La formazione della Grande Coalizione e le origini della Guerra fredda.

 

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Immagine: http://www.giordanicaserta.it/giordanicasertaweb/didattica/appuntiVbinf/sitoSbordone/storia.html

 

In seguito all’invasione tedesca della Polonia, Gran Bretagna e Francia decisero di intervenire contro l’espansionismo hitleriano. Unione Sovietica e Stati Uniti rimasero fuori dal conflitto, facendo assumere a quest’ultimo una dimensione esclusivamente europea. L’aggressione tedesca all’Unione Sovietica del giugno 1941 ebbe importanti riflessi sul piano diplomatico: si spezzò il “cordone sanitario” eretto in precedenza contro il regime bolscevico e vennero poste le basi per una collaborazione tra l’URSS e le Potenze occidentali contro il comune nemico. La guerra assunse, dunque, una dimensione mondiale e divenne necessario costruire una coalizione più ampia per opporsi alle Potenze del Patto Tripartito.

Mosso anche da un certo sollievo circa l’impegno tedesco su un altro fronte, Churchill, alla notizia dell’aggressione all’URSS, affermò che il Paese avrebbe offerto tutto “l’aiuto possibile” a quest’ultima, aprendo così la porta alla collaborazione. Mosca rispose positivamente all’invito britannico ed avviò i contatti con Londra per decidere i termini della collaborazione. Come segno di apertura il governo sovietico riconobbe i governi dei Paesi invasi dalla Germania in esilio a Londra. In seguito, gli Stati Uniti, che nell’agosto del 1941 enunciarono, insieme alla Gran Bretagna, la Carta Atlantica, dissequestrarono i beni sovietici sul proprio territorio ed estesero la legge Affitti e Prestiti all’Unione Sovietica. Queste prime iniziative tendenti a mettere da parte le diffidenze del passato non impedirono, tuttavia, l’emergere di nuovi contrasti all’interno della nascente coalizione. Innanzitutto emerse un attrito tra Mosca e Londra in seguito alla richiesta di Stalin di aprire un secondo fronte in Francia e di intervenire nel Mare del Nord in maniera tale da alleggerire la pressione sull’Unione Sovietica. Tale richiesta non era, tuttavia, al momento realizzabile, soprattutto alla luce del recente disimpegno inglese a Dunkerque. Stalin però continuò ad insistere su questo punto con l’obiettivo di far pesare alle Potenze occidentali il loro mancato aiuto e di legittimare la creazione di un eventuale sistema di garanzia sovietico. Si palesò, inoltre, un contrasto di fondo circa gli obiettivi di guerra delle Grandi Potenze. Gli Stati Uniti si preparavano a scendere in guerra sulla base dei principii della Carta Atlantica, intenzionati a costruire un mondo post-bellico in grado di assicurare la pace grazie ad un nuovo sistema di sicurezza collettiva e all’abbandono della tradizionale logica dell’equilibrio. La Gran Bretagna non era convinta di questa impostazione; Londra era più favorevole al ristabilimento di un equilibrio di potenza, con l’obiettivo in prospettiva di bilanciare l’Unione Sovietica. Il governo inglese, tuttavia, non poté non firmare la Carta Atlantica, dando il via alla sua “special relationship” con Washington. Anche l’Unione Sovietica, in seguito, aderì alla Carta, ma si trattò di una accettazione piuttosto formale, in funzione di integrazione della sua sicurezza, che andava raggiunta in altri modi. In particolare, il disegno di Stalin era quello di creare un sistema di sicurezza attraverso l’estensione dell’influenza sovietica sui paesi dell’Europa orientale. L’impostazione sovietica divenne evidente nel momento in cui Stalin invitò la Gran Bretagna a precisare i rispettivi obiettivi di guerra. Nel dicembre del 1941, Stalin incontrò il Ministro degli esteri britannico Eden al quale avanzò una propria proposta; nello specifico, Stalin, sottolineando il definitivo crollo della Francia, propose al rappresentante inglese di istituire un sistema di sicurezza ad Ovest contro la Germania, per raggiungere il quale Mosca sarebbe stata disposta a concedere basi in Paesi come Olanda, Belgio e nella stessa Francia. Similmente, l’Unione Sovietica avrebbe potuto costruire un sistema di sicurezza nell’Europa orientale. Il ministro inglese rigettò con una certa abilità diplomatica la proposta di Stalin, che a suo parere assumeva il sapore di una spartizione dell’Europa. Egli, tuttavia, riconobbe le esigenze di sicurezza dell’Unione Sovietica.

