La disoccupazione nell’economia contemporanea: modelli di analisi e strategie di intervento.

lavoro disoccupazione

Immagine: ilsecoloxix.it

Il fenomeno della disoccupazione rappresenta una delle patologie delle moderne economie. Essa comporta effetti destabilizzanti per l’intero sistema socio-economico di un Paese e pertanto richiede una attenzione particolare da parte dei policy-maker, i quali sono chiamati ad adottare strategie di intervento volte a contrastare tale fenomeno.

Il tasso di disoccupazione si ricava dal rapporto tra disoccupati e il totale delle forze di lavoro. Si può dire, in via preliminare, che la disoccupazione deriva dalla mancata coincidenza tra domanda e offerta di lavoro. Infatti, in una situazione di disoccupazione di disequilibrio si ha che, in presenza di un determinato livello salariale, la domanda di lavoro delle imprese risulta inferiore alla offerta di lavoro, per cui vi è una porzione di lavoratori che rimane esclusa dal processo produttivo. In questo caso, il problema è quello di riportare in equilibrio in mercato del lavoro. Al contrario, si è in presenza di disoccupazione di equilibrio allorquando, in linea di massima, il numero dei lavoratori che desiderano lavorare coincide con i posti messi a disposizione dalle imprese. In tale ipotesi, il sistema produttivo è in una condizione di piena occupazione. Ciò significa che il tasso di disoccupazione coincide in larga misura con un livello naturale di non occupati, derivante da una serie di fattori, quali l’organizzazione del mercato del lavoro e la sua efficienza nel far incontrare domanda ed offerta di lavoro, la composizione demografica della forza lavoro e la presenza o meno di sussidi alla disoccupazione. Questo livello naturale coincide con la cd. disoccupazione frizionale; essa consiste nella presenza di una fascia di lavoratori che per diversi motivi decide di rimanere in una condizione di non occupazione, semmai con l’intenzione di trovare un impiego più remunerativo (es. disoccupazione da ricerca). La disoccupazione frizionale rappresenta un fenomeno definibile “fisiologico” del sistema economico, per distinguerlo da ciò che invece rientra nella “patologia” dell’economia. Diverso, invece, è il caso della disoccupazione ciclica, cioè la disoccupazione che si verifica quando il sistema produttivo si allontana dalla condizione di pieno impiego a causa dell’andamento della domanda e della produzione aggregata. Vi è poi la disoccupazione strutturale, che si ha in presenza di squilibri gravi del sistema produttivo, che per ragioni strutturali si trovano nell’impossibilità di raggiungere il pieno impiego.

 

L’approccio neoclassico.

 

Secondo gli economisti neoclassici (o marginalisti), un sistema economico opera, nel lungo periodo, sempre in una condizione di pieno impiego delle risorse produttive. Più precisamente, i fautori dell’approccio marginalista sostengono che nel lungo periodo il meccanismo di mercato assicura la coincidenza tra domanda e offerta aggregate. La Legge di Say concettualizza tale dinamica affermando che, in qualche modo, ad ogni offerta corrisponde un mercato di assorbimento, e quindi una domanda di riferimento. Inoltre, la loro analisi nega che la moneta possa influenzare i livelli di attività, essendo neutrale rispetto al settore reale dell’economia, il cui riequilibrio è affidato alle dinamiche dei prezzi relativi. Coerentemente a tali ipotesi di base, essi ammettono come unica ipotesi di disoccupazione quella volontaria o quella derivante dall’esistenza di salari reale troppo elevati. In quest’ultima eventualità si parla di “disoccupazione classica”. Per gli economici neoclassici, dunque, la disoccupazione sarebbe in linea di principio temporanea e riconducibile ad un livello salariale elevato, conseguente ad esempio alle contrattazioni sindacali, che allontana il sistema economico dalla condizione di equilibrio. Ne discende un approccio al problema della disoccupazione affidato all’analisi microeconomica, secondo cui la soluzione al problema è rimessa alla riduzione dei livelli dei salari, che consente alle imprese di ridurre i costi di produzione e di assumere nuovi lavoratori, riportando il sistema in equilibrio. Per quanto riguarda l’aspetto prescrittivo, dunque, la politica economica dovrebbe essere volta a impedire le rigidità salariali e le segmentazioni del mercato del lavoro; le riforme dovrebbero tendere a favorire l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, a rendere flessibile il mercato del lavoro in entrata e in uscita e ad eliminare le posizioni di rendita.

