Il processo di decolonizzazione. Evoluzione del processo e sue conseguenze nei rapporti tra le Potenze.

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Immagine: http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Decolonization_-_World_In_1945_en.svg

Il processo di decolonizzazione ebbe un abbrivio in occasione della Prima guerra mondiale. Quest’ultima determinò una prima seria crisi dei progetti coloniali dei Paesi europei. In primo luogo, si trattò di una guerra dettata dalle spinte imperialiste e coloniali, che condusse le Potenze a scontrarsi in quella che dall’esterno fu considerata una sorta di “guerra civile europea”; ciò infranse il senso di compattezza che le Potenze coloniali europee avevano sinora proiettato verso l’esterno, l’idea cioè che in ultimo fossero riusciti a comporre i loro dissidi e a continuare a dominare gli altri Paesi. Inoltre, i popoli coloniali furono anch’essi coinvolti in questo conflitto e ciò ridusse il fascino e l’autorevolezza di cui le Nazioni europee avevano goduto; al contrario il conflitto mise in evidenza la loro vulnerabilità e diede ai popoli coloniali una maggiore consapevolezza per rivendicare la propria autonomia dalle rispettive madrepatrie.

In secondo luogo, con la guerra fecero la propria comparsa le tendenze anticolonialiste promosse dal Presidente americano Wilson e dai bolscevichi russi. Il primo mostrò un atteggiamento particolarmente polemico nei confronti del colonialismo europeo e in uno dei suoi Quattordici punti sostenne il bisogno di promuovere l’autogoverno dei popoli coloniali. Le idee di Wilson furono anche la base per l’istituzione della Società delle Nazioni, in cui all’art. 22 del Patto era previsto il regime dei mandati, inizialmente concepito con l’idea di avviare all’indipendenza i territori coloniali. Diversamente, i bolscevichi promuovevano la decolonizzazione in quanto per essi la lotta anti-coloniale delle “periferie” era collegata, e avrebbe rafforzato, la lotta “del centro” contro le Potenze capitaliste.

Tuttavia, questi fattori che spingevano verso la decolonizzazione subirono un’attenuazione. Innanzitutto, vi erano i limiti della prospettiva wilsoniana quale riferimento nella misura in cui proponeva un approccio graduale e incentrato in prevalenza sull’autogoverno. Peraltro, gli Stati Uniti si ritirarono dagli affari europei a causa dell’isolazionismo politico, lasciando campo libero alle Potenze europee. Difatti l’istituto dei mandati consentì a Gran Bretagna e Francia di assicurarsi gran parte delle spoglie dell’Impero Ottomano (Mandati di tipo A) e delle colonie tedesche (mandati di tipo B e C)[1]. L’istituto dei mandati si rivelò una sorta di continuazione della politica coloniale; i mandati vennero conferiti a tempo indeterminato e, con la crisi dell’organizzazione, furono sottratti ad un vero controllo esterno. In più, dopo la fiammata rivoluzionaria, i bolscevichi si ripiegarono su se stessi e adottarono un atteggiamento più cauto nei confronti del processo di decolonizzazione

Di conseguenza, nel periodo compreso tra le due guerre i sistemi coloniali rimasero sostanzialmente in piedi, sebbene le loro fondamenta si fossero indebolite. I Paesi europei iniziarono ad essere consapevoli di questo indebolimento. La Gran Bretagna, in particolare, tentò di gestire tale processo creando un percorso per i Paesi coloniali grazie al quale i territori coloniali avrebbero potuto raggiungere varie forme di autonomia senza rompere i legami politico-economici con la madrepatria. A tal fine Londra approvò nel 1931, nell’ambito delle riforme del Colonial Office conseguenti alla Grande depressione, lo Statuto di Westminster, dando vita al British Commonwealth of Nations, in cui ogni Dominion poteva essere considerato uno Stato sovrano a tutti gli effetti e dotarsi di leggi proprie, legandosi tuttavia in unione personale alla corona britannica. Inoltre il governo inglese istituì, con la Conferenza di Ottawa dell’anno seguente, un regime di preferenze commerciali con i Paesi appartenenti al Commonwealth. Ciò contribuì, per certi versi, a favorire il processo di colonizzazione. Altri Paesi, al contrario, si mostrarono molto più riluttanti ad assecondare la spinta decolonizzatrice. La Francia, in particolare, attuò una politica di assimilazione che contrastava con la lettera dei mandati, mentre i tentativi del Fronte Popolare di emulare l’approccio britannico non andarono a buon fine. Non mancarono, peraltro, tendenze anacronistiche come quelle espresse dalla politica coloniale dell’Italia. Dopo la guerra, infatti, il governo italiano si prefisse di rafforzare il controllo sulle colonie prebelliche; significativa a riguardo fu l’operazione di “riconquista” della Libia, con l’intento di trasformarla in una colonia di popolamento. Nel 1939 la Libia venne proclamata territorio metropolitano dell’Italia. In più nel periodo precedente alla Seconda guerra mondiale l’Italia aggredì militarmente l’Etiopia e occupò l’Albania.

