La crisi economica mondiale del 1929 e le sue conseguenze politiche.

RooseveltNewDeal_LG

http://www.cbn.com/cbnnews/finance/2014/September/The-Enduring-Myth-of-FDR-and-the-New-Deal/

 

La crisi economica mondiale del 1929 ebbe le sue origini nel crollo borsistico avvenuto nell’ottobre di quell’anno negli Stati Uniti. Malgrado l’iniziale colpevolizzazione degli eccessi speculativi, si realizzò che il crollo era stato determinato sostanzialmente da un fenomeno di sovrapproduzione, e dall’assenza di un sistema monetario efficace. Dal suo epicentro, gli Stati Uniti, presto la crisi economica si diffuse nel sistema internazionale, portando con sé conseguenze politiche rilevanti.

Negli Stati Uniti la crisi economica seguì immediatamente quella finanziaria. Le banche, alle prese con il massiccio ritiro dei depositi e l’aumento delle passività, furono costrette a chiudere, mentre le industrie, in un contesto di eccedenza produttiva, fallirono, generando alti livelli di disoccupazione. Il Paese si allontanò dai mercati internazionali e inasprì le misure protezionistiche con lo Smooth-Hawley Act del 1930. L’interesse degli Stati Uniti per il Continente europeo era dovuto principalmente al recupero dei debiti. Tuttavia, il presidente americano Hoover raccolse l’appello del Presidente tedesco Hindenburg e propose una moratoria di un anno sia per i pagamenti a titolo di riparazioni sia per quelli relativi ai debiti interalleati. Al termine della moratoria, date le difficoltà economiche, né la Germania né gli altri Paesi ripresero i pagamenti. Ciò fece incrinare i rapporti fra gli Stati Uniti e l’Europa, togliendo a Washington l’unica ragione che spingeva il Paese ad interessarsi alle sorti europee. Si può dire, perciò, che una delle conseguenze politiche immediate della crisi fu costituita dall’estensione al campo economico della politica isolazionista degli Stati Uniti. Se dopo la Prima guerra mondiale gli Stati Uniti avevano adottato una politica neoisolazionista, confinata all’ambito politico, tenendo aperta una porta per le relazioni economiche, con la crisi tale porta veniva chiusa e l’isolazionismo divenne anche economico. Ormai ripiegato su se stesso, il Paese si concentrò sul ristabilimento della crescita economica. Alla fine del 1932 gli elettori americani scelsero Franklin Delano Roosevelt quale persona capace di far uscire il Paese dalla cosiddetta “Hoover depression”.

La crisi economica si propagò in Europa attraverso la crisi del settore bancario. Gli istituti bancari di Austria e Germania furono indotti al fallimento, anche a causa del ritiro dei capitali americani. Le pressioni sulla sterlina divennero insostenibili e il Primo ministro MacDonald decise nel 1931 di abbandonare il sistema di gold exchange standard e di svalutare la moneta. Questa mossa contribuì alla diffusione della crisi, la quale presto o tardi colpì tutti i Paesi industrializzati europei.
Dal punto di vista politico la crisi ebbe come conseguenza il riproporsi della minaccia tedesca. Nel 1931, Germania e Austria, unite dalle difficoltà economiche, predisposero un piano di Anschluss economico (Angleichung). Il progetto Curtius-Shober, dal nome dei ministri degli esteri austriaco e tedesco che lo proposero, venne considerato il preludio ad un Anschluss politico e incontrò la ferma opposizione di Francia e Italia. Questi ultimi, nonostante i difficili rapporti, trovarono un terreno di collaborazione e riuscirono a far affossare il progetto ancora prima che la Corte dell’Aja ne stabilisse la incompatibilità con il Protocollo di Ginevra del 1922. Allo stesso tempo, si assistette all’avanzata della componente nazionalsocialista in Germania. Alle elezioni del 1932 l’NSDAP raggiunse i 230 seggi e ottenne la maggioranza all’interno del Reichstag. Il Presidente Hindenburg conferì l’incarico a Hitler di formare un nuovo governo.