Contestualmente, con l’attacco giapponese alla base di Pearl Harbor, nelle Hawaii, gli americani vennero trascinati in guerra. Inoltre, le dichiarazioni di guerra agli Stati Uniti da parte di Germania e Italia, nonostante la natura difensiva del Patto Tripartito, ebbero l’effetto di unificare vari conflitti in un conflitto realmente mondiale. Da quel momento l’imperativo dominante divenne quello di unire le risorse per combattere le potenze del Patto Tripartito, evitando di aprire discussioni sulle questioni più spinose circa l’assetto post-bellico, suscettibili di far emergere le contraddizioni all’interno della nascente Grande Alleanza. Nell’ambito della Conferenza “Arcadia” di Washington tra Churchill e Roosevelt fu approvata la Dichiarazione delle Nazioni Unite, la quale riproduceva sostanzialmente i principii della Carata Atlantica; questa dichiarazione fu accettata subito dopo da Unione Sovietica e Cina. La sua formulazione in termini di principii si confaceva all’obiettivo di rimandare la discussione dei temi critici dell’Alleanza. Il 26 maggio del 1942  Unione Sovietica e Gran Bretagna formalizzarono la loro collaborazione con un accordo che prevedeva un’alleanza ventennale con l’impegno di assistenza reciproca e la promessa di non concludere una pace separata con il nemico.  L’accordo anglo-sovietico non contemplava la questione polacca; in realtà, ciò rappresentava un aspetto scottante del dialogo tra Mosca e Londra, con la prima che nonostante il precedente ristabilimento dei rapporti diplomatici con il governo polacco in esilio a Londra, mutò indirizzo sulla scia delle accuse polacche relative alle fosse di Katyn, decidendo di costituire un governo alternativo a quello in esilio nella capitale inglese, che assunse il nome di Comitato di Lublino. La questione polacca non costituiva l’unico punto di attrito all’interno dell’Alleanza. Infatti, la stessa conferenza Arcadia aveva fatto emergere una divergenza di visioni tra Londra e Washington per quanto concerneva la strategia militare da adottare. Tale divergenza era destinata a ripresentarsi per via dell’insistenza di Stalin circa l’apertura di un secondo fronte.