La Seconda guerra mondiale rappresentò una vera cesura nel processo di decolonizzazione. Le vicende belliche diedero, infatti, un forte impulso alla decolonizzazione in ragione del coinvolgimento diretto dei territori coloniali. In particolare in Estremo Oriente l’occupazione giapponese dei territori del sud-est asiatico impresse un’accelerazione alle aspirazioni indipendentiste dei Paesi sottoposti a dominazione coloniale da parte di Francia, Olanda e Gran Bretagna. Anche l’intervento in guerra degli Stati Uniti rafforzò la spinta decolonizzatrice; essi intervennero sulla base dei principi della Carta Atlantica, compreso il diritto all’autodeterminazione dei popoli. Nella prospettiva di Roosevelt, non si poteva “combattere la schiavitù nazista senza contrastare il colonialismo retrogrado” ed era giunto il momento di affermare il diritto dei popoli di scegliere il proprio destino. Successivamente il sottosegretario agli esteri statunitense Sumner Wells chiarì che il principio di autodeterminazione andava applicato anche ai popoli coloniali, rispondendo in tal modo alle dichiarazioni del Primo ministro inglese Churchill che invece indicavano di limitare la portata del principio. La spinta alla decolonizzazione fu favorita anche dalla propaganda ideologica svolta dall’Unione Sovietica, la quale mirava ad esportare la rivoluzione e ad estendere, per questa via, l’influenza del campo socialista.
Al termine del conflitto, queste forze citate determinarono una prima fase di decolonizzazione. In Medio Oriente, Siria e Libano ottennero l’indipendenza ed entrarono a far parte della Lega Araba, istituita nel 1945 dietro sollecitazione britannica. Nel sud-est asiatico, India e Pakistan dopo un processo per il trasferimento dei poteri alquanto travagliato, ottennero l’indipendenza nel 1947 e aderirono al Commonwealth in qualità di Dominion. Diversamente, la Birmania acquistò l’indipendenza nel 1948 rifiutandosi però di stabilire un vincolo di appartenenza al Commonwealth. Nettamente più lineare fu il riconoscimento dell’indipendenza di Ceylon (poi Sri Lanka) nel 1948, Paese che conservò lo status di Dominion.
La guerra aveva, inoltre, determinato la dismissione dei possedimenti coloniali italiani, confermata dal Trattato di Pace del 1947. Quest’ultimo prevedeva l’immediato ritorno all’indipendenza delle colonie fasciste, ossia Etiopia e Albania, e la rinuncia ad ogni pretesa sulle colonie prefasciste (Somalia, Eritrea a Libia). Si stabilì che la sorte di questi territori sarebbe dovuta essere decisa dalle potenze vincitrici entro un anno, al termine del quale la questione sarebbe stata rimessa alle Nazioni Unite. In effetti, l’ONU offrì il contesto attraverso il quale gestire meglio il processo di decolonizzazione grazie all’istituto dell’amministrazione fiduciaria e la predisposizione di un apposito consiglio di tutela. L’istituzione dell’ONU, pertanto, costituì un impulso alla decolonizzazione, così come lo era stato l’istituzione della Società delle Nazioni.