In Estremo Oriente ad essere colpito duramente dalla crisi fu il Giappone. In questo Paese di assistette ad un drastico calo delle esportazioni e della produzione industriale. Al fine di alleviare le difficoltà economiche, i grandi gruppi economico-finanziari giapponesi spinsero il governo e specialmente l’élite militare ad intraprendere una energica politica di conquista, in grado di garantire mercati e materie prime. La conseguenza immediata della crisi economica fu, dunque, l’adozione da parte del Giappone di una politica estera aggressiva e all’insegna dell’avventurismo militare. L’aggressività giapponese era diretta in primo luogo verso la Cina, già destabilizzata dalle lotte intestine. L’incidente di Mukden del 1931 fornì al Giappone il pretesto per occupare la Manciuria. L’anno seguente i giapponesi consolidarono il proprio controllo sulla regione attraverso la formazione dello Stato fantoccio del Manciukuo, affidato all’ex imperatore cinese Puyi.
Il Giappone poté agire in maniera pressoché indisturbata in quanto gli Stati Uniti erano ripiegati su se stessi a causa della crisi e le potenze europee erano distratte in Europa dal pericolo tedesco. La reazione di Washington, infatti, si limitò all’invio di una dura nota diplomatica da parte del Segretario di Stato Stimson nella quale si affermava che gli Stati Uniti si sarebbero rifiutati di riconoscere mutamenti territoriali avvenuti con la forza e avrebbero ritenuto illegittimo qualsiasi atto lesivo dei propri interessi nei confronti della Cina. Le potenze europee, dal canto loro, si appellarono all’azione della Società delle Nazioni per giustificare ed in qualche modo nascondere la loro inerzia. In seno all’organizzazione ginevrina venne istituita una commissione, presieduta dal britannico Lytton, con il compito di fare chiarezza sulla crisi manciuriana. Tale commissione definì l’azione giapponese aggressiva e arbitraria. Sulla base delle conclusioni della Commissione, nel febbraio 1933 l’Assemblea della Società delle nazioni approvò una risoluzione che chiedeva al Giappone di ritirare le proprie truppe. Di fronte alla risoluzione, Tokio non esitò ad annunciare il ritiro dall’organizzazione, la quale dimostrò così la propria inefficacia in occasione della prima importante prova.

 

1933: i mutamenti di lungo periodo innescati dalla crisi.

 

