Il processo di riavvicinamento degli Stati Uniti alla Cina comunista.

 

La ripresa dei rapporti tra la Cina e gli Stati Uniti rappresentò il momento più alto della “grande distensione”. L’uscita dall’isolamento della Cina e il suo reinserimento nella vita internazionale costituì un cambiamento cruciale nella dinamica internazionale. Con esso cadeva il timore di un “effetto domino” perché ciò poneva in evidenza i limiti della penetrazione sovietica nel Pacifico. Inoltre, il successo di questa iniziativa consentì all’amministrazione statunitense di relativizzare gli insuccessi nella penisola indocinese, in cui oltretutto emerse la crisi della SEATO.

 

I presupposti del riavvicinamento.

 

Il riavvicinamento sino-americano fu principalmente la conseguenza della rottura dei rapporti sino-sovietici. I rapporti tra URSS e Cina si erano deteriorati a causa dello scontro per la leadership del mondo comunista; i cinesi accusavano i sovietici di revisionismo e di aver tradito i principi del socialismo. Il governo cinese assunse un atteggiamento più aggressivo nei confronti dei vari partiti comunisti, puntando a favorire la scissione all’interno degli stessi. La controversia tra i sovietici e i cinesi si inasprì fino ad alimentare il timore cinese di un accerchiamento sovietico[1]; l’intervento sovietico a Praga aumentò le preoccupazioni cinesi. Il clima di tensione peggiorò e culminò con gli scontri del marzo e dell’agosto 1969 sull’Ussuri. In pratica, per la Cina l’imperialismo americano stava via via diventando una minaccia minore rispetto al crescente contrasto con l’URSS.
In aggiunta, il fallito tentativo di minare l’autorità sovietica all’interno del movimento socialista indebolì la posizione della Cina e mise in crisi la sua credibilità internazionale. In più, la “rivoluzione culturale” e l’intransigenza nei confronti dei vari partiti comunisti spinsero a poco a poco la Cina verso i margini della politica internazionale. Le autorità cinesi si posero il problema di uscire dall’isolamento e di rompere la morsa delle superpotenze. Mao Zedong a Zhou Enlai compresero il possibile ruolo cinese in termini di contenimento del dinamismo vietnamita; inoltre, essi prevedevano che un miglioramento delle relazioni avrebbe ridotto la presenza navale straniera nei mari della Cina. In più, la normalizzazione dei rapporti commerciali con Giappone e Stati Uniti avrebbe consentito alla Cina di acquisire nuove conoscenze tecnologiche e di migliorare la propria economia.

 

Dal canto loro, negli Stati Uniti, le amministrazioni Kennedy e Johnson, pressate dalla China lobby, cioè dal gruppo di potere favorevole al Guomindang, e distratte dalla crisi in Vietnam, avevano portato avanti la tradizionale politica di ostracismo nei confronti della Repubblica Popolare Cinese. Ciò aveva ritardato il tentativo di Washington di cogliere le opportunità derivanti dalla crisi nei rapporti sino-sovietici. Difatti, il Giappone continuava ad essere un pilastro essenziale per il sistema difensivo statunitense in Estremo Oriente. Eppure, anche gli Statunitensi iniziarono a ripensare ai rapporti con la Cina comunista. Il governo statunitense pensò che la carta cinese potesse rivelarsi uno strumento utile per facilitare l’uscita dal pantano del Vietnam. Inoltre, in termini più generali gli Stati Uniti manifestavano l’esigenza di restituire una certa mobilità alla politica mondiale, allargando gli spazi di manovra e riducendo i rischi di un confronto diretto tra Washington e Mosca.
La “rivoluzione diplomatica” nei rapporti sino-americani maturò in questo clima e fu la conseguenza della rinuncia delle due parti a sviluppare una politica di rigida contrapposizione. Si profilava un nuovo assetto diplomatico che vedeva convergere le posizioni degli Stati Uniti e della Cina, rispetto ad un Giappone sempre meno dipendente e sempre più problematico, e con l’antagonismo dell’Unione Sovietica.

 

La graduale normalizzazione delle relazioni.

 

In ogni caso, l’avvicinamento tra Washington e Pechino avvenne in modo piuttosto graduale, con manovre tese a ridurre i reciproci sospetti. Va ricordato che nel 1966 ci fu il cosiddetto accordo “stallo” con il quale Stati Uniti e RPC mostravano il comune desiderio di evitare uno scontro militare a causa dell’escalation della guerra in Vietnam.
Durante l’estate del 1969 gli Stati Uniti iniziarono ad abolire gradualmente alcune restrizioni al commercio con la Repubblica Popolare Cinese. Alla fine dell’anno i cinesi risposero sul piano politico decidendo di far acquistare un valore politico e contenuto formale alle conversazioni di Varsavia, cioè gli incontri che almeno dal 1954 avevano luogo nella capitale polacca tra ambasciatori cinesi e americani dedicate solitamente a questioni di carattere secondario.
Nonostante gli americani avessero promosso il colpo di stato in Cambogia contro il governo neutralista di Sihanouk, vicino ai cinesi e ostile al Vietnam filo-sovietico i segnali di distensione tra Cina e Stati Uniti proseguirono. Le maggiori difficoltà erano rappresentate dalla questione relativa allo status di Taiwan; essa costituiva il principale fattore di attrito tra Washington e Pechino. Il governo statunitense e quello di Taipei erano legati da un Patto di sicurezza stipulato nel 1955. Per il governo comunista, Taiwan era stata illegittimamente occupata e per questo non doveva ricevere il riconoscimento internazionale, ma anzi doveva essere considerata come parte integrante della Cina continentale. Durante il processo di ammissione della RPC all’ONU, gli americani sperarono di poter giungere all’ammissione della Cina, con la conseguente sostituzione di Taiwan nel seggio permanente del Consiglio di Sicurezza, salvando la presenza di Taiwan nell’organizzazione, in ossequio alla cosiddetta “teoria delle due Cine”. Tuttavia, Washington non riuscì ad ottenere questa soluzione e decise di votare contro la risoluzione con la quale l’Assemblea Generale sancì l’ammissione della RPC all’ONU e la rimozione dei rappresentanti del governo di Taiwan (25 ottobre 1971).