Terminata la fase della decolonizzazione post-bellica, il processo continuò, favorito da una sostanziale convergenza di interessi tra le due superpotenze in merito al proseguimento della decolonizzazione. Per gli Stati Uniti favorire la decolonizzazione significava recidere i legami preferenziali esistenti tra popoli coloniali e madrepatrie, e promuovere la liberalizzazione degli scambi internazionali. Per l’URSS la propaganda del Cominform costituiva un mezzo per indebolire i Paesi capitalisti ed estendere e rafforzare la propria sfera di influenza. In realtà, la realizzazione di questo comune intento fu limitata dall’emergere dal confronto bipolare. In effetti, il governo statunitense nel favorire la spinta anti-coloniale dovette soppesare le possibili ricadute del processo di decolonizzazione sulla strategia del containment e dovette, pertanto, misurarsi con la necessità di non indebolire oltremodo gli alleati europei. Dal momento in cui l’emancipazione di un Paese coloniale avrebbe potuto determinare il suo schieramento nel campo socialista, gli Stati Uniti furono più accorti nel sollecitare tale processo. Ad esempio, mentre nel caso dell’Indonesia gli americani esercitarono forti pressioni sugli olandesi affinché lasciassero il posto ai nazionalisti di Sukarno (come in effetti avvenne nel 1949 con gli Accordi dell’Aja), in Indocina, il governo statunitense comprese le esigenze francesi e sostenne Parigi nella sua azione repressiva. Va detto che gli americani condizionarono il loro sostegno al conferimento dell’indipendenza dei Paesi sotto l’amministrazione francese presenti nella regione. In ogni caso, dietro l’appoggio statunitense vi era il timore di un possibile “effetto domino” nella regione, che avesse aumentato l’influenza del campo socialista.
Di fronte al nuovo scenario, le Potenze coloniali si adoperarono per facilitare il processo di decolonizzazione, sebbene tentassero di gestirlo in modo da salvaguardare i propri interessi, vale a dire in maniera tale da continuare ad esercitare un controllo politico-economico dei territori coloniali al di là dell’esercizio formale del potere. La Francia, ad esempio, tentò di adottare una soluzione simile a quella che anni addietro aveva adottato la Gran Bretagna; con la costituzione della Quarta Repubblica, venne definita l’Union Française, mediante la quale il governo di Parigi tentava di istituire una cornice giuridica all’interno della quale far rientrare i territori coloniali, ordinandoli in base al grado di autonomia (territorio metropolitano, territori d’Oltremare, Territori associati e Stati associati). Tuttavia, l’iniziativa francese non ebbe molto successo in quanto fu interpretata come il tentativo di riaffermare la sovranità di Parigi sulle colonie. Inoltre la politica assimilazionista e fortemente discriminatoria adottata dal governo francese provocò aspre reazioni da parte dei Paesi coloniali, ad esempio in Africa settentrionale, dove Marocco e Tunisia rifiutarono la condizione di Stato associato e ottennero l’indipendenza nel 1956, mentre in Algeria, considerato Territorio metropolitano, scoppiò una violenta ribellione anti-coloniale. Vanno considerate, in aggiunta, le resistenze interne ai Paesi coloniali, laddove, per il loro carattere di colonia di stanziamento, la minoranza bianca assumeva una posizione dominante, che rischiava di essere messa in discussione dalla decolonizzazione; si possono citare a riguardo i problemi derivanti dal trasferimento di poteri ad alcune colonie britanniche, quali il Kenya, la Rhodesia del Sud e l’Unione Sud-africana.
Anche il processo di integrazione europea fu utilizzato dai Paesi europei per evitare che il processo di decolonizzazione potesse causare una frattura con le ex-colonie. A seguito della crisi di Suez, infatti, le Potenze europee, sentendosi estromesse dal Mediterraneo a causa dell’azione statunitense, effettuata in accordo con i sovietici, decisero di dare seguito al piano franco-belga, firmando gli accordi istitutivi della Comunità Economica Europea (CEE), i quali prevedevano anche una politica di cooperazione allo sviluppo nei confronti dei Paesi e Territori d’Oltremare (PTOM).
Contestualmente, alcuni paesi di nuova indipendenza parteciparono alla Conferenza di Bandung, in Indonesia, del 1955, in cui furono enunciati i principii guida del cosiddetto non-allineamento; l’intento per questi Paesi era quello di evitare di rimanere schiacciati dal confronto tra i blocchi, e di non cadere in forme di neocolonialismo.

