Il protezionismo commerciale e i suoi effetti. I decreti sul commercio di Trump.

 

Nell’ambito della teoria classica del commercio internazionale si sostiene che in presenza di costi di produzione differenti tra un Paese e l’altro e di un prezzo di equilibrio internazionale compreso tra i prezzi relativi interni dei Paesi, questi hanno un incentivo ad aprirsi allo scambio internazionale al fine di trarne reciproco vantaggio. Il risultato consisterebbe in una maggiore crescita economica e in una più efficiente allocazione delle risorse produttive. Eppure, una parte degli economisti ha avanzato riserve nei confronti dell’apertura commerciale e ha proposto l’introduzione di restrizioni al commercio internazionale. In effetti, il dibattito tra fautori del libero scambio e i sostenitori del protezionismo commerciale è apparso ciclicamente nel corso della storia economica, con argomentazioni di vario genere.

 

Libero scambio e protezionismo: argomentazioni a confronto.

 

Per ciò che concerne il libero scambio, questo è generalmente considerato come un mezzo per promuovere una migliore allocazione delle risorse. Ciò è una conseguenza della specializzazione produttiva. Un Paese infatti, laddove ve ne siano le condizioni, tende a specializzarsi nella produzione di beni in cui gode di un vantaggio comparato, destinando ad essa una maggiore quantità di risorse. Ciò gli consente di scambiare parte della produzione ottenendo una quantità maggiore di beni ed accrescendo in tal modo il proprio benessere. Inoltre, l’apertura commerciale favorirebbe la competizione, spingendo le imprese a introdurre modalità di produzione sempre più efficienti. Di conseguenza vi sarà un incentivo ad introdurre nuove tecnologie finalizzate a tenere elevati i livelli di produttività. Il risultato sarà anche una maggiore attrazione degli investimenti internazionali, che appunto si dirigono verso quei settori caratterizzati da una elevata produttività, con l’aspettativa di elevati rendimenti.

Queste ricadute positive derivanti dalla liberalizzazione commerciale vengono ridimensionate dai fautori del protezionismo commerciale. Va ricordato che in genere dietro una misura protezionistica vi è quasi sempre una valutazione più strettamente politica, la quale spinge a sacrificare quanto sarebbe suggerito dalla razionalità economica per ottenere benefici in termini politici. Tenendo in considerazione questa premessa, si possono richiamare le ragioni economiche che spingono i Paesi ad introdurre restrizioni al commercio.  In primo luogo, si possono prendere in considerazione i vantaggi derivabili dall’introduzione di un c.d. dazio ottimo. Si tratterebbe di introdurre una imposta che grava sulla merce importata aggravandone il prezzo, modificando in tal modo la ragione di scambio internazionale. Di conseguenza il Paese che introduce il dazio sarà in grado di ottenere una quota maggiore di beni importati per unità di bene esportato, rispetto alla situazione ideale in assenza di dazio.

Vi è poi l’argomento della industria nascente. In questo caso è utilizzata la metafora delle fasi della vita per spiegare il sostegno accordato alle c.d. infant industries, fino al momento di raggiungere il livello di maturità sufficiente per “camminare con le proprie gambe”. Si tratta di proteggere le industrie che non hanno ancora raggiunto la necessaria economia di scala o che non hanno ancora raggiunto buoni livelli di competitività, la cui momentanea protezione è volta a ridurre il ritardo temporale nei confronti delle altre imprese già presenti da tempo sul mercato. Si tratta in questo caso di un argomento dinamico a favore del protezionismo, in quanto prevede un intervento di natura provvisoria effettuato in presenza di particolari circostanze che giustificano l’adozione di comportamenti strategici.

