Iran-Stati Uniti. Gli ostacoli ad un nuovo accordo sul nucleare.

L’accordo sul nucleare iraniano (Joint Comprehensive Plan of Action Joint Commission (JCPOA)) del luglio 2015 era stato definito un successo dell’amministrazione Obama; esso imponeva delle restrizioni al programma nucleare iraniano in cambio di un allentamento delle sanzioni che gli Stati Uniti e gli altri Paesi avevano adottato nei confronti di Teheran. Già durante la sua campagna elettorale, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump si espresse in maniera molto critica nei confronti dell’accordo descrivendolo come l’accordo “più stupido” di sempre, dato che conferiva dei vantaggi all’Iran senza aver previsto realmente nulla di concreto in cambio. Alla fine, nel maggio 2018, Trump ha ufficialmente annunciato il ritiro unilaterale dall’accordo sul nucleare iraniano. Tra le motivazioni vi era il fatto che l’accordo era considerato piuttosto debole e lasciava troppi spazi di manovra a Teheran; pertanto vi era la necessità di stipulare un nuovo accordo con una modifica delle condizioni imposte alla Repubblica Islamica. L’obiettivo è presumibilmente quello di soffocare le ambizioni regionali dell’Iran, aumentando le restrizioni all’utilizzo della tecnologia nucleare e ostacolando i programmi missilistici. Dopo l’annuncio dell’abbandono dell’accordo, il governo statunitense ha ristabilito le sanzioni economiche nei confronti di Teheran. Queste sanzioni hanno evidentemente colpito duramente l’economia iraniana. Nonostante ciò la destabilizzazione sperata non vi è stata e il governo è per ora riuscito a contenere le sofferenze della società.

La sensazione è che nel ripudiare l’accordo sul nucleare e nel ristabilire le sanzioni, l’amministrazione Trump abbia modificato l’atteggiamento nei confronti dell’Iran e dell’ordine mediorientale. Infatti, a differenza dell’amministrazione Obama, l’attuale amministrazione Trump respinge qualsiasi ipotesi di arricchimento dell’uranio da parte dell’Iran. Il precedente negoziato, infatti, partiva dal presupposto che essendo quest’ultimo un firmatario del Trattato di non Proliferazione Nucleare, avesse comunque diritto ad utilizzare il processo di arricchimento, salvo impedirne la produzione ad un livello per così dire di rischio, in quanto utilizzabile ai fini militari. Il JCPOA consentiva difatti all’Iran di arricchire l’uranio fino ad una percentuale di 3,67 per un arco di tempo di 15 anni. Il problema naturalmente è che qualsiasi accordo comporta con sé il rischio che l’Iran conservi una limitata capacità di arricchimento dell’uranio che potrebbe trasformarla in una specie di potenza nucleare “virtuale”, in grado di utilizzare la tecnologia in suo possesso per costruire nell’arco di un breve tempo ordigni nucleari. Da qui l’approccio più duro da parte del governo americano. In particolare, il Consigliere alla Sicurezza Nazionale John Bolton e il Segretario di Stato Mike Pompeo hanno manifestato posizioni più ferme e ideologiche nei confronti dell’Iran, mostrandosi freddi riguardo all’ipotesi di un nuovo accordo con quest’ultimo. I sostenitori della linea dura, inoltre, vorrebbero inserire nell’accordo nuove restrizioni come la cessazione di ogni processo di arricchimento dell’uranio, la sospensione della produzione missilistica, il rilascio di cittadini con doppia nazionalità detenuti nelle carceri iraniane, il sostegno ai gruppi armati nella regione operanti sotto la direzione di Teheran. Probabile che essi stiano remando contro il raggiungimento di una base negoziale sul tema nucleare. Il tutto porta, però, ad una posizione negoziale particolarmente rigida e ambiziosa, che suona come un punto di partenza non accettabile da parte iraniana. Per gli Stati Uniti il negoziato sembra perciò configurarsi come una sorta di approccio a somma zero, dove può individuarsi con sufficiente chiarezza una parte che soccombe a fronte di una parte che ottiene i maggiori vantaggi.

