Il Realismo come approccio teorico delle Relazioni Internazionali.

 

Il Realismo è un approccio allo studio delle Relazioni Internazionali (RI) che emerse nel dibattito teorico come reazione all’idealismo interventista wilsoniano e all’atteggiamento moralista in politica estera. Fu lo storico E. H. Carr a sollevare pesanti critiche contro l’Idealismo, allora paradigma dominante nell’analisi delle Relazioni Internazionali. Nel 1939 egli pubblicò il libro The Twenty Years’ Crisis, nel quale sottolineò i fallimenti per pensiero idealista, dando risalto alla prospettiva realista. Egli mise in evidenza il paradosso della diplomazia americana, che dissimulava gli interessi nazionali dietro il paravento della difesa dei valori democratici. Atteggiamento che impediva il ricorso ai principi tradizionali del balance of power, capaci di dare un minimo di stabilità internazionale attraverso la conciliazione degli interessi legittimi degli Stati. Reinhold Niebuhr, uno dei fondatori della scuola realista, denunciò in The Irony of American History (1952) l’inadeguatezza della diplomazia americana, organizzatasi sulla base di concetti morali, laddove il mondo era caratterizzato da una lotta perenne per il potere.
Pian piano il Realismo iniziò ad affermarsi come valido approccio allo studio delle RI, soprattutto nel momento in cui lo scenario internazionale si muoveva verso il confronto bipolare e alcuni studiosi provvidero ad una sua maggiore concettualizzazione.

Il realismo come paradigma interpretativo delle Relazioni Internazionali discende dal tentativo di riprendere e rielaborare in chiave moderna il pensiero di alcuni autori del passato (es. Machiavelli, Hobbes), conferendo un carattere per così dire “scientifico” alle loro affermazioni. Ciò che faceva parte del pensiero del realismo politico (Realpolitik) o che si era ottenuto attraverso l’approccio storico-umanistico doveva essere rivisitato alla luce del metodo empirico con l’obiettivo di rendere “scientifico” il sapere e fornire leggi oggettive capaci di spiegare le RI. Uno dei principali esponenti del Realismo per così dire classico Hans J. Morgenthau sosteneva, infatti, che “la politica, come la società in generale, è governata da leggi oggettive che hanno le loro radici nella natura umana”[1].
L’approccio realista parte da una serie di ipotesi di carattere generale. Col tempo, tuttavia, altri teorici delle RI hanno declinato in modi diversi le ipotesi originarie dando origine a ramificazioni teoriche del realismo (es. Realismo strutturale/Neorealismo di Kenneth Waltz).

Le ipotesi interpretative del Realismo sono le seguenti:

  • La centralità dello stato. Per i realisti l’attore fondamentale delle RI è lo Stato. Il Sistema Internazionale è costituito perciò da Stati sovrani e indipendenti secondo il modello vestfaliano. Ciò significa che al di là dei rapporti di interdipendenza e dei possibili vincoli internazionali, gli Stati restano i decisori finali e non vi è alcuna autorità centrale al di sopra dei singoli stati. Il Sistema Internazionale (SI) è in altre parole stato-centrico e anarchico.
  • Lo Stato è considerato un attore unitario. Ciò significa che per i realisti lo Stato è una entità portatrice di determinati interessi che prescindono dalla struttura interna e dalle forze politiche interne; ciò che avviene all’interno è irrilevante per le decisioni di politica estera, la quale quindi è considerata del tutto autonoma dalla politica interna. Per i realisti vale la metafora del tavolo da biliardo, in cui gli stati sono come delle palle di biliardo, differenti per grandezza, che reagiscono solamente ai condizionamenti esterni. Questa considerazione induce i realisti anche a non tracciare una rigida distinzione tra Stati buoni e Stati cattivi, in quanto essi credono che gli attori internazionali agiscano secondo la medesima logica a prescindere dalla cultura del sistema politico interno. L’aspetto ideologico perciò non è considerato un elemento rilevante nell’analisi di politica estera, se non nella misura in cui diviene uno strumento per il perseguimento dell’interesse nazionale. Inoltre, dato che per i teorici dell’approccio realista gli Stati sono come palle di biliardo che variano solo in grandezza, ciò che conta nel Sistema Internazionale è la distribuzione del potere. Gli Stati si differenziano in base al potere che essi hanno, dato che in ultimo è il potere a determinarne la sopravvivenza e ad assicurarne gli interessi. Ne consegue che la configurazione internazionale del potere ha un ruolo decisivo nelle scelte degli Stati.
  • Lo Stato è visto come attore razionale, ossia che definisce gli interessi nazionali di politica estera sulla base di criteri razionali, vale a dire ordinando gli obiettivi in base ad una scala di priorità e soppesando costi e benefici degli stessi.