I problemi, però, furono messi sotto il tappeto in quanto si considerava prioritaria la collaborazione sul piano bellico. Questa impostazione venne confermata anche in occasione della visita di Molotov a Washington su invito di Roosevelt, in cui il ministro sovietico rifiutò di aderire alle proposte statunitensi alternative alla creazione di sfere di influenza, rimandando in tal modo la discussione degli aspetti politici. Era un risultato che soddisfaceva Stalin, il quale sperava in una riscossa delle truppe sovietiche e in un avanzamento verso l’Europa orientale. Effettivamente, dopo aver retto l’offensiva di primavera e bloccato la Wehrmacht a Stalingrado, i sovietici iniziarono la loro penetrazione verso il cuore dell’Europa. Allo stesso tempo le potenze occidentali diedero il via all’Operazione Torch in Nord-africa e avviarono le operazioni militari sul Continente europeo. Iniziò così a prendere corpo una divisione sul piano strategico-militare, che fu rafforzata dalle modalità con cui vennero conclusi gli armistizi; questi ultimi, stando a quanto stabilito alla Conferenza di Casablanca (gennaio 1943) dovevano essere informati al principio della resa incondizionata (unconditional surrender). In più tale armistizi venivano negoziati tra il Paese vinto e l’esercito che ne aveva determinato la sconfitta. Sorse dunque un contrasto per quanto riguarda la loro esecuzione. La soluzione adottata in relazione al regime armistiziale dell’Italia, consistente nella creazione di una commissione alleata di controllo, in cui i sovietici avevano un ruolo simbolico, fornì il precedente per i successivi armistizi. Infatti, alla Conferenza di Mosca dei Ministri degli esteri dell’ottobre 1943 si stabilì l’applicazione del modello della Commissione di controllo con funzioni consultive anche agli altri casi, scartando lo schema di collaborazione proposto dai britannici. Ciò favorì la creazione di zone d’influenza. Di fronte alla nascente divisione militare, le potenze occidentali tentarono di rispondere sul piano politico; in altre parole, non potendo fermare l’azione di Stalin, necessaria per sconfiggere Hitler, cercarono quantomeno di inquadrarla nell’ambito del nuovo ordine internazionale. Tale dinamica fu visibile in occasione delle conferenze al vertice interalleate di Teheran e Dumbarton Oaks. Durante la Conferenza di Teheran del novembre 1943, venne posta sul tavolo negoziale il tema dell’istituzione di una Organizzazione delle Nazioni Unite, messa in relazione alla teoria dei “quattro poliziotti” enunciata da Roosevelt; il coinvolgimento sovietico in queste iniziative avrebbe ridotto il rischio di iniziative unilaterali da parte di Mosca. La proposta non sortì gli effetti sperati, anche per la presenza di questioni spinose che i leader delle maggiori potenze si trovarono ad affrontare. In particolare, il nodo polacco, relativo sia al confine che al legittimo governo che avrebbe dovuto guidare il Paese; una soluzione riguardo a tale questione non fu possibile anche per le complicazioni di politica interna che Roosevelt avrebbe dovuto affrontare. Non mancò neppure il problema relativo all’apertura del secondo fronte, con le pressioni sovietiche per l’accelerazione dei tempi per l’attuazione dell’Operazione Overlord. Naturalmente anche gli alleati occidentali mostrarono l’esigenza che l’Unione Sovietica aprisse un suo secondo fronte contro il Giappone; a tal proposito Mosca rispose che ciò sarebbe stato possibile solo dopo la sconfitta della Germania. A Teheran si iniziò anche a discutere del futuro assetto della Germania, arrivando a prevedere una sua divisione in zone di occupazione. Il tema relativo alla nascita di un nuovo sistema di sicurezza collettiva venne successivamente ripreso alla Conferenza di Dumbarton Oaks a Georgetown nell’agosto del 1944; in quella sede emersero alcuni contrasti in merito alla questione; più precisamente vi fu la pretesa sovietica concernente l’assegnazione di un seggio per ognuna dei 16 Stati appartenenti all’URSS, che fece da sponda alla analoga richiesta britannica di accordare un seggio a ciascuno degli Stati del Commonwealth. Vi fu, inoltre, il dibattito relativo al regime di “amministrazione fiduciaria” in relazione ai Paesi non ancora indipendenti. Ma, soprattutto, vi fu la diatriba riguardante la regola di votazione all’interno dell’organizzazione, con l’Unione Sovietica che si mostrava scettica circa l’idea di un voto a maggioranza, proponendo che le decisioni andassero prese con il consenso unanime delle Grandi Potenze. Viste le difficoltà nel creare dei freni politici all’intraprendenza militare sovietica, e dato l’avanzamento dell’armata rossa nell’Europa orientale, Churchill, in occasione di una visita a Mosca nell’ottobre del 1944, prese una iniziativa personale sulla base della tradizionale logica della spartizione; l’intento era quello di impedire ai sovietici di arrivare all’Egeo. A tal fine il primo ministro inglese scrisse di getto una tabella con delle percentuali, che poi sottopose all’attenzione di Stalin. Nello specifico le percentuali erano così ripartite: Grecia 90 % ai britannici e 10 % ai sovietici, Romania 90 % ai sovietici e 10 % ai britannici, Bulgaria 75 % ai sovietici e 25 % ai britannici, Ungheria e Jugoslavia divise al 50 %.  Eppure, anche questo accordo un po’ sui generis, non avrebbe avuto conseguenze se non fosse stato supportato dalle operazioni belliche; difatti la Grecia fu salvata dallo sbarco delle truppe inglesi, mentre la Jugoslavia evitò l’assoggettamento a Mosca in quanto riuscì a liberarsi autonomamente. Gli altri Paesi finirono nella sfera d’influenza sovietica, per cui al momento della Conferenza di Yalta l’accordo delle percentuali perse di qualsiasi significato. La spartizione prese forma e la Conferenza interalleata di Yalta, in Crimea, vide il tentativo degli anglo-americani di impedire il riconoscimento politico di ciò che si era realizzato sul piano militare-strategico. Ci si affidò a due strumenti in particolare. Il primo riguardava l’adozione della Carta istitutiva dell’ONU, dopo aver raggiunto un accordo in merito alle questioni sorte a Dumbarton Oaks; la nuova organizzazione, istituita in occasione della Conferenza di San Francisco del giugno 1945, avrebbe dovuto creare un sistema di sicurezza collettiva efficace, in grado di rendere immotivata la pretesa sovietica di costruirsi un proprio sistema di sicurezza. Le concessioni di Roosevelt all’Unione Sovietica relative ai territori rivendicati in Asia possono essere viste come finalizzate a migliorare il suo ruolo di “poliziotto” nel nuovo ordine internazionale. L’altro strumento, invece, era la Dichiarazione sull’Europa Liberata, un documento con il quale le parti si impegnavano a favorire lo svolgimento di libere elezioni nei Paesi liberati/occupati dell’Europa orientale.

