“La fine del mondo storto”. Breve commento al testo

“La fine del mondo storto”. (Mondadori, 2016) di Mauro Corona.

 

La trama.

   La fine del mondo storto è un romanzo distopico che getta il lettore in un momento imprecisato del futuro in cui improvvisamente si sono esaurite tutte le fonti di energia del Pianeta. Una circostanza che impedisce il regolare funzionamento di qualsiasi strumento meccanico e che nel giro di poco tempo fa saltare il sistema che l’uomo aveva creato finora. Difatti, le fonti di energia che residuano durano pochissimo e nell’arco di pochi giorni è una ecatombe. Muoiono a migliaia, di freddo, di fame e di stenti; è il caos totale in una situazione da “si salvi chi può”. Superata la fase più cruenta, gli uomini superstiti iniziano a riorganizzarsi, affidandosi alle conoscenze dei contadini rimasti, agli attrezzi per lavorare la terra e al lavoro delle proprie mani. Gli uomini riescono a sopravvivere, indotti dalla fame e dalla necessità a collaborare e a condividere ciò che riuscivano a recuperare dalla terra e dalla natura. I sopravvissuti creano una società migliore, ideale, senza gerarchie, senza inutili regole cui gli uomini devono sottostare. Ma questa nuova società ideale non dura a lungo. Gli uomini, proprio nel momento in cui riescono ad allontanare il pericolo della morte e della fame, ritornano a combattersi l’un l’altro, a rivaleggiare e infine a farsi la guerra. In altre parole, la natura dell’uomo, tenuta in scacco dalla fame, riemerge e pare porre le basi che ricondurranno l’umanità verso un nuovo baratro.

 

Commento ed estratti:

 

   Come accennato il romanzo si conclude con una amara considerazione fatta dall’autore, il quale sembra preconizzare un nuovo disastro a causa della natura problematica dell’uomo.  Nella visione pessimistica dell’autore, l’uomo è inevitabilmente spinto dalla sua stessa natura e dai suoi istinti a prevaricare e a distruggere ciò che lo circonda, creando una dinamica che lo vede condurre ineluttabilmente verso la sua fine. Una dinamica circolare che porta l’umanità verso il baratro, per poi riemergere e ricominciare da capo. Il tema è, dunque, quello della autodistruzione dell’uomo dovuta al fatto che il sistema che ha messo in piedi riflette la sua natura profondamente egoistica; tale sistema assume una forza propria che travalica ogni forma di resistenza finendo per travolgere gli uomini e condurli a danni irreparabili (il riferimento più immediato va al problema dell’ambiente: l’uomo sa che il suo modo di produzione senza freni sta mettendo in pericolo in maniera irreparabile l’ecosistema della Terra e nonostante ciò non è disposto a modificare tale sistema economico, anche perché è troppo assuefatto all’imperativo di produrre e di far crescere l’economia-intesa prevalentemente in termini numerici).

Nel romanzo la catastrofe che colpisce l’umanità fa emergere tutte le storture del mondo precedente, le insensatezze del sistema che l’uomo aveva generato. L’umanità piomba in una realtà primitiva e durante questa regressione vede allontanarsi tutti i mali che col tempo si erano sovrapposti. Come una catarsi globale, che riporta l’uomo in una condizione naturale vicina ad un ipotetico stato di natura. Forse è proprio questo che l’autore cerca di fare, riportare l’uomo ad uno stato di natura a partire dall’attuale e caotico mondo.  Il rimprovero naturalmente va all’uomo, che ha posto in essere un sistema che ha esaltato le cose inutili, i falsi beni, sminuendo le cose essenziali, più vicine ai suoi  veri bisogni.

 

     “Quell’inverno è da castigo. Non di Dio ma degli uomini. Gli uomini si sono castigati da soli. Hanno cominciato a castigarsi quando hanno smesso di adoperare le mani e di conseguenza anche il cervello. Si sono castrati da soli, non sanno più nemmeno accendere un fuoco.” (p. 29)

      “La fine dei combustibili ha schiarito le idee a tutti. Il pericolo ha pulito i superstiti, li ha lavati dalle incrostazioni, ha tolto loro i sentimenti meschini. Ma anche quelli nobili e belli come l’amore. In quei giorni di morte, non c’è voglia né tempo di amare. Né di essere amati. Lo sforzo teso a schivare la morte basta e avanza. Come l’arte, anche l’amore è roba per stomaci pieni. Nel fosco incubo dei giorni peggiori, quell’inverno da fine del mondo salva due valori: amicizia e solidarietà. Il terrore costringe all’amicizia e alla solidarietà i rimasti vivi devono per forza essere solidali tra loro. Altrimenti crepano. La storia si ripete: si è amici solo per paura e tornaconto.” P. 35