I realisti partono da queste ipotesi di base per interpretare e comprendere i rapporti internazionali. Si è detto che per i realisti il SI è anarchico, di conseguenza per essi gli Stati avvertono in maniera forte il problema della sicurezza. Ogni Stato è consapevole che gli altri si comporteranno cercando di perseguire i propri interessi e che nessuna autorità superiore può intervenire a garanzia della loro sicurezza né per porli al riparo da eventuali abusi. Gli Stati avvertono quindi di appartenere ad un sistema che richiama i caratteri dello stato di natura, in cui cioè il ricorso alla violenza è considerato l’espressione normale dell’antagonismo tra le sovranità (concetto che si ricollega alle teorie di Hobbes). Da tale considerazione discende il cosiddetto “dilemma della sicurezza”; esso è il risultato di una dinamica cui sono condannati gli Stati in quanto appartenenti ad un Sistema Internazionale anarchico in cui il tentativo di uno Stato di migliorare la propria sicurezza induce gli altri Stati a intraprendere azioni che inevitabilmente finiscono per generare nello stesso Stato più insicurezza, alimentando in questo modo il bisogno di ulteriore sicurezza.

Inoltre, in un sistema anarchico gli Stati sanno che in ultimo la loro sopravvivenza dipende dalla capacità di sostenere i propri interessi e di garantire la propria sicurezza. Per tale ragione diventa fondamentale per gli Stati l’acquisizione di potere. Il concetto di potere è centrale nell’analisi realista, in quanto esso rappresenta l’elemento intorno al quale ruota tutto l’impianto teorico e nel quale sfocia ogni ragionamento relativo alla sicurezza e all’equilibrio. Per i realisti l’idea di un mondo pacifico è apprezzabile, ma non realizzabile in concreto; la storia internazionale va letta come storia della lotta per il potere. Per essi gli Stati si comportano secondo una logica di competizione a somma zero, in cui ai guadagni di uno Stato corrispondono perdite per un altro. Per questo i fautori dell’approccio realista suppongono che gli Stati mirino a massimizzare il potere (cd. Realismo offensivo), a garantire la propria sicurezza (secondo gli esponenti del Realismo difensivo) oppure a cooperare tra loro per contrastare uno Stato nemico o per assicurare l’equilibrio. Va sottolineato che secondo i realisti queste forme di cooperazione non devono portare alla conclusione che la pace sia raggiungibile attraverso la cooperazione; al contrario la cooperazione è considerata solo uno strumento provvisorio che si svolge in un contesto che è intrinsecamente competitivo. In un siffatto sistema diventa essenziale il ricorso al self-help. Gli Stati si riservano il diritto di ricorrere in ultimo all’autotutela per garantire la propria sopravvivenza. Naturalmente, per limitare la propria insicurezza e il ricorso al self-help, gli Stati si adoperano per garantire una certa stabilità al sistema attraverso il cosiddetto balance of power (equilibrio di potenza), mirante a impedire che una potenza possa divenire egemone e minacciare gli altri Stati.

La prospettiva realista continua a fornire gli strumenti teorici con cui analizzare le vicende internazionali. Ad esempio si può tentare di spiegare il comportamento della Russia nella recente crisi ucraina attraverso l’ottica realista.
La politica estera russa è caratterizzata da un costante complesso di insicurezza. Per questo, la Russia ha sempre cercato di aumentare la propria sicurezza attraverso la creazione di una fascia-cuscinetto a protezione del proprio territorio, estendendo i confini fino a quei punti considerati possibili barriere naturali o psicologiche (vedi articolo). Ciò spiega anche l’importanza che assume l’Ucraina per la Russia, che considera il mantenimento di una Ucraina neutrale una questione di interesse nazionale. In seguito al crollo dell’Unione Sovietica i Paesi Occidentali hanno potuto estendere la propria influenza riempendo il vuoto di potere che si era venuto a creare, generando in Russia il timore di un accerchiamento strategico. Le proteste dei manifestanti filo-occidentali che estromisero il governo di Yanukovich cercando di portare l’Ucraina nel campo occidentale, vennero considerate da Mosca come un ulteriore indebolimento della sicurezza russa a vantaggio dell’Occidente. Per tale motivo il governo russo decise di sostenere attivamente la componente filo-russa del Paese favorendo il processo che ha condotto alla separazione della Crimea e successivamente all’approvazione di una maggiore autonomia per la regione orientale dell’Ucraina (Donbass). Ad una Ucraina unita e integrata nella NATO, la Russia ha preferito una Ucraina divisa e indebolita dalle spinte autonomiste. L’obiettivo russo e stato, quindi, quello di ridurre la propria insicurezza e il suo senso di accerchiamento attraverso la destabilizzazione dell’Ucraina.

 

Per approfondimenti:

John J. Mearsheimer, The Tragedy of Great Power Politics (New York: Norton, 2001).
Mazzei F., Relazioni Internazionali. Teorie e problemi. L’Orientale Editrice, 2005
Jean-Jacques Roche, Le relazioni Internazionali. Teorie a confronto, Il Mulino, 1999

 

[1] Cit. in Jean-Jacques Roche, Le relazioni Internazionali. Teorie a confronto. P. 18

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