Ancora, alcuni considerano gli interventi protezionistici come funzionali ad impedire la crisi di un settore estenda i suoi effetti ad altri settori dell’economia nazionale. In questo caso si tratterebbe di un intervento di natura congiunturale provvisoria per evitare il propagarsi di una crisi settoriale suscettibile di danneggiare l’intera economia. Altri economisti, poi, contemplano la possibilità di ricorrere ad interventi protezionistici per contrastare eventuali comportamenti “sleali” adottati da altri Paesi; è il caso del commercio condotto da imprese sovvenzionate dallo Stato oppure di vendita sottocosto da parte di imprese straniere. In un certo senso, in questa ottica si tratterebbe di adottare politiche protezionistiche in risposta al protezionismo altrui; restando il fatto che il risultato finale è una contrazione degli scambi. Altra eventualità è data dalla esigenza di difendere un settore considerato strategico per l’economia del Paese; in questo caso si è mossi da valutazioni più marcatamente politiche, secondo l’approccio del c.d. “campione nazionale”.

Tuttavia, vi sono degli elementi di criticità che solitamente accompagnano le argomentazioni a supporto delle politiche protezioniste. Ad esempio si può evidenziare il fatto che il tentativo di stabilire un dazio ottimo vantaggioso per il Paese si traduce in un beneficio di breve periodo, il quale può essere del tutto annullato in seguito all’introduzione, a guisa di ritorsione, di misure protezionistiche da parte di altri Paesi. L’effetto di lungo periodo consisterebbe in una contrazione degli scambi e in una perdita di benessere per i Paesi che partecipano al commercio internazionale. Un altro fattore di criticità delle misure protezioniste risiede nella perdita sociale derivante dalla loro introduzione. In effetti, l’introduzione del dazio genera un costo per i consumatori, i quali consumeranno una quantità minore del bene importato. Il risultato è una riduzione della rendita dei consumatori, quindi una perdita di benessere sociale; questo tipo di costo viene definito “statico”. Va evidenziato che tale perdita di benessere è, però, compensata dagli introiti derivanti dal dazio e dall’aumento della rendita dei produttori; questi ultimi infatti aumenteranno la produzione per soddisfare la domanda interna in precedenza soddisfatta dalla produzione estera. In ogni caso può dirsi che a farsi carico delle misure protezioniste saranno principalmente i consumatori e i contribuenti, mentre i vantaggi ricadranno prevalentemente sulle imprese nazionali concorrenti delle imprese importatrici.

Un altro problema regolarmente sollevato è quello relativo al rischio di una perdita di competitività nel lungo periodo per le imprese protette, in quanto esse non saranno incentivate rendere efficiente la loro produzione. Si parla in questo caso di costi dinamici causati dalla tendenza alla ricerca di posizioni di rendita, che naturalmente nel lungo periodo comporta una riduzione della produttività. Anche per quanto riguarda l’argomento delle industrie nascenti occorre considerare che il loro effetto finale dipende dalla possibilità di coprire con i profitti previsti la perdita in termini di benessere causata dalla misura protezionista.

 

L’attuale quadro della liberalizzazione commerciale.

 

Gli argomenti del dibattito relativo ai costi e i benefici del protezionismo si ripresentano nell’attuale contesto degli scambi internazionali. La progressiva liberalizzazione commerciale ha subito una accelerazione in seguito alla fine del confronto bipolare e alla creazione nel 1994 dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), la quale ha perfezionato quanto previsto dal precedente accordo GATT, trasformando quest’ultimo in una vera e propria organizzazione internazionale. L’OMC ha accresciuto la negoziazione multilaterale e ha predisposto dei meccanismi in grado di sorvegliare sul rispetto delle regole relative al commercio internazionale. La nascita dell’organizzazione ha significato, pertanto, una scelta da parte della maggior parte dei Paesi a favore della liberalizzazione degli scambi, attraverso l’eliminazione delle resistenze mostrate in precedenza. Tuttavia, di fronte al dinamismo economico dei Paesi asiatici, in particolare della Cina, e sulla base delle difficoltà sollevate dalla crisi economica, molti Paesi avanzati hanno avvertito l’esigenza di introdurre delle misure miranti a proteggere le proprie economie. Difatti, malgrado l’ abbattimento di misure tariffarie, si è osservato un incremento di barriere non tariffarie, del tipo di standard tecnici, igienico-sanitari, ambientali. Anche ammettendo la maggiore consapevolezza circa l’importanza di misure a tutela dell’ambiente e dei diritti umani, queste decisioni spesso rivelano atteggiamenti protezionistici orientati alla difesa dell’economia. Alcuni Paesi giustificano tali misure asserendo che si tratta di risposta alle presunte distorsioni di mercato. Le imprese dei Paesi asiatici, ad esempio, sono sovente accusate di ricorrere a pratiche scorrette, come il dumping, per aumentare la propria quota di mercato estero, o ancora di beneficiare di sovvenzioni statali capaci di falsare la competitività dei loro prodotti. A tal riguardo, va detto che lo stesso sistema OMC prevede la possibilità di adottare misure per contrastare le pratiche sleali; l’applicazione di queste misure è però rimessa alla valutazione degli organi dell’OMC, per cui non può essere il risultato di iniziative unilaterali.