     “L’ecatombe del pianeta moderno tira fuori una verità nascosta da secoli: le cose di valore sono assai poche. Un fuoco, un pasto al giorno, un po’ d’acqua e una coperta. Questa è la verità, e i sopravvissuti lo capiscono.” P. 49

     “La legge si sviluppa e funziona in maniera naturale, senza alcun cerbero che la imponga. Fame e terrore della morte hanno creato una società perfetta, un equilibrio mai visto prima. Non si spreca nulla, anche un filo di paglia può risultare essenziale. Solo fame e paura rendono l’uomo ecologico.” P. 135

     “Occorre di nuovo inginocchiarsi sulla terra, come nel tempo antico. Pulirla con le mani, aprirla, seminarla di tutto quel che nasce. La pancia della terra, fecondata di semi, partorisce di continuo come una donna fertile. “Ah Dio benedetto, cosa abbiamo combinato, cosa abbiamo perso senza rendercene conto!” dicono i superstiti. “Abbiamo perso l’uso delle mani, dimenticato la sapienza, non sappiamo più fare un orto, piantare patate, radicchio, prendere un tordo con il vischio. ….. “Colpa vostra” risponde Dio nelle coscienze dei rimasti vivi. “Via avevo dato tutto, terra, acqua, foreste, animali, pesci, aria buona. Ma volevate di più. Ogni giorno di più. Avete distrutto ogni metro di terra, rovinato la natura, avvelenato l’aria, inquinato l’acqua, impestato il mondo di oggetti inutili quando a vivere bastava così poco. E vi sarebbe avanzato il tempo per godervi l’esistenza che è assai breve. Vi ho dato vita corta apposta. Avevo capito che sareste diventati coglioni… P. 63

 

L’autore evidenzia una ad una queste insensatezze che si riscontrano nel mondo attuale:

 

    In riferimento a scrittori e critici…” capiscono che è meglio andare d’accordo e darsi una mano. Se si vuol restare vivi. Alla fine, si mettono a chiacchierare e scoprono di aver entrambi perso tempo. Quel che hanno prodotto non serve a nulla. Scrivere libri e criticarli non aiuta a campare. La letteratura è affare per stomaci pieni. I due baruffanti si accorgono di essere stai in egual misura vanitosi. “ p. 32

     “Quando tutto andava a gonfie vele gli uomini non erano mai contenti, si lamentavano di tutto. Prima di scegliere un ristorante, s’informavano su qual era il migliore. Avevano gola, non fame. Se hai fame, mangi dappertutto.”  P. 67

      “Finché si tratta di gioielli o lingotti d’oro, a nessuno importa niente, ma quando è in ballo un pugno di cibo, i superstiti non scherzano. Sono uniti e compatti: se rubi il mangiare, vieni mangiato. Non c’è più la legge di un tempo che sorvegliava e puniva mettendoti in galera. Adesso la punizione è un colpo di forcone nella pancia. ….. Ma, a dirla tutta, non serve uccidere nessuno. Balordi e bastian contrari crepano da soli. O si sta in gruppo e si collabora o si viene isolati e si va all’inferno. La morte bianca e nera ha fatto il miracolo che non era riuscito alle nazioni del pianeta dall’inizio del mondo: far vivere gli uomini in pace.” P. 69

      “I politici, ai tempi delle vacche obese, stavano ben piazzati nella categoria dei ricchi. Ed erano in assoluto quelli che stavano più di frequente in televisione. Per la maggior parte arroganti e spocchiosi, spesso maleducati, quasi sempre ignoranti, menefreghisti nei confronti di chi li aveva votati, facevano la ruota del pavone in TV quasi tutte le sere. Ora non più. Adesso che l’inverno di fame e freddo li ha tirati giù dalla poltrona e azzerati di spocchia, sono come tutti gli altri.” P. 71

“…la gente ingrassava, perché tutto il progettare del mondo era mirato a eliminare la fatica. Le case erano invase da centinaia di oggetti elettrici atti a cancellare nell’uomo ogni sforzo.” P. 122

     “I malanni indotti dal benessere, dal troppo cibo, dalla noia, dalla frenesia sono scomparsi. La paura di non farcela e di schiattare anzitempo scatena negli uomini la massima applicazione. Il cervello non pensa ad altro che a sostenere il corpo.” P. 114

