Il ruolo della Cina nella questione nordcoreana.

 

La minaccia nordcoreana.

 

La Repubblica Democratica Popolare di Corea (Corea del Nord) può essere considerato uno degli ultimi regimi in stile comunista del mondo, retto da Kim Jong-un, figlio del precedente dittatore Kim Jong-Il. Egli ha proseguito la strategia impostata da padre, che mise in piedi sostanzialmente una politica di cd. brinkmanship, la quale, puntando sulla minaccia di una proliferazione nucleare e alla conseguente alterazione degli equilibri militari nell’Asia Orientale, ha l’obiettivo di assicurarsi quante più risorse possibili per il mantenimento del proprio regime dittatoriale e del rigido modello di organizzazione della società. Questa strategia di continua minaccia di destabilizzazione ha reso la Corea del Nord uno stato scomodo, un “paese solitario”, senza amici, completamente dipendente dagli aiuti esterni, che cerca di sopravvivere attraverso una politica del ricatto e del rischio calcolato.

Nel tempo tale strategia sembra aver subito una sorta di mutazione; attualmente Pyongyang è determinata a portare avanti il programma nucleare non più in un’ottica di ricatto l’ottenimento di concessioni economiche, bensì come creazione di un credibile deterrente nucleare cruciale per la sopravvivenza stessa del regime. La sua condotta da cane sciolto mette in agitazione i Paesi dell’area e rappresenta un fattore di forte tensione regionale. Tutti i Paesi hanno interesse a risolvere la questione nordcoreana impedendo a Pyongyang di dotarsi dell’arma nucleare.

I principali avversari del regime sono la Corea del Sud, con la quale vi è solo un armistizio e non un trattato di pace, per cui i due Paesi sono formalmente ancora in guerra,  e il Giappone. Questi ultimi di fronte alla minaccia strategica di Pyongyang potrebbero decidere di attivare una politica di riarmo per aumentare la propria sicurezza. Ciò potrebbe, a sua volta, spingere la Cina ad incrementare ulteriormente le spese per la difesa. Una Corea del Nord più minacciosa, dunque, potrebbe avere come effetto immediato quello di una militarizzazione dell’area. Il rischio ultimo consiste in una proliferazione nucleare a livello regionale, con evidenti ripercussioni in termini di instabilità strategica dell’area. Per giunta, anche un suo eventuale collasso creerebbe molti problemi ai suoi vicini asiatici.

Gli Stati Uniti, la superpotenza militare, hanno ovviamente interesse a stabilizzare e a denuclearizzare l’area, per cui hanno sempre puntato, insieme al Giappone e alla Corea del Sud, allo smantellamento del suo programma nucleare e missilistico. Essi sono ancora i garanti dell’equilibro estremo-orientale e si preoccupano di preservare la stabilità di quell’area geografica. Con l’arrivo alla presidenza di Donald Trump gli Stati Uniti hanno assunto una posizione più dura nei confronti della minaccia nordcoreana, sostenendo di considerare ogni opzione, compresa quella militare.

 

La posizione della Cina.

 

Per la Cina la Corea del Nord non rappresenta dal punto di vista strategico una minaccia diretta. Al contrario, il governo di Pechino è da sempre considerato sostenitore del regime nordcoreano, rapporto contraddistinto anche da una certa penetrazione economica cinese nel Paese; i due paesi sono uniti dal Trattato di Amicizia, Cooperazione e di Assistenza reciproca del 1961; inoltre Pechino è il principale fornitore di aiuti al Paese e ospita sul suo territorio un considerevole numero di profughi nordcoreani. Per anni la politica cinese nei confronti della Corea del Nord ha avuto come obiettivo quello di mantenere uno stato cuscinetto al proprio confine nordorientale e di impedire la riunificazione della Penisola coreana sotto l’influenza degli Stati Uniti. Dal punto di vista della Cina, Pyongyang ha utilizzato il programma missilistico-nucleare per mantenere in vita il regime ed impedire la formazione di un pericoloso vuoto di potere nella penisola coreana. Inoltre, la Cina ha utilizzato la questione come carta da giocare a livello internazionale, ad esempio per ridurre le pressioni statunitensi sulla questione dello status di Taiwan.

