia, Laos e Birmania, al fine di allontanarli dalle posizioni assunte dagli altri Paesi dell’organizzazione. Pechino a tal proposito ha sfruttato anche la dipendenza economica di questi tre Paesi per rendere efficace le sue pressioni. Lo scopo del governo cinese era sempre quello di dividere il fronte ASEAN sulla questione. Nell’aprile del 2016 il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi annunciò il raggiungimento di una Intesa in quattro punti con il Brunei, la Cambogia e il Laos sulla questione del Mar Cinese Meridionale, secondo la quale i conteziosi relativi a quest’ultimo andavano risolti mediante il dialogo diretto con le parti interessate e non nell’ambito dell’ASEAN.

La carta Brunei.

In seguito la Cina ha tentato di portare dalla sua parte anche il Brunei, quindi uno Stato portatore di interesse diretto nella questione, in maniera da accrescere il fronte dei suoi sostenitori e di indebolire le pretese degli altri Paesi coinvolti nella disputa. Il piccolo e ricco Stato del Brunei ha sempre mantenuto un atteggiamento meno duro rispetto ad altri Paesi nella questione delle isole contese. Il Brunei ha stabilito la sua ZEE e rivendica altri fazzoletti di terra rientranti nei confine legalmente riconosciuti della parte meridionale, incluse la Louisa Reef, le Owen Shoal e la Rifleman Bank. Tuttavia, non ha mai agito con azioni di forza provocatorie né con occupazioni dei territori rivendicati.

Il Brunei ha una economia basata prevalentemente sulla produzione ed esportazione di gas e petrolio (il settore conta il 60 % del suo PIL). Tuttavia, la discesa del prezzo del petrolio e l’avvio a livello globale di politiche volte a introdurre fonti di energia alternative hanno determinato una diminuzione delle entrate economiche per il Paese e l’impossibilità di affidarsi a questo settore per la crescita futura. Per questo motivo il sultanato sta avviando una serie di iniziative miranti a promuovere la diversificazione del sistema economico in modo da favorire le prospettiva di crescita del Paese; si tratta anche di una mossa necessaria al mantenimento della legittimazione politica dell’attuale governo del Sultano Hassanal Bolkiah. Il piano predisposto dal Brunei è stato chiamato Brunei Vision 2035 ed è piuttosto ambizioso, puntando alla creazione di una economia sostenibile e dinamica incentrata sull’alta formazione, la presenza di una forza lavoro altamente qualificata e l’impiego di tecnologia avanzata. In questo piano di modernizzazione e diversificazione entra in gioco la Cina, la quale sopperisce ad un ingrediente fondamentale, vale a dire gli investimenti esteri. La Cina ha subito provveduto a fornire al Brunei investimenti per un totale di 4,1 miliardi di dollari. Oltre agli investimenti per lo sviluppo economico (costruzione di porti, industria della pesca, biotecnologie) la Cina sta finanziando la costruzione di un corridoio che collega il Brunei alla provincia cinese del Guangxi (Brunei-Guangxi Economic Corridor – annunciato nel 2014), con l’obiettivo di favorire lo scambio commerciale. La Cina risulta ormai la fonte principale delle importazioni del Brunei (con una quota pari quasi al 25 %).

Tutto ciò ha creato un legame di dipendenza del Brunei da Pechino, rendendo il sultanato naturalmente più ricettivo rispetto alle richieste di collaborazione della Cina.  Chiaramente il Brunei non abbandona totalmente le sue rivendicazioni, ciò soprattutto per mantenere attiva la sua leva nei confronti della Cina, ciononostante, portando il Brunei dal proprio lato, la Cina è riuscita a dividere il fronte ASEAN  riguardo alla questione del Mar Cinese Meridionale. Inoltre, il governo cinese spera anche che il rapporto creato con il Brunei possa costituire un esempio per convincere gli altri Paesi dell’area ad instaurare delle relazioni di cooperazione con Pechino, vedendo i vantaggi che da esse possono derivare.

Please follow and like us:

LEAVE A COMMENT

Condivisione Social

error: Content is protected !!