     “Comandare gratifica ed esalta i meschini d’animo, gente inacidita e misera, che si sente inferiore alle formiche e per questo cerca il potere. … Così, mentre gli uomini di comando diventano umili e riscoprono la tranquillità, i rimasti vivi cercano di essere utili gli uni agli altri…..Non c’è nulla come la paura della morte per migliorare le persone.” P. 99

 

La critica va, inoltre, ovviamente alla società consumistica funzionale alla continua crescita economica: vengono creati senza sosta dei bisogni inesistenti per indurre i consumatori ad acquistare sempre di più. Sembra che nessun acquisto potrà mai soddisfare la nostra avidità di beni. Un modo di produrre insensato che non guarda in faccia a nessuno, né all’ambiente né alle migliaia di persone che vengono sfruttate in nome della produzione.

 

     “Governavano barche, moto, macchine e via discorrendo. Tutte diavolerie che regalavano al possessore l’illusione di divertirsi, e invece gli creavano ansia e timore.” P. 102

     “Il bisogno estremo, la debolezza, lo spettro della fame e della morte, rendono essenziali movimenti, gesti, sentimenti e fedi. Si gioca al risparmio. Le forze vanno impiegate per far crescere i frutti della terra, per trovare l’acqua, accudire gli animali.” P. 107

     “Il mondo poteva andare benissimo avanti senza quegli aggeggi. Ma, come un caprone accecato dal sole che salta nel precipizio, l’umanità tecnologica non si rendeva conto e continuava a saltare nell’abisso dell’inutile. Non smetteva di caricarsi di macchine e macchinari fino a coprirsi del tutto. Uomini, donne, bambini, vecchi, gente che credeva di gestire gli oggetti veniva invece gestita da loro, in una confusione senza fine. Erano diventati schiavi al servizio di gingilli. …….la mortale austerità ha tolto ai superstiti vizi, oggetti, orpelli, ricchezza, povertà, esigenze, orari, obblighi, discussioni e via di questo passo. Li ha liberati dalla schiavitù senza tante storie regalando loro in cambio tempo libero.” P. 87

 

La visione pessimistica dell’autore emerge ad un certo punto del romanzo quando il mondo ricostruito dai superstiti inizia a mostrare gli stessi difetti che avevano caratterizzato il mondo appena distrutto; le persone non sentono più al collo il cappio della fame e iniziano a far prevalere gli atteggiamenti  negativi che lo avevano condotto alla catastrofe.

 

     “…una volta acquisita certezza dello scampato pericolo, gli uomini iniziano timidamente ad avanzare desideri che la morte bianca e nera aveva cancellato. L’uomo, senza nemmeno accorgersene, torna ad essere quel che è sempre stato: una creatura perennemente insoddisfatta che non sa vivere in pace. Ora che ha di nuovo pane, carne, frutta, verdura e tempo libero, vuole qualcosa in più. Comincia a dare spinta all’inizio di un’altra fine. E non se ne rende conto, la lezione non è servita.” P. 126

      “…la tranquillità invece comincia a traballare. L’inverno è alle porte e gli uomini rimasti hanno eletto ovunque i proprio capi che si sono circondati di guardiani armati per mantenere l’ordine.”  P. 153

     “Finché aleggiò sul mondo l’ombra della morte, politici, intellettuali, critici, padroni, capi, vescovi, cardinali, barboni e tutto il genere bipede pensante rimase in assoluto silenzio. Soprattutto rimase in pace. Ma adesso che da mangiare ce n’è e l’ombra della morte è lontana, agli uomini è tornata la voglia di farsi male.” P. 156

     “è infatti ricomparsa la sete di potere. Quando un uomo mangia tre pasti al giorno, diventa pericoloso. Per se stesso e per gli altri. Mangiare troppo rende nervosi. Pasti continui e digestioni faticose creano le guerre. Difficilmente i morti di fame combattono tra loro.” . p. 157

     “A causa dei violenti, diventeranno violenti anche i più tranquilli. È sempre stato così, per combattere la violenza ci vuole altra violenza. Quella dei non violenti, dei miti, dei pacifici. Il male costringe al male anche i buoni. Per fini di giustizia, anche i più calmi si armeranno. È sempre successo così nella storia del mondo.” P. 159

     “Non c’è niente da fare l’uomo è un cane che si mangia la cosa. Gira in cerchio fino a consumarsi. ….Un po’ alla volta, tutto tornerà come prima…e sarà il principio di un’altra fine.” P. 160

Please follow and like us:

LEAVE A COMMENT

Condivisione Social

error: Content is protected !!