 

L’approccio keynesiano.

 

L’analisi di Keynes propone una lettura differente del fenomeno della disoccupazione. Come noto, Keynes ribalta la Legge di Say, proponendo la legge della domanda effettiva. Nel modello keynesiano la domanda è in grado di influenzare l’offerta, e di conseguenza il livello di produzione. Di conseguenza, la disoccupazione deriverebbe da una ridotta domanda aggregata rispetto all’offerta, in quanto le imprese si vedono costrette a ridurre la produzione in assenza di un mercato di assorbimento. Nella prospettiva keynesiana il meccanismo di aggiustamento proposto dai marginalisti sarebbe in teoria valido, ma non risulta realizzabile; ciò che impedisce il riequilibrio, e quindi il riassorbimento della disoccupazione da parte del sistema, è dato dalla vischiosità dei prezzi e dei salari. Entrambi questi fattori sarebbero, in altre parole, caratterizzati da una certa rigidità, indotta da una serie di fattori. Per quanto riguarda i prezzi, si individuano motivazioni relative al comportamento delle imprese, le quali , in un contesto di concorrenza imperfetta, preferiscono solitamente superare congiunture avverse mediante una riduzione della produzione piuttosto che una riduzione dei prezzi praticati sul mercato. Inoltre, le imprese tendono a non praticare ribassi dei prezzi dato che ciò potrebbe indurre altre imprese rivali ad adottare soluzioni simili, con la conseguenza di veder ridotti i propri margini di profitto. A ciò si aggiunge il meccanismo dei costi di listino (menu costs), riguardante il problema di adeguare i prezzi praticati nel mercato a quelli esposti nel listino; ciò per alcuni costituirebbe un ulteriore disincentivo alla variazione dei prezzi praticati.

Altrettanto varie sono le cause della vischiosità dei salari. Esse attengono principalmente al comportamento dei lavoratori e dei datori di lavoro, nonché alle dinamiche che legano le due categorie. In primo luogo, si può dire che in alcune situazioni le rivendicazioni dei lavoratori, agenti tramite le organizzazioni sindacali, tendono a tenere stabile nel lungo periodo il salario reale, dato dal rapporto tra salario nominale e il livello generale dei prezzi, sebbene nel breve periodo la conoscenza imperfetta relativa ai livelli di inflazione reale possa spingere i lavoratori a proporre variazioni salariali sulla base di un tasso di inflazione atteso. In secondo luogo, a causa dello scarso coordinamento tra le imprese e del fatto che la riduzione della domanda può colpire i vari settori in modi e secondo tempistiche differenti, la riduzione dei salari non avviene in modo immediato e uniforme. Ancora, la presenza di sussidi può contribuire a mantenere alti i livelli salariali dato che essi innalzano il salario di riserva, vale a dire il livello di salario minimo che i lavoratori sono disposti ad accettare, preferendolo in alternativa al sussidio. Si può richiamare sull’argomento anche il modello dell’insider-outsider; tale modello serve a spiegare le resistenze alla diminuzione salariale discendenti dall’interesse dei lavoratori a ostacolare l’ingresso degli outsiders, ossia i non occupati, nell’impresa e a conservare le proprie prerogative. A questa argomentazione può essere accostata l’argomento dei “salari di efficienza”, secondo il quale i datori di lavoro preferiscono mantenere un livello salariale sufficientemente elevato in modo da creare un rapporto di fiducia con i dipendenti, sapendo, inoltre, che una eventuale riduzione della remunerazione finirebbe per incidere sulla efficienza e sulla produttività del lavoratore. In questo senso, le imprese preferirebbero impiegare personale meno numeroso e più costoso, ma più motivato ed efficiente, piuttosto che assumere un numero maggiore di lavoratori cui accordare un salario più basso. Ne deriva che in molti casi il tasso di disoccupazione non influenza il livello dei salari, andando contro le conclusioni derivanti dall’argomento marxiano dell’esercito industriale di riserva. Ciò spiega casi di presenza contestuale, e apparentemente paradossale, di alti livelli salariali e di ampie sacche di disoccupazione.