Un passo in avanti avvenne casualmente grazie ad un evento sportivo. Nell’aprile del 1971 la squadra americana di tennis da tavolo venne invitata a partecipare ad un torneo in Cina. Si trattò di un gesto che diede inizio ad un dialogo pubblico tra i rappresentanti dei due Paesi. Alla cosiddetta “diplomazia del ping pong” fece seguito la visita  segreta di Kissinger in Cina nel luglio dello stesso anno; esso servì a preparare il terreno alla visita ufficiale di Nixon del febbraio 1972. A dare la spinta finale al riavvicinamento fu probabilmente la crisi in Pakistan, con l’India che poi entrò in guerra contro quest’ultimo a sostegno dell’indipendenza del Bangladesh (sorto dal distacco delle province orientali del Pakistan) e la notizia di un nuovo trattato tra India e Unione Sovietica che impegnava le parti a una politica di collaborazione e consultazione.
I colloqui sino-statunitensi si conclusero con il “comunicato di Shanghai”, in cui le parti enunciavano i propri impegni. La questione di Taiwan venne superata facendo coesistere all’interno del comunicato le posizioni di Cina e Stati Uniti. La prima riaffermava l’appartenenza dell’isola di Taiwan alla Cina continentale e dichiarava che si trattava di una questione interna cinese nella quale gli altri Paesi non dovevano interferire. Gli Stati Uniti, mediante la loro dichiarazione, non entrarono nel merito della questione, limitandosi ad affermare l’impegno a ritirare tutte le loro truppe e le installazioni militari da Taiwan nel momento in cui la situazione in termini di sicurezza fosse migliorata. In altre parole, il messaggio di Washington era che il riconoscimento sarebbe stato possibile a condizione che le due Cine avessero risolto il problema della riunificazione attraverso il negoziato; una soluzione che ricalcava quella suggerita da Kruscev in merito alla questione tedesca. Gli americani riconobbero in principio l’indivisibilità della Cina e di mostrarono disposti ad abbandonare la “teoria delle due Cine”. Per contro i cinesi riconobbero la supremazia statunitense nel Pacifico e si impegnarono con gli Stati Uniti a contrastare qualsiasi tentativo di una terza potenza a perseguire la propria egemonia nell’area. Il Patto del 1955 rimase comunque in vigore, in quanto gli Stati Uniti non vollero rinunciare a porsi come garanti dell’indipendenza dell’isola. In effetti, l’indifferenza del governo statunitense nei confronti del processo di riunificazione trovava un limite nella eventuale forzatura da parte delle autorità di Pechino; tale forzatura avrebbe indotto gli americani a soccorrere quella che consideravano la loro “portaerei” inaffondabile” nel Pacifico.

 

Le conseguenze della ripresa dei rapporti.

 

Con questo riavvicinamento, la Guerra fredda nell’Asia nord-orientale era mutata in un sistema triangolare formato dagli Stati Uniti, e i suoi alleati, dalla RPC e dall’URSS. Infatti, per Kissinger questo riavvicinamento determina la fine del bipolarismo e l’avvio di una nuova dinamica.
Tuttavia, gli Stati Uniti non procedettero subito al riconoscimento della Cina, e la normalizzazione dei rapporti richiese ulteriore tempo. I sovietici rimasero ancora gli interlocutori principali; difatti vi fu la stipulazione degli accordi SALT I. Inoltre, le vicende relative al Vietnam finirono per contenere la conflittualità degli attori internazionali. Con la chiusura della crisi vietnamita le contraddizioni del rapporto triangolare si palesarono, facendo esplodere la rivalità sino-sovietica e mettendo ulteriormente in crisi la détente. Le tensioni scoppiate tra il Vietnam e la Cambogia determinarono, infatti, lo strappo definitivo tra Pechino e Mosca; l’URSS aveva concluso nel 1978 un Trattato con il Vietnam e forniva a quest’ultimo consistenti aiuti, mentre il governo cinese rappresentava il referente della Cambogia. Molto probabilmente di fronte alla crisi definitiva delle relazioni sino-sovietiche l’amministrazione Carter  si decise a concedere il riconoscimento ufficiale alla Repubblica Popolare Cinese e a completare la normalizzazione dei loro rapporti reciproci.

 

 

Per approfondimenti:
Di Nolfo Ennio, Storia delle relazioni internazionali. Dal 1918 ai giorni nostri. Laterza, 2008.
Crockatt Richard, Cinquant’anni di guerra fredda. Ed. Salerno, 1997.
Kissinger Henry, L’arte della diplomazia. Sperling & Kupfer, 2012.

 

[1] Nel maggio del 1969 Breznev propose di smantellare tutte le alleanze difensive del continente asiatico per dare vita a un sistema difensivo collettivo; anche questo era segno dell’intenzione di effettuare un riarmo sovietico in Asia, rivolto potenzialmente contro la Cina. (vedi: Di Nolfo E., Storia delle relazioni internazionali.)

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