Giunto alla Presidenza degli Stati Uniti, Roosevelt si adoperò per rilanciare l’economia americana. Di fondamentale importanza fu il cosiddetto New Deal, un insieme di provvedimenti economico-sociali di ispirazione keynesiana diretti a contrastare gli effetti della crisi. Inoltre, Roosevelt decise di rafforzare i legami con i Paesi dell’America Latina. A tal proposito venne favorita la cosiddetta “Good Neighbor policy”, sottoscritta in occasione della Conferenza di Montevideo del 1933. In base a questa nuova impostazione gli Stati Uniti si impegnavano a non intervenire militarmente negli affari interni dei Paesi sudamericani. Tale politica aveva lo scopo di rafforzare i legami commerciali degli Stati Uniti con un’area che gli americani ritenevano fosse sotto la propria influenza, in modo da rispondere alla politica di preferenze commerciali istituita l’anno precedente dalla Gran Bretagna in occasione della Conferenza di Ottawa. L’idea rimaneva quella di ritirarsi dai mercati internazionali e di trincerarsi nelle preferenze commerciali. In linea con il non coinvolgimento economico, vene adottato nel 1934 il Johnson Act, un provvedimento che proibiva ai Paesi in default di commercializzare i propri titoli sul mercato statunitense; inoltre, lo stesso provvedimento negava la possibilità di effettuare prestiti ai Paesi che erano ritenuti incapaci di ripagare i propri debiti. Il disinteresse e il distacco di Washington nei confronti degli affari internazionali, e in particolare di quelli europei, si aggravarono in seguito ai lavori della Commissione Nye. Si trattava di una commissione del Senato, presieduta dal senatore Gerald Nye, cui Roosevelt aveva affidato il compito di indagare sulle cause che avevano portato al crollo del sistema economico. Nel 1935 la Commissione pubblicò un documento di circa 1.400 pagine in cui emerse il vero motivo che aveva spinto gli Stati Uniti a scendere in guerra nel 1917; si scoprì, in effetti, che l’intervento era stato deciso a seguito delle enormi pressioni provenienti dall’industria degli armamenti e dal mondo della finanza, entrambi gli ambienti preoccupati del rischio che accompagnava gli investimenti europei a causa della guerra. Come reazione a questa nuova consapevolezza circa i reali motivi dell’intervento americano si decise di ridurre il potere delle lobby degli armamenti e i poteri del Presidente, in modo da scongiurare il pericolo di essere trascinati nuovamente in guerra. A tal fine, nell’agosto del 1935 venne approvato il primo “Neutrality Act”. Esso obbligava il Presidente ad applicare l’embargo di armi nei confronti dei belligeranti. In effetti, nel caso dell’aggressione dell’Italia all’Etiopia, gli Stati Uniti non aderirono alle sanzioni adottate dalla Società delle Nazioni nei confronti del governo italiano; il Segretario di Stato Cordell Hull preferì in quel caso sollecitare una sorta di “embargo morale” nei confronti dell’aggressore. Nel febbraio del 1936 venne approvata una seconda legge di neutralità. Quest’ultima, in ragione delle critiche avanzate nei confronti della prima legge, consentiva al Presidente di stabilire l’esistenza o meno dello stato di guerra e di ovviare, in qualche modo, al problema di distinguere tra Stato aggressore e Stato aggredito. Dopo lo scoppio della guerra civile in Spagna, Roosevelt propose l’adozione di un provvedimento in grado di estendere l’embargo al contesto spagnolo, non contemplato dalla legge di neutralità in quanto conflitto interno ad uno Stato. Nell’aprile del 1937 venne adottata un terza legge di neutralità; ad essa fu attribuito un carattere permanente, che rendeva non necessari i successivi rinnovi, ed estendeva l’embargo ai prodotti e materiali strategici impiegabili dai belligeranti. Questa terza legge conteneva anche la clausola del “cash and carry”; si trattava di un misura tesa a favorire un certo sbocco alle merci statunitensi consentendo a belligeranti di acquistarle caricandole sule proprie navi e pagandole in contanti “sul coperchio del barile”. Tale clausola, a differenza della legge nel suo insieme, aveva una durata di due anni. La legge del 1937 fu l’ultima espressione di una tendenza a deresponsabilizzare il Paese circa gli avvenimenti che si verificavano in altri contesti.

Nello stesso momento in cui Roosevelt salì alla presidenza degli Stati Uniti, in Germania Hitler ottenne l’incarico di formare un nuovo governo. Se da Washington, il nuovo cancelliere era considerato come l’uomo politico in grado di riportare l’ordine nel Paese, in Europa l’ascesa di Hitler suscitava i timori di una svolta aggressiva del revisionismo tedesco. Le potenze europee si adoperarono, pertanto, per contenere la spinta revisionista. In questa prospettiva, nel 1933 Mussolini propose il Patto a Quattro tra Italia, Germania, Francia e Gran Bretagna. L’obiettivo era quello di favorire una revisione concertata del Trattato di Versailles in modo da prevenire iniziative unilaterali da parte di Hitler. L’iniziativa italiana proponeva, in altre parole, di riabilitare in un certo senso la logica del concerto in modo da governare il processo di revisione e riportare la Germania nell’ambito della cooperazione europea. Tuttavia, questa iniziativa non ebbe successo in quanto le potenze democratiche erano convinte che la revisione andasse effettuata in uno spirito di collaborazione all’interno della Società delle Nazioni. Per esse l’accettazione della proposta di Mussolini avrebbe reso impercorribile questa strada ed avrebbe generato tensioni nel momento in cui si fossero impegnate ad imporre agli altri paesi le decisioni revisioniste prese di concerto. Per tale motivo decisero in ultimo di non procedere alla ratifica dell’accordo. Le potenze europee reagirono insieme al fallito putsch e all’assassinio di Dollfuss in Austria, dietro ai quali vi era naturalmente lo zampino nazista; in quell’occasione, Francia, Italia e Gran Bretagna effettuarono una dichiarazione congiunta di sostegno all’indipendenza austriaca. L’ultima tappa delle iniziative europee di contenimento della Germania nazista fu rappresentata dal cosiddetto Fronte antirevisionista di Stresa; a seguito della decisione di Hitler di procedere al riarmo reintroducendo la coscrizione obbligatoria, prima palese violazione del Trattato di Versailles, Italia, Francia e Gran Bretagna decisero di incontrarsi a Stresa per ammonire Hitler circa i suoi intenti revisionisti.

