La nuova Dottrina Trump in campo nucleare.

 

Lo scorso febbraio il Pentagono ha emesso un documento (Nuclear Posture Review) che delinea gli elementi di quella che è stata definita la “dottrina Trump”. Questo documento venne richiesto dal Presidente Donald Trump immediatamente dopo la sua elezione alla Presidenza degli Stati Uniti d’America. Si tratta del primo aggiornamento di dottrina strategica dal 2010, che mette da parte l’approccio dell’ex Presidente Obama orientato al controllo degli armamenti nucleari e alla riduzione della componente militare del potere americano. Nella nota introduttiva, il segretario alla Difesa James Mattis sottolinea gli obiettivi che il nuovo corso intende perseguire, vale a dire quello di cambiare la prospettiva nei confronti della realtà internazionale, secondo un approccio realista classico, ossia che guarda “il mondo per come è, e non per come vorremmo che fosse”. Tale documento denota, quindi, un passaggio verso un approccio alle relazioni internazionali di tipo realista, per il sistema internazionale risulta come un’arena di Stati in competizione tra loro, in cui l’obiettivo ultimo è la sopravvivenza e lo strumento principe è il potere.
Difatti, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha sottolineato che la dottrina delineata “affonda le sue radici in una valutazione realistica sulla sicurezza globale, nella necessità di avere un deterrente verso l’uso delle armi più distruttive del mondo e nell’impegno da parte del nostro Paese alla non proliferazione nucleare”. In effetti, dal documento si evince che gli USA sostengono il Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP) e riconoscono il ruolo che esso ha nel favorire un regime di non proliferazione. Si afferma anche che gli Stati Uniti negli ultimi due decenni non hanno sviluppato nessuna nuova capacità di tipo nucleare. Tuttavia, si prende atto che il contesto non è ancora maturo per avviare un processo di riduzione delle capacità nucleari. Per questo, il governo americano non procederà alla ratifica del Trattato sulla messa al bando totale degli esperimenti nucleari (Comprehensive Nuclear Test Ban Treaty), sebbene ricorrerà a tali esperimenti solo al fine di garantire l’efficacia e la sicurezza dell’arsenale nucleare. Si mette in evidenza come il contesto internazionale sia mutato in peggio rispetto all’ultimo NPR. Esso è attualmente caratterizzato da una gamma di minacce che vanno da quella classica convenzionale a quella chimica/batteriologica, da quella nucleare a quella cibernetica, inclusa quella proveniente dai gruppi terroristici e dagli attori non-statali. Tutto ciò ha reso il quadro strategico più incerto e rischioso.

 

In particolare, uno degli spunti di questo ripensamento della strategia degli Stati Uniti proviene da quello che è considerato il retro-pensiero russo riguardo all’utilizzo del nucleare. Secondo i redattori del documento, la Russia possiederebbe una vasta gamma di armi nucleari non strategiche, e ciò indurrebbe a il suo governo a pensare che un primo colpo con armi nucleari limitato, con armi a basso potenziale, possa portare vantaggi in contesti caratterizzati da un basso livello di conflittualità. In altre parole, tale considerazione indurrebbe la Russia ad abbassare la soglia per sferrare un primo attacco di tipo nucleare. Nel documento si denuncia, altresì, la violazione da parte della Russia di numerosi impegni internazionali sul controllo degli armamenti, incluso il Trattato INF (Intermediate-range Nuclear Forces Treaty). Inoltre, il governo russo non ha mostrato l’intenzione di assecondare gli sforzi degli Stati Uniti di avviare un nuovo negoziato in ambito START (New Strategic Arms Reduction Treaty). Vi sarebbe, infine, l’ipotesi che la Russia si stia dotando di una nuova potente arma atomica, lo Status-6 AUV, nome in codice Kanyon;  si tratterebbe un drone-sottomarino delle dimensioni di un mini-sommergibile, impossibile da intercettare, in grado di trasportare un singolo ordigno della potenza di 100 megatoni, ossia 2 volte la “bomba Zar” (la più potente mai fatta detonare nell’atmosfera dai russi nel 1961). Tale arma è stata definita da Trump l’Arma finale e naturalmente potrebbe alterare significativamente gli equilibri strategici. In secondo luogo, a scatenare il ripensamento strategico del Pentagono è stata anche la situazione in Asia Orientale. In campo nucleare, infatti, anche la Cina si è mossa in direzione opposta a quella degli Stati Uniti, accrescendo il proprio arsenale nucleare e aumentando la rilevanza dell’arma nucleare nei suoi piani strategici. In più, la Corea del Nord continua a sfidare la Comunità Internazionale perseguendo i suoi programmi di armamento nucleare e di sviluppo missilistico, mentre l’Iran conserva gran parte della capacità tecnologica necessaria alla produzione di armi nucleari nel giro di un anno, nonostante l’accordo siglato sul programma nucleare.