A partire dal 1957 vi fu una intensificazione del processo di decolonizzazione. Esso investì in particolar modo i Paesi africani. Il Ghana fu il primo Paese dell’Africa nera a raggiungere l’indipendenza, nel 1957, sotto la guida di Kwame Nkrumah. Fu poi la volta di altri paesi, quali la Nigeria, la Costa d’Avorio, il Sierra Leone e a seguire altri ancora. Con l’incalzare del processo di decolonizzazione, quest’ultimo non poté non avere ripercussioni in relazione alle dinamiche della Guerra Fredda; anzi, in un certo senso la decolonizzazione concorse a “globalizzare” il bipolarismo. Si iniziò a capire cioè che logica dei blocchi e decolonizzazione non potevano essere più considerati come processi separati. D’altronde, la posizione assunta dai Paesi di nuova indipendenza non era irrilevante nell’ottica del confronto bipolare. Stati Uniti e Unione Sovietica iniziarono a competere per assicurarsi la “fedeltà” dei Paesi che man mano giungevano all’indipendenza. Tale competizione fu alla base delle cosiddette “guerre per procura” (proxy wars), in cui lo scontro periferico ricalcava in scala ridotta lo scontro tra i blocchi. Washington agiva attraverso una generosa politica di aiuti mirante alla creazione di una collaborazione politica. I sovietici, invece, in un primo momento riluttanti ad un impegno diretto nel terzo Mondo, in quanto guidati da una visione piuttosto deterministica di stampo stalinista, successivamente iniziarono a condurre una politica di sostegno dei movimenti di indipendenza nazionale, addirittura prescindendo dall’adesione di questi ultimi alla ideologia socialista. Difatti, Kruscev introdusse, mediante la teoria dei “fronti democratici nazionali”, un elemento di flessibilità nell’approccio terzomondista, conferendo ai sovietici un più ampio margine di manovra. Tuttavia, i sovietici non possedevano le risorse necessarie per condurre questo tipo di politica attiva nel Terzo Mondo, al contrario essi impostarono le relazioni economiche in modo da dirottare verso l’URSS valuta pregiata, in cambio di prodotti e armi sovietiche.
Con la distensione sul piano continentale europeo, dunque, il Terzo Mondo divenne il terreno di confronto tra le due Superpotenze, le quali iniziarono a inserirsi negli scontri locali in modo da evitare che l’avversario potesse trarre vantaggi nel confronto bipolare. Il profilarsi di questo confronto bipolare nel Terzo Mondo fu evidente nel caso del Congo. A seguito della proclamazione di indipendenza del giugno del 1960 la situazione nel Paese divenne ingovernabile, anche per via delle modalità con le quali il governo belga arrivò a concedere l’indipendenza. Le componenti interne si schierarono con una delle due Superpotenze: Lumumba, a capo del governo congolese e portatore della visione unitaria, si rivolse all’Unione Sovietica, che prontamente lo sostenne; Tshombé, a capo della regione secessionista del Katanga e appoggiato dal Presidente Kasabuvu, godeva dell’appoggio dei Paesi occidentali. Tale dinamica trovò una sua formalizzazione con il concetto di “coesistenza competitiva”, che istituì una sorta di modus vivendi tra le due Superpotenze, secondo il quale la distensione dei loro rapporti reciproci non avrebbe precluso, almeno nell’interpretazione che i sovietici diedero al concetto, la competizione per la conquista dell’influenza nel Terzo Mondo.

Allo stesso tempo, il tentativo dei Paesi europei di sottrarre le ex-colonie all’influenza delle Superpotenze proseguì. A livello comunitario fu adottata la Convenzione di Yaoundé, stipulata dai Paesi membri della CEE e diciotto Stati SAMA (Stati Africani e Malgascio Associati); con essa si decise di avviare una serie di iniziative di cooperazione e di aiuti allo sviluppo finalizzate al mantenimento di relazioni privilegiate con i Paesi di nuova indipendenza. La prima Convenzione di Yaoundé, firmata nel 1963, diede nuove risorse al Fondo Europeo di Sviluppo (FES), incaricato della gestione finanziaria degli aiuti. La seconda Convenzione di Yaoundé venne firmata nel 1969, mentre in seguito all’ingresso della Gran Bretagna nella CEE, la politica di cooperazione europea venne impostata sulla base delle Convenzioni di Lomé, stipulate tra la CEE e i Paesi ACP (Africa, Caraibi, Pacifico). Oltre che a un livello multilaterale, i Paesi europei agirono anche sul piano bilaterale; la Francia, ad esempio, stipulò con molte ex-colonie degli accordi di cooperazione economica e militare, soprattutto dal momento in cui l’istituzione della Communauté da parte di de Gaulle non aveva prodotto i risultati sperati.