In Estremo Oriente, il Giappone dopo l’uscita dalla Società delle Nazioni, proseguì la sua politica espansionista. Nel 1933 l’esercito giapponese prese di mira due province della Cina settentrionale, Jehol e Hopei, assumendo il controllo della prima e ottenendo la smilitarizzazione della seconda. L’obiettivo era, quindi, quello di una progressiva avanzata in territorio cinese. Le intenzioni di Tokyo divennero ancora più chiare quando nell’aprile del 1934 il ministro degli esteri giapponese dichiarò che l’Asia orientale rientrava nella sfera di influenza del Giappone e che le Potenze occidentali dovevano astenersi dal sostenere la Cina. Tale dichiarazione fu interpretata come una sorta di versione giapponese della Dottrina Monroe. Per favorire la sua espansione, il Giappone tentò di garantirsi contro il pericolo sovietico. A tal proposito si avvicinò alla Germania nazista mediante la stipula del Patto Anti-Comintern (novembre 1936); dietro l’obiettivo ideologico di contrastare l’Internazionale Comunista, vi era l’interesse a impegnare l’Unione Sovietica su due fronti. L’accordo prevedeva che le parti cooperassero contro l’azione dell’Internazionale Comunista mediante lo scambio di informazioni e le operazioni di polizia. Esso conteneva, inoltre, un protocollo segreto che impegnava la parti a non favorire l’aggressore in caso di attacco sovietico contro una di esse, e a non concludere senza previa consultazione alcun accordo politico con l’URSS che fosse contrario allo spirito del patto; grazie a questo accordo, il Giappone ottenne il riconoscimento tedesco del Manciukuo.
Nel luglio del 1937, prendendo a pretesto l’incidente del Ponte di Marco Polo, il Giappone procedette ad una invasione su larga scala del territorio cinese, dando origine alla guerra non dichiarata cino-giapponese. Questa circostanza permise agli Stati Uniti di fornire assistenza alla resistenza cinese, non essendoci uno stato di guerra dichiarato come previsto dalle leggi di neutralità come condizione per l’embargo. Ciò, tuttavia, non impedì ai giapponesi di procedere con i loro piani di conquista e di giungere, compiendo enormi atrocità, fino all’allora capitale cinese Nanchino.

 

Conclusione

 

La crisi economica contribuì quindi all’apparizione di due grandi minacce alla stabilità internazionale, quella tedesca e quella giapponese. Queste minacce, in assenza di un efficace sistema di sicurezza collettiva, furono libere di agire, determinando un nuovo conflitto mondiale. I Paesi europei tentarono di contenere l’espansionismo hitleriano, ma successivamente il Fronte antirevisionista di Stresa si spezzò a seguito dell’accordo navale anglo-tedesco e dell’aggressione italiana all’Etiopia, dando così origine alla stagione dell’appeasement. Il Giappone non incontrò ostacoli significativi alla sua politica di aggressione, essendo gli europei impegnati nel contenimento tedesco e gli Stati Uniti chiusi nel loro isolazionismo. Tuttavia, al crescere dei timori per la sicurezza internazionale, gli Stati Uniti si resero conto che erano diventati una potenza con un ruolo a livello mondiale e che non potevano più restare ai margini ella scena internazionale, permettendo in tal modo l’affermazione di nazioni egemoni capaci di minacciare i suoi interessi. Primo segno di questa consapevolezza fu il “Discorso sulla Quarantena”, pronunciato da Roosevelt a Chicago nell’ottobre 1937. In esso il Presidente invitava le “peace-loving nations” a mettere in “quarantena” i Paesi che minacciavano la pace e la stabilità internazionale. Questo discorso, che gli americani naturalmente rivolgevano al Giappone, laddove gli europei lo leggevano in termini anti-tedeschi, fu il primo segno di una graduale assunzione di responsabilità quale grande potenza di fronte alla minaccia del nazi-fascismo.

 

Per approfondimenti:

Di Nolfo Ennio, Storia delle relazioni internazionali. Dal 1919 ai giorni nostri, Editori Laterza, 2008.

 

 

 

Please follow and like us:

LEAVE A COMMENT

Condivisione Social

error: Content is protected !!