In base all’analisi Keynesiana eventuali fenomeni di disoccupazione dovrebbero essere contrastati attraverso il sostegno della domanda aggregata, e non, come propongono i marginalisti, attraverso una riduzione dei livelli salariali. Questa ultima possibilità, al contrario, potrebbe avere effetti pro-ciclici, vale a dire accentuare la contrazione della domanda e accrescere la disoccupazione. Infatti, la riduzione dei salari si ripercuote sulle capacità di acquisto dei lavoratori, determinando una riduzione della componente consumi della domanda aggregata e la consequenziale caduta dei livelli di produzione. Le prescrizioni derivanti dalla prospettiva keynesiana consistono prevalentemente nell’intervento pubblico a sostegno della domanda aggregata, attuato mediante politiche fiscali o monetarie espansive.
Va ricordato, tuttavia, che le manovre di politica fiscale proposte da Keynes dispiegano in pieno i propri effetti solamente in presenza di una elevata elasticità della domanda di moneta, ossia in una situazione di trappola della liquidità. Negli altri casi l’effetto della politica fiscale risulterebbe attenuato dalle ripercussioni sul mercato della moneta, oppure potrebbe sfociare in un aumento del tasso di inflazione nel caso si sia raggiunta la condizione di pieno impiego. Inoltre, va detto che alcuni arrivano a criticare l’opportunità stessa del raggiungimento del pieno impiego. Ad esempio, per l’economista Joan Robinson un sistema che abbia raggiunto il pieno impiego risulterebbe fragile ed instabile, in quanto non in grado di lasciare margini utili ad assorbire eventuali aumenti della domanda aggregata e in quanto, aumentando il potere contrattuale dei lavoratori, renderebbe probabili rivendicazioni salariali; entrambe le ipotesi potrebbero in ultimo provocare dinamiche inflazionistiche deleterie per il sistema stesso.

 

Approccio monetarista e curva di Phillips.

 

