La crisi in Siria e i fattori di un potenziale contrasto tra Turchia e Iran.

 

 

Immagine: http://arabpress.eu/71291-2/71291/

 

 

Aspetti geopolitici dei rapporti turco-iraniani.

 

I rapporti tra Turchia e Iran sono stati sostanzialmente buoni per buona parte dell’ultimo secolo. Essi hanno condiviso il ruolo di polo alternativo in un’area geografica a maggioranza araba. La rivoluzione iraniana del 1979 allontanò dal punto di vista ideologico i due Paesi, facendo incrinare i loro rapporti. In quella fase, la politica turca verso l’Iran fu caratterizzata dal timore di una diffusione dell’ideologia religiosa-rivoluzionaria nella regione e di un qualche coinvolgimento dell’Iran Khomeinista nella politica di espansione sovietica in direzione del Golfo. Il crollo dell’Unione Sovietica attenuò il timore di un legame tra il campo sovietico e la Repubblica islamica, facendo emergere, però, un nuovo fronte di competizione tra Iran e Turchia relativo all’influenza sulle nuove repubbliche del Caucaso e dell’Asia Centrale. Con il ritorno della Russia sulla scena internazionale Turchia e Iran hanno ritrovato un nuovo motivo per dialogare, avendo il comune interesse di arginare l’influenza russa in Medio Oriente.

Dal punto di vista geopolitico, il problema curdo cosituisce un ulteriore elemento che lega Ankara e Teheran e che li spinge ad agire nella stessa direzione, vale a dire quella di impedire la formazione nella regione di entità curde indipendenti. Il governo iraniano infatti è deciso a contrastare i progetti del Pjak (Partito per una vita libera in Kurdistan) miranti ad ottenere l’indipendenza nelle regioni a maggioranza curda dell’Iran. Allo stesso modo il governo turco è impegnato nella lotta domestica contro il Partito Curdo dei Lavoratori (il Pkk), il riferimento della guerriglia curda in Turchia. Sul piano economico i legami tra i due Paesi si sono intensificati in quanto la Turchia ha rappresentato una valvola di sfogo per l’econmia iraniana gravata dalle sanzioni internazionali.

La rilevanza geopolitica dell’Iran è aumentata soprattutto a seguito dell’occupazione statunitense dell’Iraq, che ha modificato profondamente l’architettura regionale. Infatti, precedentemente all’intervento degli Stati Uniti, l’Iraq controbilanciava la potenza iraniana e fungeva da cuscinetto tra il Golfo e il Vicino Oriente nonché tra la Turchia e il Golfo. Dopo la caduta del regime di Saddam Hussein, l’Iraq è entrata man mano nell’orbita iraniana, modificando gli equilibri a vantaggio di Teheran. Attualmente l’Iran del Presidente Hassan Rouhani mostra grandi ambizioni regionali. Il suo obiettivo è presumibilmente quello di diventare un attore strategico capace di fronteggiare la presenza di Israele e degli Stati Arabi sunniti nella regione; il suo nemico principale è, dunque, l’Arabia Saudita quale polo di riferimento del mondo sunnita. Il regime iraniano si pone come protettore del governo iracheno, a guida sciita. La sua attenzione per il conflitto interno siriano denota il suo interesse nella creazione di una specie di arco sciita che va da Teheran a Beirut, da contrapporsi allo spazio di influenza sunnita. Dal punto di vista strategico, l’Iran gode di una certa superiorità delle forze convenzionali, e può avvalersi del supporto delle minoranze sciite presenti in tutti gli Stati per espandere la propria influenza. Inoltre, con l’accordo sul nucleare del novembre 2013, l’Iran è uscito dalla condizione di isolamento internazionale, togliendo in tal modo un freno alla sua politica estera.

Sull’altro versante, la Turchia aspira a raggiungere lo status di potenza regionale, puntando ad assumere un ruolo decisivo per gli equilibri e la stabilità della regione. Inoltre, il Presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha tentato di ridare spazio alla identità islamica, nella sua variante sunnita, quale religione che accomuna la quasi totalità della popolazione turca, costruendo un modello di democrazia islamica moderna, con il quale porsi come riferimento per tutto il mondo musulmano.

 

 

Le conseguenze della crisi siriana e il problema curdo.