Dal canto suo, anche l’Iran non mostra segni di ripensamento o di cedimento. Dopo le guerre in Medio Oriente volute dagli americani, in Afghanistan e Iraq, sono venuti meno due ostacoli strategici della politica estera iraniana. Ciò ha consentito al Paese degli Ayatollah di accrescere la propria influenza nella regione, approfittando anche della distrazione di Egitto e Arabia Saudita, impegnati sui rispettivi problemi interni. Lo stallo nella crisi in Siria e la situazione in Yemen continuano oltretutto a tenere la regione instabile. In definitiva, Teheran considera l’attuale quadro strategico come favorevole. Le sue ambizioni non sono più un mistero e la sua azione nei Paesi della regione attraverso il sostegno ai diversi gruppi armati è ulteriormente cresciuto. In tale contesto, il governo iraniano desidera, innanzitutto, la revoca delle sanzioni, in maniera tale da ridare fiato all’economia; di recente il presidente iraniano Rouhani ha esortato gli altri Paesi firmatari a schierarsi sul piano diplomatico, invitandoli naturalmente ad abbandonare la linea di Washington e a ristabilire il normale commercio petrolifero e gli scambi bancari. Inoltre, l’Iran considera ormai la questione come strettamente legata ad una discussione circa le dinamiche di sicurezza della regione. Va detto per giunta che l’approccio dell’Iran è accompagnato da una forte retorica religiosa e dai toni piuttosto violenti, proprio perché la questione nucleare viene ormai considerata un aspetto del confronto generale relativo al Medio Oriente.  

Queste considerazioni rendono ancora più difficile il raggiungimento di un compromesso in grado di partorire un nuovo accordo sul nucleare. Non sfugge il rischio geopolitico di un mancato accordo, né le conseguenze per gli Stati Uniti in termini strategici. L’Iran è stato un tassello fondamentale della strategia mediorientale degli Stati Uniti durante il periodo della Guerra fredda. La Rivoluzione iraniana del 1979 ha causato una crisi strategica per Washington, che da quel momento non poteva più contare sull’Iran sul piano geopolitico. L’accordo sul nucleare poteva rappresentare un modo per superare i reciproci rancori e diffidenze, ristabilendo una qualche forma di cooperazione tra i due Paesi. Tuttavia, la decisione di Trump sembra aver riaperto la questione con tutti i suoi dilemmi, primo fra tutti se sia possibile raggiungere una soluzione diplomatica o se sia inevitabile il ricorso al piano militare. In ogni caso, il Presidente Trump pare stia seguendo i suoi consiglieri nell’adottare un’ottica più rigida e ideologica; egli ha rafforzato il suo sostegno ad Israele, che non fa che ribadire la sua preoccupazione strategica nei confronti di Teheran. Inoltre, Trump ha trascurato il ruolo di Teheran quale potenziale stabilizzatore regionale, istigandolo al contrario ad aumentare il sostegno ai gruppi armati islamici come Hezbollah. Evidentemente l’amministrazione Trump confida ancora sul ruolo di Israele e dell’Arabia Saudita, nel bilanciare le aspirazioni e la crescente influenza dell’Iran. Un calcolo rischioso che non farebbe altro che rendere più incerto lo scenario, specialmente dal momento in cui altri attori come la Cina e la Russia potrebbero trovare spazio per nuove iniziative. Se l’Iran riuscisse a spuntarla, i suoi rivali regionali, come la Turchia, l’Egitto e l’Arabia Saudita, potrebbero essere indotti a mettere in piedi un proprio programma nucleare, creando un regime di proliferazione e rendendo ancora più fragili gli equilibri mediorientali.

Va detto, dunque, che un eventuale accordo passa per un coinvolgimento dei Paesi europei da parte degli Stati Uniti e per un ripensamento dell’approccio improntato allo scontro, optando per una serie di aperture in grado predisporre il governo iraniano ad un nuovo dialogo. Gli Stati Uniti potrebbero mettere sul tavolo negoziale le questioni relative al regime sanzionatorio e alla sicurezza regionale. In altre parole andrebbe ripensata la strategia degli Stati Uniti nei confronti di Teheran, Anche perché, se la diplomazia dovesse fallire a quel punto diventerebbe altamente probabile una soluzione miliare.

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