Tuttavia, la riluttanza del regime nordcoreano sta trasformando sempre di più Pyongyang in un alleato alquanto ingombrante, inducendo il governo cinese a modificare la propria rotta riguardo alla questione. Come accennato prima, uno dei problemi consiste nel rischio di una militarizzazione e proliferazione regionale. Anche Pechino non trova auspicabile un Paese confinante dotato di armi atomiche, avendo come interesse quello di stabilizzare la regione per assumerne un ruolo primario. Per quanto riguarda l’obiettivo di una denuclearizzazione dell’area, perciò, la Cina è in sintonia con gli Usa. Gli altri attori regionali, in particolare Corea del Sud, Giappone e Taiwan, potrebbero decidere di costruire con il sostegno degli Stati Uniti dei sistemi di difesa antimissile (lo scorso aprile gli Stati Uniti hanno consegnato alla Corea del Sud le attrezzature per la costruzione del Terminal High Altitude Area Defense (THAAD), un sistema di intercettazione di missili balistici, il cui dispiegamento era stato concordato dalla precedente amministrazione Obama). Questi Paesi potrebbero decidere di fare affidamento sugli Stati Uniti per tutelarsi dal punto di vista strategico; in tal modo, Pechino vedrebbe fallire uno degli obiettivi che lo spingevano a sostenere il regime nordcoreano, ossia il contenimento dell’espansione dell’influenza statunitense nella regione.

 

L’eventuale rafforzamento delle sanzioni.

 

Molto probabilmente, prima di giungere a decisioni più estreme, Washington tenterà di esercitare pressioni per inasprire il regime sanzionatorio nei confronti della Corea del Nord. Finora le sanzioni non sono riuscite a dissuadere il regime nordcoreano dal proseguire con il suo programma nucleare. Ciò pone interrogativi riguardanti l’efficacia dello strumento delle sanzioni. In precedenza, infatti, la Corea del Nord ha saputo sfruttare delle scappatoie per aggirare le restrizioni imposte dalle sanzioni, riuscendo a trovare uno sbocco per le sue esportazioni delle sue risorse naturali come carbone, rame e minerale di ferro. Inoltre, resta la possibilità di applicare le cosiddette “eccezioni umanitarie” al regime sanzionatorio, consentendo delle deroghe in ragione delle esigenze di carattere umanitario.

L’amministrazione statunitense ha compreso che la Cina costituisce il principale alleato economico della Corea del Nord. Il ruolo del governo cinese è quindi essenziale per rendere realmente efficaci le sanzioni. In occasione dell’incontro di Donald Trump con il Presidente cinese Xi Jinping dello scorso aprile, il Presidente americano ha sollecitato i cinesi affinché si attivassero per convincere il giovane dittatore nordcoreano a porre fine alla sua politica di provocazioni e a rivedere il suo programma nucleare-missilistico. Pechino aveva già provveduto a ridurre il flusso commerciale con la Corea del Nord; lo scorso febbraio ha annunciato di sospendere l’importazione di carbone nordcoreano. In più, il governo cinese ha rafforzato le misure per contrastare le transazioni finanziarie illegali tra Cina e Corea del Nord. Pechino potrebbe, in ultimo, interrompere le forniture di petrolio alla Corea del Nord, mettendo a dura prova la tenuta del regime.

Il limite per il governo cinese consiste nel non consentire il crollo definitivo del regime nordcoreano. In altri termini, il governo di Pechino è disposto a collaborare nella misura in cui ciò non rischia di compromettere irrimediabilmente le possibilità di sopravvivenza del regime nordcoreano. Diversamente, verrebbe meno l’altro obiettivo cinese, ossia quello  di mantenere uno Stato cuscinetto ai propri  confini e di impedire la riunificazione della Penisola coreana. La Cina, dunque, punta ad utilizzare la propria influenza economica su Pyongyang affinché quest’ultimo faccia un passo indietro e accetti così di ritornare al tavolo negoziale, sapendo che in mancanza gli Stati Uniti potrebbero essere tentati ad agire da soli, considerando a quel punto l’atteggiamento della Cina come in contrasto con gli interessi statunitensi.

 

Le speranze di un negoziato di riducono.

 

Dal momento in cui la minaccia nucleare nordcoreana si sta concretizzando sempre di più, la Cina sta iniziando a rivedere la propria politica. Pechino vuole evitare un intervento preventivo e unilaterale da parte degli Stati Uniti e ha esortato a più riprese la Corea del Nord a riprendere i negoziati a sei (le due Coree, Giappone, Russia, Cina e Stati Uniti). Il governo cinese vuole dimostrare di essere un interlocutore affidabile e giocarsi la partita nordcoreana per ridurre le tensioni con Washington sul piano commerciale. Tuttavia, il sentiero si fa sempre più stretto; la Corea del Nord procede in maniera spedita e determinata con il suo programma missilistico-nucleare e non smorza il suo atteggiamento provocatorio nei confronti della Comunità Internazionale; gli Stati Uniti si rifiutano di intraprendere i negoziati in assenza di un passo indietro da parte di Pyongyang. Il governo cinese si vede sempre più costretto a brandire la propria leva economica, ma ciò rende il regime nordcoreano più nervoso e sempre più incline a portare avanti la propria rischiosa strategia, secondo uno schema riconducibile a quella che molti definiscono “madman theory”, consistente nel far credere agli avversari di essere agire in modo irrazionale, pronto a rischiare il tutto e per tutto per raggiungere il proprio scopo.

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