 

I decreti sul commercio di Trump danno avvio ad una nuova fase di contrasti commerciali.

 

L’importanza di introdurre misure volte a proteggere l’economia statunitense è stata più volte ribadita dal Presidente statunitense Donald Trump durante la sua campagna elettorale. Tenendo fede alle promesse effettuate in precedenza, lo scorso marzo Trump ha firmato due decreti: il primo avvierà un’ampia revisione del deficit commerciale Usa, per identificare eventuali forme di “abusi commerciali” che hanno contribuito a creare tale deficit. Il secondo decreto, invece, avrà lo scopo di rafforzare le regole antidumping e la loro applicazione, “per impedire che le aziende straniere facciano concorrenza sleale a quelle americane”. Questa iniziativa si inserisce nel contesto dei contrasti commerciali esistenti tra Stati Uniti ed Europa e in particolare quello relativo al bando stabilito da Bruxelles concernente le carni bovine trattate con ormoni. In merito a tale bando, nel 1996 gli Usa avviarono una procedura presso l’Organizzazione Mondiale del Commercio, il cui organo di appello decise nel 1998 di dichiarare illegittime le misure comunitarie. Tuttavia, l’Unione Europea si rifiutò di rimuovere il bando e gli Stati Uniti iniziarono ad applicare tariffe doganali a titolo di ritorsione. Nel 2009 era stato negoziato un accordo per cui l’Ue avrebbe acconsentito ad aprire il suo mercato alla carne americana non trattata con gli ormoni. In realtà, i contrasti proseguirono e i produttori statunitensi continuarono a denunciare il fatto che il mercato comunitario non fosse stato adeguatamente aperto. Già nel 2015 il Dipartimento al Commercio Usa si diceva pronto a prendere provvedimenti contro l’Europa, mentre la commissione Ue proponeva di risolvere la disputa nell’ambito del T-TIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), l’accordo di libero scambio tra Europa e Usa; quest’ultimo, tuttavia, ha avuto una brusca battuta d’arresto con l’elezione di Trump.

La mossa di Trump, come egli stesso ha dichiarato, potrebbe condurre all’instaurazione di elevate barriere tariffarie per alcuni prodotti di origine europea, anche se, come osservato sopra, in tal caso le eventuali tariffe sui prodotti provenienti dall’UE imposte dagli Usa come misura di ritorsione dovrebbero essere autorizzate dall’Organizzazione Mondiale del Commercio. L’obiettivo manifesto di questi decreti è quello di avviare un processo in grado di attenuare l’enorme deficit commerciale della bilancia statunitense. Naturalmente scopo correlato è anche quello di proteggere la produzione degli Stati Uniti e i relativi posti di lavoro. Ciononostante, i due ordini esecutivi di Trump sono considerati da molti un nuovo atto di una vera e propria guerra commerciale. Le iniziative protezioniste di Trump rischiano di corrodere la fiducia necessaria all’apertura commerciale e di innescare una catena di misure protezionistiche; ciò specialmente se il meccanismo per certi versi di ritorsioni controllate affidato all’OMC dovesse saltare. Il risultato sarebbe una compressione degli scambi internazionali e un consequenziale calo della produzione.

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