 

In prospettiva, le complicazioni della crisi siriana e l’attivismo turco in Medio-oriente potrebbero rovinare le relazioni tra Ankara e Teheran. Verrebbe a riproporsi l’antico scontro tra imperi, quello persiano safavide e quello turco ottomano, che si è manifestato più volte nei secoli a partire dalla battaglia di Čāldirān del 1514, con la quale i turchi acquisirono il controllo della metà orientale dell’Anatolia, fissando il confine tuttora presente tra Turchia e Iran, passando per la guerra ottomano-safavide del 1578-90, che permise all’Impero ottomano di espandersi in Azerbaijan e nel Caucaso, fino alla Battaglia di Erzurum del 1821. Oggi lo scontro riguarda, innanzitutto, il destino della Siria; il regime alawita di Bashar al-Assad è un fedele alleato dell’Iran e un anello fondamentale della cosiddetta mezzaluna sciita che il governo iraniano punta a costruire. Per Teheran l’obiettivo fondamentale è, perciò, quello di mantenere l’integrità territoriale della Siria e il Presidente al-Assad al potere. Al contrario, il governo turco ha puntato dal principio a destabilizzare il regime siriano del Presidente al-Assad interrompendo i contatti diplomatici e partecipando alle sanzioni contro la Siria. La Turchia permise l’installazione sul proprio territorio del Free Syrian Army (Esercito Libero Siriano), un gruppo militare ribelle composto da membri dell’esercito di confessione sunnita schieratosi contro il regime. Questa divergenza di obiettivi rappresenta un primo elemento di contrasto di difficile accomodamento. La Repubblica islamica, inoltre, teme che le recenti azioni militari turche in territorio iracheno possano rimettere in discussione la sua influenza sull’Iraq e raffrozare la componente sunnita nell’area, dopo che la sostituzione nel settembre 2014 alla carica di Primo ministro di Nouri Al-Maliki con Hayder Al-Abidi aveva rafforzato la presa di Teheran sul Paese. Nel momento in cui il governo di Erdoğan ha fatto riaffiorare i sentimenti religiosi nel Paese, la dimensione georeligiosa ha per forza di cose intaccato i rapporti con l’Iran sciita.

In secondo luogo, sebbene Ankara e Teheran convergano sull’obiettivo ultimo di impedire la formazione di qualsiasi entità indipendente curda in territorio siriano, i due Paesi hanno intrapreso azioni piuttosto differenti a riguardo. Ciò ha costituito un fattore di attrito nelle loro relazioni reciproche. Teheran ha, infatti, appoggiato la regione autonoma del Kurdistan in Iraq, governata da Massoud Barzani, in funzione anti-Isis. Lo Stato Islamico ritiene che l’Iran porti avanti un piano di egemonia in Medio Oriente che naturalmente tenderebbe a sottomettere la componente sunnita. Al contrario, il governo turco ha adottato un approccio diverso spingendosi più in là nella lotta contro le fazioni curde. Le autorità di Ankara, infatti, sono profondamente preoccupate circa i propositi di indipendenza dei Curdi siriani del PYD (Partito dell’Unione Democratica) e per questo motivo stanno tentando in tutti i modi di impedire che le forze curde arrivino a controllare la frontiera turco-siriana e hanno sostenuto i terroristi islamici dello SI (Stato Islamico) e altri gruppi jihadisti in funzione anti-curda e per combattere il governo di Damasco. Tuttavia, in seguito Erdoğan si è reso conto dei limiti di questa strategia ed ha iniziato a modificare l’atteggiamento della Turchia nei confronti delle forze estremiste e prendendo parte alla coalizione internazionale contro i miliziani dello Stato Islamico.

 

 

I recenti sviluppi e i rapporti turco-iraniani.

 

I contrasti tra Ankara e Teheran ruguardano principalmente, dunque, le diverse posizioni che i due governi hanno assunto in relazione alla crisi siriana. Naturalmente, ciò non preclude la possibilità che da questi obiettivi divergenti possano derivare conseguenze ulteriori. La Turchia potrebbe sembre più avvertire l’attivismo iraniano come una minaccia e cercare si rinsaldare i legami con altri Paesi. Ad esempio, la Turchia ha istituito una partnership con il Qatar e ha ristabilito buone relazioni con l’Arabia Saudita e le petromonarchie del Golfo; ciò in un certo senso ha aumentato le opzioni strategiche di Ankara, che può contare in alternativa su nuovi partner. Questa possibilità ha fatto sorgere in Iran il timore che il governo turco stesse adottando un comportamento ambiguo, con la possibilità di fare fronte comune con i Paesi del Golfo in funzione di contenimento delle ambizioni iraniane.