Anche i tentativi dei nuovi Paesi di non farsi “risucchiare” dal confronto bipolare continuarono. In molti casi questi Paesi cercarono a loro volta di strumentalizzare la dinamica del confronto e di accrescere il loro peso a livello internazionale. Le numerose ammissioni alle Nazioni Unite dei Paesi di nuova indipendenza fecero dell’organizzazione, in particolare dell’Assemblea Generale, l’ambiente privilegiato per sostenere le loro rivendicazioni. Nel 1960 l’Assemblea Generale votò un documento di condanna del colonialismo facendo prevalere la formula afro-asiatica rispetto a quella avanzata dai sovietici. Nel 1964, invece, nacque l’UNCTAD, grazie alla quale i Paesi di nuova indipendenza miravano a favorire la loro integrazione nell’economia internazionale; al fine di aumentare la loro capacità di pressione, essi si riunirono nel cd. Gruppo dei 77.

L’ultima fase della decolonizzazione prese il via con la dismissione delle colonie portoghesi in seguito alla morte di Salazar. Anche in questo caso, la logica della Guerra Fredda fece la sua comparsa nei Paesi che si stavano avviando all’indipendenza, in particolare in Angola e in Mozambico, con l’effetto di polarizzare i movimenti di liberazione nazionale. I sovietici, timorosi di una possibile collaborazione cino-americana nella competizione per il terzo Mondo, tentarono di approfittare della situazione per accrescere la propria influenza. Gli Stati Uniti tentarono di frenare l’avventurismo sovietico per impedire di far fallire il Linkage e la conseguente fine della détente. Gli americani non capivano il motivo per cui i sovietici continuassero ad inserirsi nelle crisi del terzo Mondo nel momento in cui i blocchi avevano stabilito un certo dialogo. Effettivamente la détente entrò in crisi e ciò finì per accentuare gli scontri tra le Superpotenze relativi agli ultimi episodi della decolonizzazione, connessi in prevalenza con la lotta di liberazione dell’Eritrea, in precedenza annessa all’Etiopia, contrariamente agli impegni che quest’ultima aveva assunto in seno all’ONU, e all’emancipazione della Namibia, che il governo sudafricano si rifiutava di riconoscere.

Terminò dunque un processo che era partito in maniera stentata con il primo conflitto mondiale per poi esplodere nel secondo dopoguerra. Esso fu per certi versi favorito dal confronto bipolare, con le due Superpotenze che avviarono una competizione nel Terzo Mondo volta ad accrescere la propria influenza nei Paesi di nuova indipendenza. Al tempo stesso, però, la decolonizzazione alterò la natura stessa del confronto bipolare, coinvolgendo la Superpotenze in una serie di crisi locali che avevano un legame solo indiretto con i loro rispettivi interessi vitali. Queste crisi sprigionate dalla decolonizzazione finirono, dunque, per assorbire molte energie dei due attori principali e contribuirono alla comparsa di una nuova fase della Guerra Fredda, terminata la quale la decolonizzazione poteva avviarsi al pieno compimento.

 

 

[1] Nello specifico la Gran Bretagna ottenne il mandato su Iraq e Palestina in Medio Oriente e su parti del Togo e del Camerun in Africa, mentre la Francia ebbe Siria e Libano, gran parte del Togo e del Camerun e alcuni territori ceduti ai tedeschi nel 1911 in Africa equatoriale. Tra gli altri Paesi il Belgio ottenne mandato sul Ruanda-Urundi (oggi Ruanda e Burundi), l’Unione Sudafricana ricevette in custodia l’Africa sud-occidentale (attuale Namibia), mentre il Giappone ottenne le posizioni tedesche in Cina e il mandato sugli arcipelaghi delle Marianne, Caroline, Marshall e Palau.

 

Per approfondimenti: Di Nolfo, Storia delle relazioni internazionali. Dal 1918 ai giorni nostri, Ed. Laterza, 2008.

 

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