Il pensiero keynesiano è stato poi criticato dall’approccio monetarista, che individua in Milton Friedman il suo capostipite. Per quanto riguarda la disoccupazione, i monetaristi negano le conclusioni tratte dalla curva di Phillips. Secondo tale strumento analitico è possibile affermare che a livelli di inflazione più elevati corrisponde un livello di disoccupazione minore. Per cui vi sarebbe un certo trade-off tra livelli occupazionali e tassi di inflazione (indotti da dinamiche salariali). Data questa relazione negativa, i policy-maker potrebbero, pertanto, essere indotti ad attuare una politica economica finalizzata ad espandere la produzione aggregata e ad attenuare la disoccupazione, accettando livelli maggiori di inflazione. I monetaristi, invece, asseriscono che nel lungo periodo la disoccupazione si stabilizza ad un tasso naturale e il rapporto di sostituzione tra disoccupazione e inflazione perde la sua validità. Nella prospettiva monetarista, infatti, i tentativi di ridurre il tasso di disoccupazione in cambio di un maggior livello di inflazione si avverano solamente nel breve periodo. Agendo sulla base di aspettative adattive e in un contesto di asimmetrie informative tra lavoratori e datori di lavoro, i lavoratori tendono ad ottenere un aumento salariale in occasione del rinnovo contrattuale sulla base di un tasso di inflazione atteso, perseguendo l’obiettivo di tenere invariato il salario reale. Ciò, però, assume un carattere transitorio, dato gli imprenditori per recuperare i margini di profitto aumenteranno i prezzi, annullando l’aumento di salario nominale. Terminata quindi la situazione creatasi in precedenza per via dell’illusione monetaria, il numero di lavoratori disposti a lavorare diminuirà e il livello di disoccupazione tornerà ad essere quello del momento iniziale. Il tasso di disoccupazione tenderà, dunque, al suo valore naturale, non modificando, però, il livello di inflazione raggiunto, che costituirà la base per le future aspettative degli operatori. Questa dinamica spinge la curva di Phillips verso l’alto, e ciò si verifica via via che i tentativi di aumentare l’occupazione vengono annullati, facendo assumere alla curva un andamento verticale in corrispondenza del tasso di disoccupazione naturale. Secondo i monetaristi, pertanto, le manovre espansive (aumento di spesa pubblica o di offerta di moneta) non intervengono sulla struttura del sistema produttivo e producono al massimo un aumento della occupazione nel breve periodo, mentre nel lungo periodo esse si traducono in fenomeni inflattivi, senza benefici per quanto concerne l’occupazione. La conseguenza logica di tale prospettiva consiste nella scarsa fiducia riguardo alle possibili politiche economiche delle autorità statali. Tra i monetaristi, vi sarebbe, perciò, un certo pessimismo riguardo ai possibili interventi pubblici a sostegno dei livelli occupazionali; essi suggeriscono l’adozione di interventi strutturali volti al miglioramento della efficienza di mercato, in modo da rendere possibile il riassorbimento dei disoccupati mediante la riduzione del livello dei salari, rifacendosi in larga parte a quanto prospettato dai teorici neoclassici.

 

I possibili interventi nel quadro attuale.

 

Sulla base di quanto detto è opportuno provare a delineare l’efficacia delle politiche a favore dell’occupazione nell’attuale quadro economico. Innanzitutto, va posto in evidenza il fenomeno della integrazione dei mercati, favorito dalla crescente globalizzazione economica. Una delle conseguenze di tale fenomeno è rappresentato da una maggiore competizione internazionale. Da essa emergerebbero conseguenze in termini di occupazione. Infatti, la possibilità per le imprese di spostarsi più facilmente da un luogo all’altro alla ricerca della manodopera a basso costo è considerata da molti un fattore che aggrava la disoccupazione. Inoltre, la maggiore apertura commerciale rende possibile l’ingresso di merci più competitive, circostanza che mette in difficoltà i settori deboli dell’economia, causando perdite occupazionali. In generale, dunque, si può dire che, per coloro che considerano le relazioni commerciali internazionali come un gioco a somma zero e non come un modo per ottenere vantaggi congiunti, la globalizzazione spesso rischia di avere effetti negativi sul piano dell’occupazione.

Peraltro, in seguito alla crisi finanziaria del 2007-2008, il problema della disoccupazione è tornato ad essere pressante. In particolare in Europa e negli Stati Uniti. Mentre negli Stati Uniti si è tentato di intervenire, almeno in una prima fase, con piani di stimolo all’economia per attenuare, per quanto possibile, fenomeni gravi di disoccupazione, in Europa, e più nello specifico nell’Eurozona, le politiche adottate sono state meno efficaci nel contrastare tale fenomeno. La crisi ha investito una regione alquanto eterogenea, caratterizzata da una certa diversità di strutture produttive e del mercato del lavoro. Secondo alcuni, Paesi come la Germania starebbero beneficiando attualmente delle riforme strutturali avviate in precedenza relative alla innovazione tecnologica e dei processi produttivi, alla riduzione dei livelli dei salari, alla liberalizzazione del mercato interno. In particolare, le autorità tedesche sarebbero riusciti a praticare una certa moderazione salariale e ad accrescere allo stesso tempo la produttività del lavoro, riducendo in tal modo il costo di lavoro per unità di prodotto. Queste misure avrebbero consentito all’economia tedesca di posizionarsi sulla frontiera tecnologica, elevando il valore aggiunto delle proprie merci, e di guadagnare competitività a livello internazionale, sostenendo così i livelli di occupazione. Per alcuni, dunque, la dinamicità dell’economia tedesca sarebbe correlata agli interventi nella sua struttura produttiva, secondo quanto previsto dallo schema ortodosso. Diversamente, altri Paesi hanno mostrato dinamiche differenti del mercato del lavoro. In Italia, ad esempio, i salari nominali sono cresciuti parallelamente all’inflazione, lasciando invariati i salari reali. Inoltre, esso ha registrato una dinamica della produttività costante o in lieve declino. Ciò ha determinato un aumento del costo del lavoro per unità di prodotto e una conseguente perdita di competitività delle merci prodotte. A tale situazione si è accompagnato l’aspetto paradossale per cui i lavoratori italiani lavorano più ore rispetto a quelli tedeschi, producendo di meno. Peraltro, le economie caratterizzate da sistemi produttivi meno efficienti hanno subito gli effetti delle misure di austerità finalizzate al risanamento di bilancio e al contenimento della crisi dei debiti sovrani. Tali misure hanno generato effetti recessivi nelle economie che hanno adottato l’euro. Ciò ha ulteriormente compresso i livelli di crescita e aumentato i livelli di disoccupazione.