Dal canto suo, l’Iran nel portare avanti la propria politica e cercare di ostacolare i potenziali rivali, non manca di sfruttare il crescente malcontento della componente alevita della società turca. Teheran, infatti, cerca regolarmente di stringere legami con le comunità sciite all’estero al fine di fornirsi di strumenti di pressione e di influenza. Così come accaduto in Yemen con gli hūtī, in gran parte seguaci dello sciismo zaidita, il governo iranianosta sta valutando la possibilità di far crollare la fedeltà degli aleviti nei confronti del governo turco. Gli aleviti costituiscono il secondo gruppo religioso della Turchia e rappresentano una setta religiosa rientrante nella versione sciita dell’Islam. Una comunità per lo più secolarizzata, che nel tempo non ha mostrato particolari problemi ad integrarsi nella società turca. Tuttavia, la politica di Erdogan ha generato malumori nella comunità alevita, dal momento che ha puntato a privilegiare la componente sunnita rispetto alle altre confessioni, le quali hanno subìto pratiche discriminatorie e interventi di repressione. La crisi in Siria e il crescente appoggio gel governo di Ankara alle forze sunnite e ad altri gruppi religiosi radicali hanno accresciuto il risentimento alevita nei confronti del governo turco. Di conseguenza, la comunità alevita ha iniziato, dunque, a percepire le iniziative di Erdogan come una minaccia, temendo che il suo approccio possa rafforzare oltremisura la componente sunnita a discapito della loro posizione nella società. Ciò crea un terreno favorevole ai piani del governo iraniano di carpire l’appoggio della comunità alevita in Turchia.

In questo quadro, i recenti avvenimenti hanno sensibilmente modificato gli atteggiamenti di Turchia e Iran. Il Presidente iraniano Rouhani ha manifestato prontamente la propria solidarietà e il proprio appoggio al governo di Erdoğan in seguito al tentato golpe del luglio 2016, forse proprio con l’intento di ribadire il sostegno ai governi legittimi dell’area, tra cui rientrerebbe quello di Damasco. Ciò, però, non basta per mettere da parte i principali elementi della discordia. In primo luogo, il tentato colpo di stato in Turchia ha comportato un riavvicinamento tra Ankara e Mosca, cosa che non è ben vista dall’Iran, che ha tradizionalmente visto la Turchia il partner con cui allearsi per respingere le pressioni della Russia verso il Medio Oriente. L’Iran mantiene buoni rapporti con Mosca e condivide con la Russia l’obiettivo di mantenere al potere Bashar al-Assad, tuttavia teme che il regime siriano passi dalla sua influenza a quella russa.
Anche l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca sta influendo sul riposizionamento dei vari attori. Trump è intenzionato a ristabilire buoni rapporti con la Russia di Putin e ad adottare una strategia di disimpegno dalla vicenda siriana, facendo venere meno l’appoggio statunitense alle milizie curde. In questa circostanza, la Turchia potrebbe cedere e ridurre il suo contributo agli oppositori del regime siriano dal momento che scompare uno dei motivi del suo interessamento nella crisi in Siria.

 

 

Conclusioni

 

Dopo la riconquista di Aleppo da parte del regime siriano, sostenuto dalle forze armate russe e dall’Iran, si sono avviati nuovi colloqui di pace ad Astana in Kazakistan per lo stabilimento di una tregua in Siria (23 gennaio 2017). Mentre sul terreno i combattimenti continuano, Iran e Turchia si sono presentati come mediatori, insieme alla Russia, di un negoziato tra gli esponenti del regime di Damasco e le principali forze di opposizione. L’Iran si presenta, al fianco di Mosca, come strenuo difensore del regime di al-Assad, mentre la Turchia si presenta come sostenitore delle milizie dell’opposizione siriana. Alla luce dell’impegno militare di Russia e Iran e della prospettiva di un disengagement statunitense in Siria, il governo di Ankara si pone come obiettivo minimo quello di ottenere l’impegno ad ostacolare i propositi curdi, facedo valere il riavvicinamento con Mosca per proporsi nel ruolo di attore impegnato nella stabilizzazione dell’area. Affidandosi alla diplomazia di Mosca, il governo di Ankara potrebbe puntare a limitare e bilanciare il ruolo di Teheran nell’area. Ma può anche accadere che la ricerca di una soluzione diplomatica alla crisi siriana possa far diminuire i motivi di tensione tra Ankara e Teheran, portando i due Paesi a ritrovare la loro comune funzione di poli mediorientali dediti ad arginare le pressioni russe da un lato e quella dei Paesi arabi dall’altra e a gestire le rivendicazioni curde. In ogni caso, il futuro assetto della regione dipenderà molto dai rapporti di cooperazione o di competizione tra Ankara e Teheran.

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