 

Per gli strateghi americani, la capacità nucleare costituisce un elemento essenziale nella prevenzione di attacchi da parte degli avversari, in altre parole essa assume una insostituibile funzione di deterrente di fronte ad aggressioni di tipo nucleare e non-nucleare; funzione che non può essere affidato all’armamento convenzionale. Inoltre, la capacità nucleare consente di rassicurare quei Paesi che legano la propria sicurezza alla capacità nucleare degli Stati Uniti. La deterrenza, però, risulta efficace allorquando i potenziali avversari non commettano errori di calcolo circa le conseguenze di un loro eventuale primo attacco nucleare, condotto sia contro un alleato regionale degli Usa sia contro il territorio statunitense stesso. Il documento prende atto che non esiste un criterio di deterrenza unico valevole per tutte le situazioni, per cui la difesa degli Stati Uniti deve puntare sempre di più a dotarsi di un approccio alla deterrenza flessibile, reattivo e adattabile all’ampio spettro di minacce e di contesti. L’obiettivo è, perciò, quello di ampliare la portata della deterrenza in maniera tale che ogni avversario, ragionando sulla base di un calcolo dei costi e dei rischi, sappia bene quali sono i costi di un eventuale attacco e decida così di non intraprendere una azione aggressiva nei confronti degli Stati Uniti e dei propri alleati.
Al fine di conferire flessibilità e adattabilità alla deterrenza, gli Stati Uniti dovranno sostituire ed aggiornare le proprie capacità nucleari, lavorare sulla maggiore integrazione tra piani militari di tipo nucleare e non, modernizzare il cosiddetto NC3, vale a dire il sistema di Comando, Controllo e Comunicazione di tipo Nucleare (Nuclear Command, Control, and Communications). L’attuale infrastruttura nucleare degli Stati Uniti si basa sulla triade SLBM (submarine-launched ballistic missiles) ossia missili balistici lanciati da sottomarini, ICBM (land-based intercontinental ballistic missiles) ossia missili balistici intercontinentali lanciati da terra, e ALCMs (air-launched cruise missiles) ossia missili da crociera lanciati da aerei. Nel documento si esclude con decisione qualsiasi ipotesi di eliminare un componente della triade, al contrario viene suggerita l’idea di espandere le capacità nucleari degli Stati Uniti, rafforzando la produzione di ordigni a basso potenziale. Viene rivista, inoltre, la scelta di ritirare i missili nucleari installati nei sottomarini, annunciata nella edizione precedente del documento, considerati invece un elemento importante della deterrenza nello scenario strategico asiatico.

 

Per cui, a dispetto del vuoto richiamo alla denuclearizzazione, considerato appunto un obiettivo ancora lontano, il Presidente Trump ha affermato di voler ammodernare l’arsenale nucleare degli Stati Uniti, puntando in special modo alla produzione di ordigni a basso potenziale, utilizzabili anche in presenza di un’offensiva contro gli Usa o i suoi alleati che non sia di tipo nucleare. A tal proposito, vengono riprese considerazioni effettuate già durante la Guerra Fredda. In particolare, si può affermare che il messaggio dei redattori di questa nuova dottrina strategica degli Stati Uniti consista nel far capire ai potenziali aggressori che il governo americano d’ora in poi prenderà in considerazione l’ipotesi di reagire adottando la giusta risposta ad ogni tipo di minaccia, non escludendo l’azione nucleare di minore intensità. Va detto, che se da un lato ciò potrebbe indurre alcuni Paesi a valutare attentamente un eventuale comportamento aggressivo, dall’altro potrebbe innescare delle dinamiche che andrebbero ad aumentare il rischio di uno scontro. Gli attori in gioco potrebbero, cioè, mettere in conto l’ipotesi di azioni circoscritte in termini di teatro di operazioni e di armamento nucleare di bassa intensità, rendendoli più propensi ad intraprendere un’azione militare.

 

Link del Nuclear Posture Review 2018: https://www.defense.gov/News/Special-Reports/0218_npr/

 

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