La visione neoliberista impone di attuare le riforme strutturali necessarie ad innalzare la produttività del sistema industriale e a restituire competitività alle merci prodotte. Andrebbero quindi compressi i salari e liberalizzati i settori dell’economia. Molti propongo di intervenire mediante una riduzione del cd. cuneo fiscale; esso rappresenta il divario tra il costo del lavoro a carico delle imprese e la retribuzione netta percepita dal lavoratore dipendente, e una sua riduzione potrebbe far diminuire il costo di lavoro per unità di prodotto. Il differenziale è costituito dal prelievo fiscale, dai contributi previdenziali e sociali a carico del lavoratore e dell’impresa. Tali misure, però, dovrebbero essere accompagnate da politiche tese al reinserimento dei lavoratori nel mercato del lavoro tramite percorsi di riqualificazione, e soprattutto dovrebbero prevedere o rafforzare meccanismi di indennizzo per coloro che si vengono a trovare in modo temporaneo in una situazione di non occupazione. Tuttavia, gli interventi prescritti dagli economisti neoliberali miranti alla riduzione salariale non risultano praticabili in maniera uniforme. Si è visto, infatti, come tale misura va posta in relazione alle dinamiche della produttività; in contesti di bassa produttività, una diminuzione dei salari può essere inefficace, se non controproducente, in quanto capace di generare un circolo vizioso secondo cui gli imprenditori sono costretti a spingere per ulteriori abbassamenti salariali per compensare l’assenza di competitività sui prezzi derivante dalla ridotta produttività. Inoltre, come visto in precedenza una compressione dei salari in una fase di contrazione può ridurre ulteriormente i livelli di produzione.

Ne consegue la non applicabilità a tutti i contesti delle prescrizioni neoliberiste. L’approccio ortodosso suggerito dai Paesi europei caratterizzati da una dinamica delle produttività elevata non risulta applicabile ad economie più deboli, in quanto comporterebbe enormi costi sociali e rischierebbe di accentuare le difficoltà economiche. Occorre pertanto, ancora una volta, rivedere i vari approcci di teoria economica e le politiche economiche ad essi connesse, per poi valutare la loro applicabilità in base ai diversi contesti, tenendo cioè in considerazione le specificità nazionali e il tipo di congiuntura in cui si opera. La ricetta proposta finora dal governo Renzi, ad esempio, sembra un tentativo di adattare le prescrizioni dei modelli proposti al quadro italiano. Esso ha tentato di sostenere i redditi e i consumi attraverso il famoso bonus degli 80 euro, che alcuni studi hanno dimostrato efficace nel favorire i consumi; in seguito il governo ha provveduto, tramite il pacchetto di riforme del Jobs Act, a riformare il mercato del lavoro introducendo una maggiore flessibilità e una serie di incentivi per le imprese.

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