Questi due strumenti, tuttavia, non si rivelarono adatti a dissuadere Stalin dal perseguire i propri obiettivi. Le elezioni furono condizionate dalla presenza sul territorio dell’Armata Rossa e finirono per portare al governo esponenti dei partiti comunisti, i quali, in seguito, con il supporto di Mosca assunsero il controllo politico di questi Paesi. Inoltre, a dimostrazione della convinzione di Stalin di portare avanti il suo disegno, vi fu la conclusione di alleanze con alcuni Paesi dell’Europa orientale, come Polonia e Cecoslovacchia; quest’ultima, dietro minaccia di una sua disgregazione, fu costretta a cedere la Rutenia subcarpatica, tassello fondamentale della costruzione del suo sistema di sicurezza. La successiva Conferenza interalleata si tenne a Potsdam tra il luglio e l’agosto del 1945. La guerra poteva considerarsi oramai conclusa, a parte la resistenza giapponese, stroncata proprio in quei giorni con il lancio delle due bombe atomiche. I protagonisti della Grande coalizione erano in parte cambiati e si trovarono di fronte ad una serie di questioni da dirimere. Uno dei temi sul tavolo fu il trattamento della Germania; mentre su alcuni problemi fu trovata una soluzione di comune accordo, ad esempio per quanto riguardava la smilitarizzazione e la suddivisione amministrativa, su altre questioni emerse un aspro dibattito. Più precisamente il dissenso riguardò soprattutto i temi della ricostruzione e delle riparazioni., nonché quello relativo al futuro status politico della Germania. Mentre gli anglo-americani erano favorevoli ad una Germania decentrata, i sovietici propendevano per una forma di Stato più accentrata, in modo da renderne più agevole il controllo dall’esterno. Alla luce di questo disaccordo, i tre Grandi decisero di accantonare il problema tedesco per affrontare le questioni relative ai Trattati di Pace con gli alleati “minori” della Germania. Nel frattempo Stalin proseguì con la satellizzazione dei Paesi dell’Europa orientale, anche tramite la conclusione di una serie di accordi bilaterali a raggiera, il cui rispetto era assicurato dalla presenza dell’Armata Rossa. Del resto, anche i trattati di pace con i Paesi occupati da Mosca, vale a dire Ungheria, Bulgaria e Romania, non fecero che confermare e rafforzare la mainmise sovietica. La progressione dell’iniziativa sovietica indusse Churchill, in un discorso a Fulton, nel Missouri, nel 1946, a denunciare la costituzione di una “cortina di ferro (Iron Curtain) …da Stettino nel Baltico a Trieste nell’Adriatico”. Allo stesso tempo, l’incaricato d’affari americano a Mosca, George Kennan, metteva in guardia il suo Paese dall’espansionismo sovietico nel suo “lungo telegramma”.

Nel momento in cui stavano per terminare i lavori relativi alla predisposizione dei trattati di pace “minori”, riemerse la discussione circa il destino della Germania. Di fronte ai continui rinvii sovietici nell’affrontare la questione, gli anglo-americani iniziarono ad evidenziare l’urgenza di una ricostruzione politica ed economica della Germania. Già alla fine del 1946, Stati Uniti e Gran Bretagna si accordarono per creare una “bizona” anglo-americana”. Il confronto tra le maggiori potenze in relazione al problema tedesco, venne aggravato dalle iniziative che entrambe le parti intrapresero successivamente, e che decretarono l’inizio del confronto bipolare. Nel marzo del 1947, in seguito al disimpegno britannico per quanto riguardava la stabilità del Mediterraneo orientale, Washington si pose come garante della stabilità in Grecia e Turchia, mediante l’enunciazione della cosiddetta Dottrina Truman. Nel giugno dello stesso anno il segretario di Stato americano George Marshall annunciò il piano economico per la ricostruzione dell’Europa. Dal canto suo, l’Unione Sovietica rafforzava il controllo sui Paesi satelliti, favorendo il passaggio da governi di fronte popolare a governi dominati dal partito unico comunista. Mosca interpretò le iniziative anglo-americane come rivolte contro di essa. In occasione di una conferenza dei partiti comunisti nel settembre 1947, Zhdanov, dopo aver denunciato la divisione del mondo in due categorie di Stati, quelli asserviti al capitale americano e quelli costituenti le “nuove democrazie”, annunciò la formazione del Cominform, come risposta soprattutto politica all’iniziativa americana del Piano Marshall.

Il mondo si avviò progressivamente verso la formazione di due blocchi contrapposti, e neppure la Conferenza di Londra del dicembre 1947, denominata dell’ “ultima chance”, servì ad impedire questa deriva. La “durevole intesa” nata nel corso della guerra e che Roosevelt sperava potesse costituire la base dell’ordine post-bellico venne sostituita da due blocchi rivali, il cui confronto rese del tutto inoperante il sistema dei sicurezza collettiva messo in piedi. La sicurezza del mondo fu, dunque, rimessa alla logica del confronto bipolare ed alla possibilità di raggiungere un equilibrio tra i due blocchi.

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